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Giornata internazionale della disabilità, tutti entrano gratis agli scavi di Paestum

di Marianna Vallone

Il 3 dicembre 2019 è la Giornata Internazionale delle persone con disabilità e il museo e l’area archeologica di Paestum riservano l’ingresso gratuito per tutti. L’iniziativa rientra nella campagna di comunicazione ministeriale #iovadoalmuseo che permette a ogni istituto dotato di autonomia speciale, come Paestum, di scegliere alcune giornate a ingresso gratuito in base alle proprie peculiarità territoriali e di amministrazione.

«Al Parco Archeologico di Paestum il 3 dicembre è sempre stata una giornata speciale – dichiara il direttore, Gabriel Zuchtriegel – Con l’ingresso gratuito abbiamo voluto affermare la nostra totale adesione alla “Giornata Internazionale delle persone con disabilità” e ai suoi principi volti a promuovere i diritti e il benessere dei disabili. In questi anni il Parco ha messo in campo importanti iniziative per ampliare l’accessibilità e l’inclusione, affermando così il rispetto per l’identità e l’unicità di ciascuna persona. Siamo partiti dal rendere accessibile il Tempio c.d. Basilica e oggi organizziamo percorsi speciali nei depositi del museo tutti i pomeriggi. Abbiamo un’app per la fruizione dell’area archeologica totalmente gratuita, anche nella lingua dei segni. Grazie ai lavori finanziati dal PON, amplieremo la fruibilità dell’area archeologica e del museo nell’ottica di un’inclusione totale».

L’iniziativa è sostenuta dal MiBACT con manifestazioni ed eventi a favore della cultura e dell’accoglienza al patrimonio, con lo slogan “Un giorno all’anno tutto l’anno”.

In programma per la stessa giornata del 3 dicembre, a Paestum si terrà un convegno sui temi della disabilità e dell’inclusione, durante il quale si presenteranno le buone prassi messe in campo in questi anni, tra cui “Un tuffo nel blu”: un percorso di fruizione museale dedicato a bambini e ragazzi con disturbi del neurosviluppo e realizzato in collaborazione con l’associazione Cilento4all.

Saranno presenti, oltre al direttore del Parco Archeologico Gabriel Zuchtriegel, il sindaco del Comune di Capaccio Paestum Franco Alfieri con l’Assessore alla Pubblica Istruzione Maria Rosaria Pacariello, le Dirigenti degli Istituti Comprensivi di Capaccio Capoluogo e Capaccio Paestum, Silvana Pepe e Enrica Paolino che porteranno anche una rappresentanza di studenti, Paolo Sarra dell’Associazione di genitori “Autismo Fuori dal Silenzio”, Raffaele Bencardino, referente del Progetto C.i.r.e.n.e.u.s. e Giovanni Minucci, presidente di Cilento4all.

Hanno aderito alla manifestazione anche Vito Bardascino, referente del progetto “Il Forno di Vincenzo”, Enzo Mazza e Leopoldo Catena referenti del progetto “Kayak for all”, organizzazioni territoriali che in rete con Cilento4all realizzano attività inclusive sul territorio.

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Guerino Galzerano, il genio ribelle che costruì un paese di ciottoli | FOTO

di Marianna Vallone

Un genio creativo e ribelle che non sapeva di esserlo. Guerino Galzerano ha riempito il suo paese d’origine, Castelnuovo Cilento, di mosaici, strutture ricoperte di ciottoli e pietre che rendono gli spazi dei luoghi da fiaba, come forse li immaginava. Nato nel 1922 e morto a 80 anni nel 2002, l’artista cilentano ha impresso alle sue opere uno stile unico: ogni cosa fu ricoperta da migliaia di pietre e ciottoli che ogni giorno portava dal mare o raccoglieva nel fiume. Con quella tecnica realizzò costruzioni straordinarie nel giardino della sua cantina, ù vuttaro, con archi imponenti, colonne alte, sedie e tavoli, che sorge poche decine di metri più giù del castello medievale del marchese Talamo-Atenolfi. Altre opere sono in via Roma, la sua abitazione è interamente coperta di pietre, una casa di ciottoli che oggi un pronipote ha acquisito e ristrutturato trasformandola in una casa vacanze. Nel vicolo di fronte la sua casa, in via Vittorio Emanuele, pietre piccole, tondeggianti e allungate diventano opere d’arte disponendole una accanto all’altra fino a creare una scultura alta e labirintica. Forse l’opera più particolare è la sua tomba che Guerino ha realizzato nel cimitero del paese come un monumento storico, una cappella in cui ha costruito croci di ciottoli e attrezzi del suo lavoro, con tre lapidi.

Contadino, bracciante, operaio dalla vita tormentata crea le sue prime opere nel manicomio criminale di Aversa, dove viene rinchiuso nel 1970 per aver ucciso un’amica della moglie. Quando alcuni anni dopo torna nel suo paese, riempie Castelnuovo Cilento della sua particolare arte. Le sue opere sono state inserite nel catalogo dell’itinerante Museo della Follia, con sede a Salò, curato da Vittorio Sgarbi e dedicato ad artisti segnati da una vita difficile, proprio come quella di Guerino Galzerano.

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La tela di Gesù risorto sull’edicola del Santo Sepolcro a Gerusalemme è di De Matteis

di Marianna Vallone

Da una piccola casa del Piano del Cilento, oggi Piano Vetrale, dove nacque nel 1662, a Gerusalemme, il passo non è breve, né alla portata di tutti, ma è quello che solo il più illustre pittore cilentano di tutti i tempi, Paolo De Matteis, è riuscito a fare. Un artista dimenticato per molti anni e rilegato tra i “pittori mediocri” dall’allora biografo dei pittori più influente, De Dominici, che però poi gli dedicò un intero capitolo delle sue “Vite dei pittori, degli scultori e degli architetti”. Contemporaneo di Francesco Solimena, e tra i migliori allievi di Luca Giordano, nei primi anni del ‘700 svolse la propria attività artistica in Francia, dove fu considerato «un eminente pittore di questo paese e che ora è il migliore d’Italia». Solo più tardi, nel 1958, è stato reinserito dalla critica contemporanea nella dimensione artistica che meritava, un successo riconosciuto in tutta Europa.

Ma è in uno dei luoghi simbolo della Cristianità che diventa protagonista. La cronaca dei fatti risale al 2014, quando la notizia balzò su tutti i giornali, come la più straordinaria scoperta relativa alle opere del pittore Paolo De Matteis: “La Resurrezione di Cristo”, un dipinto databile alla fine del ‘600, trovato nel luogo più sacro alla Cristianità, in una Edicola posta davanti al Santo Sepolcro di Gerusalemme, all’interno della Basilica della Resurrezione. Il tratto inequivocabile fu confermato dalla firma venuta alla luce solo dopo tre mesi di restauro della tela, eseguito a Parigi presso l’Atelier di Serge Tiers tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, per volere del gallerista francese e specialista d’arte, Maurizio Canesso, che si era recato in viaggio a Gerusalemme per far restaurare alcune opere in Terra Santa con Nicola Spinosa, direttore del Museo di Capodimonte.

(Fonte foto www.custodia.org)

Qui notò più da vicino il quadro che domina l’edicola, un olio su tela di un metro e mezzo, che era lì, come testimoniano gli archivi, già prima del 1808, data dell’incendio che devastò parte della Basilica della Resurrezione. L’opera nel tempo era stata completamente annerita dal fumo dei ceri votivi e delle lampade ad olio, dalla polvere e dall’umidità. Col permesso delle Comunità greco-ortodossa, armena e dei francescani, la tela è stata ripulita dalle incrostazioni e dall’annerimento che alla fine del 2014 ha portato alla incredibile scoperta. Il dipinto venne riportato nel suo degno posto, dove era stato collocato alla fine del Seicento, forse per volere di un benefattore napoletano, un religioso dell’ordine dei frati minori.

Oggi la tela è tornata sul fronte dell’Edicola del Santo Sepolcro di Gerusalemme, protetta da una lastra di vetro speciale che le permette di respirare senza prendere polvere. Ed è tra le più viste al mondo.

A segnalarla alla redazione è stato Antonio, un amico corrispondente del giornaledelcilento.it. «E’ un orgoglio, una cosa straordinaria per noi cilentani», ci scrive allegandoci la foto. 

Scopriamo con Don Gianni Citro, appassionato d’arte ed esperto conoscitore del De Matteis, che il pittore aveva dipinto un’altra Resurrezione di Cristo, nella quale compaiono altri personaggi, la tomba con la pietra divelta e i soldati scaraventati a terra. «Il quadro di Gerusalemme infatti è identico ad un altro, è una derivazione del più noto. E’ il rifacimento nella parte superiore, ad indicare il Cristo che, libero dalla pietra tombale, sale verso il cielo». 

Il Cristo si presenta avvolto da una luce delicata e calda, che si libra al di sopra del sepolcro, nel momento più emozionante e suggestivo della cultura cristiana. Un tema, quello della Resurrezione di Cristo – il volo impareggiabile verso l’infinito, la vittoria del risorto sulla morte – che è stato centrale nei capolavori di artisti come Giotto, Piero Della Francesca, Tiziano, Raffaello ed altri in Europa. «Il quadro – ha aggiunto don Gianni – è una testimonianza del passaggio del De Matteis dal Barocco al Roccocò e si presenta con una pittura più luminosa, arcadica e dolce nei tratti, che ha mantenuto un ottimo stato di conservazione, sebbene quasi completamente coperta dal fumo». 

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A Sapri la mostra su José Ortega

di Marianna Vallone

Per la prima volta fuori dai suoi confini “naturali”, quelli di Bosco, dove ha vissuto dal 1980 fino a poco prima della sua morte, la mostra su José Ortega incanta tutti, soprattutto gli studenti del golfo di Policastro, che hanno approfittato dell’esposizione e delle visite guidate per conoscere più da vicino l’allievo e amico di Pablo Picasso, militante antifascista e tenace oppositore della dittatura di Franco. L’auditorium Giuseppe Cesarino a Sapri ha ospitato, dal 14 gennaio e fino ad oggi, l’intera suite dei ‘Segadores’, le venti incisioni su pietra litografica realizzate tra il 1969 e il 1970 dal pintòr della mancha ed ispirate dalle sofferenze dei lavoratori della terra, i mietitori. La mostra, intitolata “La realtà come rappresentazione e come interpretazione: la pittura civile di Josè Garcia Ortega”, fu concepita dopo El terror, il primo ciclo di xilografie e le incisioni della serie che va sotto il nome di Lotte del popolo spagnolo, ma immediatamente prima del grande ciclo di Dürer, dedicato alla guerra civile spagnola. L’esposizione è curata da Franco Maldonato, coordinatore polo museale San Giovanni a Piro, e organizzata con il patrocinio morale della Provincia di Salerno, del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dei Comuni di Sapri e San Giovanni a Piro, in collaborazione con Cicas Turismo e l’associazione Oltre Pisacane. «La fonte della mia ispirazione è la realtà. E’ sempre da questo punto che io inizio»: e di quella realtà, nei Segadores, Ortega non fu solo il narratore ma anche il testimone, avendo lavorato con i suoi mietitori nei campi ove fu costretto a nascondersi durante la clandestinità per sottrarsi alla ricerca della Guardia Civil. Il paesaggio naturalistico è quello di una terra che è possibile lavorare solo a prezzo di sete e fame e quasi sempre a costo di un eterna prigionia; mentre il paesaggio umano è quello di donne e uomini che ingaggiano quotidianamente una lotta consapevole ma non meno angosciosa contro le asperità della terra e l’incertezza delle stagioni. «La poetica di Ortega – al di là di qualsiasi concessione ad un nostalgismo pure ricorrente in taluni autori del suo tempo – vive della lucida consapevolezza che l’arte non può essere evasione o intrattenimento ma militanza a servizio dei valori costitutivi dell’umanesimo e, fra questi, la fratellanza universale e la giustizia sociale. – ha spiegato Maldonato – E Ortega, forse più che lo stesso Picasso – che con Guernica aveva inaugurato la corrente di pensiero della pittura civile – ne è stato l’interprete più coerente: dal ciclo dei Segadores fino ai murales di Bosco. Sembra volerci dire – con le parole di John Keats – che «verità è bellezza, bellezza è verità: solo questo su questa terra sappiamo. Ed è quanto basta».

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Paestum conquista la Cina: mostra itinerante fino al 2020

di Luigi Martino

Si è appena inaugurata, presso l’Hebei Museum, la prima mostra monografica dedicata a Paestum fuori dall’Europa; l’esposizione durerà fino al mese di luglio 2020 e sarà ospitata anche nei musei di Ningxia, Jilin, Panlongcheng e Nanshan. «La mostra è partita con un grande successo – dichiara la direttrice del museo cinese Luo Xiangjun -. Siamo grati al Parco Archeologico di Paestum per la collaborazione che permette al pubblico cinese di conoscere meglio la cultura del Mediterraneo antico. Speriamo che la collaborazione continui nell’ambito di uno scambio culturale reciproco tra i due popoli, quello italiano e quello cinese». La mostra itinerante espone 135 opere pestane tra cui la statua di Hera in marmo proveniente dal Santuario dedicato alla dea presso la foce del fiume Sele e le sue riproduzioni in terracotta, alcune lastre dipinte che rappresentano testimonianze archeologiche uniche in tutto il contesto del Mediterraneo antico, dei corredi delle necropoli urbane fino alle produzioni vascolari più note, tra cui spicca il ceramografo pestano Assteas. «La sensibilità che ha dimostrato il Museo Provinciale di Hebei nell’ospitare questa mostra su Paestum come città del Mediterraneo, è notevole – sostiene il direttore Gabriel Zuchtriegel -. Devo dire che in questo i colleghi cinesi si sono dimostrati più sensibili di molti musei europei che continuano a raccontare la Magna Grecia come un mondo periferico e marginale, laddove rappresenta una delle radici della cultura e del pensiero occidentale». I lavori di allestimento della mostra sono stati seguiti dal personale del Parco Archeologico: i restauratori Franco Calceglia e Raffaele Cantiello e l’archeologo Francesco Scelza hanno lavorato fianco a fianco con i professionisti dell’Hebei Museum per realizzare un’esposizione che esalti il fascino della cultura di Paestum, anche con la riproduzione della Tomba del Tuffatore. E Paestum sbarca in Cina anche sui canali social. Allo scopo di promuovere la mostra e far conoscere le bellezze della città magnogreca con i tre templi dorici meglio conservati al mondo, è stato creato un profilo Weibo del Parco, il social più diffuso sul territorio cinese. Potete visitarlo al seguente link: https://weibo.com/u/6931382972.

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Nel borgo antico di Teggiano le opere di Gualtiero Passani

di Luigi Martino

Sono una quarantina le opere della personale di pittura del maestro Gualtiero Passani esposte nel complesso monumentale della Santissima Pietà di Teggiano, nel Vallo di Diano. Si tratta della prima mostra in Campania, nella prossima primavera approderà a Napoli, del pittore 92enne originario di Carrara. Le opere in mostra percorrono circa 70 anni di arte pittorica di Passani: un excursus espositivo che parte dagli Anni 50′ e si conclude nel 2018 con l’ultimo dipinto realizzata dal pittore intitolato Racconto di Sera. Nella suggestiva cornice gotica della Santissima Pietà, l’itinerario della mostra segue quello creativo del pittore, si possono ammirare i diversi stili e tecniche di Passani con opere su olio su tela, olio su tavola, tempera su cartone, tempera su tavola ed acrilico su cartone. Gualtiero Passani, pittore dinamico, nel corso della sua esperienza artistica è riuscito a conservare un proprio stile pur spaziando dall’impressionismo al futurismo, dall’espressionismo alla metafisica, all’astrattismo, fino all’informale. «In circa 70 anni di lavoro – afferma l’artista – ho cercato di esprimere i miei amori, le mie emozioni, le mie angosce, le mie gioie. L’arte di oggi manca di espressione interiore. L’opera d’arte è quella che racconta l’interiorità dell’artista altrimenti diventa esibizione tecnica, manualità, artigianato e non arte. Invito i giovani artisti ad imparare ad essere liberi e a non copiare tendenze o subire condizionamenti». Curata dal critico d’arte Lorenzo Pacini, la mostra, ad ingresso gratuito ,sarà aperta fino al 15 gennaio 2019 dal lunedì al venerdì (ore16-19), mentre sabato e domenica di mattina e pomeriggio (9-13 e16-19). L’evento espositivo vuole anche essere l’occasione per visitare il centro storico medievale di Teggiano, riconosciuto patrimonio mondiale dell’Unesco , con le sue tredici chiese, i quattro musei e gli altri siti esempi di preziosa architettura religiosa e civile.

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Il mito di Paestum rivive con una mostra dell’artista Sergio Vecchio

di Marianna Vallone

«La pittura, come lo sono le altre pratiche creative, è la soglia di un passaggio che ci conduce all’essenza incantata – dichiara il curatore Massimo Bignardi – è la soglia che dà accesso a luoghi che siano soltanto se stessi, e non altri: Paestum lo è stato per Sergio Vecchio».

Al museo di Paestum, il 19 dicembre, alle ore 17:00, presso la Sala Metope, si inaugurerà una mostra retrospettiva che vuole celebrare l’artista “pestano” Sergio Vecchio. “Nel luogo del racconto” resterà in esposizione fino al 27 gennaio 2019.

La natura e la città, è questo il binomio che tiene insieme le opere, in parte inedite, raccolte in questa mostra che Gabriel Zuchtriegel, direttore del Museo Archeologico di Paestum, ha voluto dedicare all’artista, a meno di un anno dalla sua scomparsa.

La pittura di Vecchio, finanche le prove della fine degli anni Settanta intrese di concettualismo, respira il senso di natura e di città che fa unica Paestum: un luogo abitato dagli dèi che, da secoli, lascia affiorare le tracce, i resti, i ruderi dando il volto di quella città che i coloni greci elevarono in onore di Poseidone.

Ricorda il curatore Bignardi «Sergio inquadrava con lo sguardo i tempi del suo racconto tra pagine di realtà e di fantasia, con figure che assumono i contorni di presenze raffigurate dalla narrazione che è propria del suo registro pittorico, del suo modo di introdurre il colore come sollecitazione emotiva, come suggerimento di uno stato d’animo, soccorso dal segno, quest’ultimo piegato a traccia descrittiva, alle volontà dell’occhio, alle capacità che lo strumento della percezione visiva ha di nominare gli oggetti, seguendo l’indice redatto da Mnemosine».

Nelle opere di Vecchio è, dunque, il territorio il vero protagonista. Un territorio che, nella sua contemporaneità, non può prescindere dal richiamo al passato. Il Museo è il luogo ideale per far dialogare, anche fisicamente, la pittura di Vecchio con l’archeologia e i miti di Paestum.

 

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“Sarà ancora Natale” al teatro Ferrari in scena 50 tra attori, ballerini e cantanti

di Marianna Vallone

L’Ates, associazione Terza Età Spigolatrice, in collaborazione con il Comune di Sapri, con la diocesi di Teggiano Policastro e con l’Istituto comprensivo Santa Croce presenta lo spettacolo musicale “Sarà ancora Natale”, il musical scritto e diretto da Domenico Falabella. Verrà messo in scena il 22 dicembre alle ore 21.00 presso il cineteatro Ferrari di Sapri.

Lo spettacolo musicale, realizzato grazie al supporto dell’amministrazione comunale di Sapri ed in particolare dell’Assessorato al Turismo, vedrà la presenza in scena di oltre 50 persone tra attori ballerini e cantanti con la presenza straordinaria del noto attore cabarettista Franco Guzzo.

Lo spettacolo metterà in risalto il tema degli “ultimi” e di tutti coloro che sono ai margini della società e mai alla ricerca di un “posto in prima fila”. Un musical scoppiettante condito da allegri e spumeggianti balli e musiche natalizie che mira a far riflettere tutti sul vero senso del Natale e sui bisogni dei più deboli. 

Nel corso della serata, nell’area antistante il Cine Teatro Ferrari, gli alunni, i genitori e gli insegnanti dell’Istituto Comprensivo Santa Croce di Sapri allestiranno dei mercatini di beneficienza al fine di raccogliere fondi da destinare alle esigenze caritatevoli della diocesi di Teggiano Policastro. Il ricavato verrà consegnato la sera del 22 dicembre direttamente al Vescovo della Diocesi Antonio De Luca. L’ingresso sarà gratuito.

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Approda a Teggiano la mostra personale del maestro Gualtiero Passani

di Marianna Vallone

Quadro di Passani
Approda nei suggestivi spazi del complesso monumentale della Santissima Pietà di Teggiano, dal 15 dicembre prossimo al 15 gennaio 2019, la mostra personale del maestro Gualtiero Passani. Si tratta della prima tappa espositiva in Campania dell’artista considerato dalla critica uno dei più grandi pittori viventi del XX secolo. A Teggiano sarà proposta la raccolta di una quarantina di opere che condurranno il visitatore a percorrere un emozionante excursus della variegata esperienza artistica del maestro 92enne originario di Cararra. Una carriera di oltre 60 anni quella del pittore toscano che si è caratterizzato per essere riuscito a proporre diverse tecniche: dal disegno alla tempera, all’assemblaggio di vari materiali. Gualtiero Passani, pittore dinamico, nel corso della sua esperienza artistica è riuscito a conservare un proprio stile pur spaziando dall’impressionismo al futurismo, dall’espressionismo alla metafisica, all’astrattismo, fino all’informale. Nel corso della sua lungo percorso professionale ha avuto, tra l’altro, modo di confrontarsi con artisti del calibro Pablo Picasso, Arturo Dazzi, Moses Levy ed Ottone Rosai. «Siamo orgogliosi di poter ospitare – dichiara il sindaco di Teggiano Michele Di Candia – l’arte pittorica del maestro Passani. Abbiamo faticato non poco per assicuraci la possibilità di poter proporre la stupenda collezione di dipinti dell’artista toscano». Le opere esposte a Teggiano, la mostra sarà visitabile tutti i giorni, sono state accuratamente selezionate dal noto critico d’arte Lorenzo Pacini che sarà presente alla cerimonia inaugurale in programma sabato, 15 dicembre alle ore 11,00.  

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Alla Certosa di Padula la mostra dedicata al “Grand Tour”

di Marianna Vallone

C’è stato un tempo in cui la conoscenza dell’Italia, del suo straordinario patrimonio artistico e naturale è stata parte significativa della formazione culturale delle élite di tutta Europa. È da qui che nasce l’idea della mostra il cui nome, Grand Tour, definiva il viaggio di istruzione, intrapreso dai rampolli delle case aristocratiche che aveva come fine la formazione del giovane gentiluomo. L’Italia era una tappa imprescindibile di questo viaggio, che doveva essere fonte di ispirazione per intellettuali, artisti e scrittori, già dalla seconda metà del ‘600, un viaggio che interessò anche luoghi molto vicini a noi come: Napoli, Ischia, Capri, la Costiera Amalfitana, Paestum, la Lucania. Sabato 8 dicembre alle ore 18:30, presso la Casa dello Speziale – Certosa di San Lorenzo a Padula è stata inaugurata la mostra “Grand Tour”, a cura dell’associazione Faq-Totum, con la collaborazione del consorzio Arte’m, del sistema museale MAM – Moliterno e del Comune di Padula; la mostra si avvale dei patrocini della Regione Campania, assessorato al Turismo ed alla Cultura, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Comunità Montana Vallo di Diano. «La mostra – ha dichiarato Antonella Inglese, Presidente dell’Associazione Faq-Totum – che si compone di oli, acquerelli e incisioni realizzati da viaggiatori provenienti da ogni dove, ha la peculiarità di trasmettere “piacere estetico” in chi rivede luoghi e scorci noti attraverso lo sguardo romantico dei “turisti ante litteram” del XVIII e XIX secolo». «Siamo lieti di questa nuova iniziativa che si pone in perfetta sinergia con le attività che come Assessorato alla Cultura stiamo promuovendo – ha dichiarato l’assessore Chiappardo – Un ringraziamento all’Associazione Faq Totum per l’impegno che continuamente dimostra». La mostra sarà visitabile fino al 31 dicembre 2018.

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La Collezione, Sgarbi cura la mostra permanente di Castellabate

di Luigi Martino

Da oggi è possibile visitare La Collezione, una mostra di opere d’arte organizzata dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito (presidente Santino Carta), a cura del direttore artistico Vittorio Sgarbi. La mostra è stata già visitata dal sindaco di Castellabate, Costabile Spinelli. La Collezione comprende già 48 opere di 42 artisti tra i quali figurano nomi di prestigio insieme a nuovi e promettenti talenti. La Collezione è composta dalle sculture che sono state ideate per premiare le personalità alle quali negli anni è stato conferito il Premio Pio Alferano, dalle opere di artisti che hanno vinto i concorsi banditi nel corso delle varie edizioni e da opere che sono state generosamente donate alla Fondazione.  Orari Collezione della Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito – Castello dell’Abate: da dicembre 2018 a luglio 2019, tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15,00 alle 17,00

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Camerota, Gesù nasce nella Grotta della Cala tra conchiglie e spuma marina

di Luigi Martino

Quest’anno Gesù nasce nella Grotta della Cala, in un presepe artistico fatto di conchiglie raccolte a Marina di Camerota. L’idea è di Anna Ferrara, una turista che durante le proprie vacanze nella Perla del Cilento ha raccolto le conchiglie sulla spiaggia e ha deciso di creare quest’opera d’arte. «Ricordo quella mattina nel porticciolo, ad aspettare i pescatori che portavano, tra le reti, migliaia di conchiglie – racconta Anna di Cava de’ Tirreni -. Stefano ed io ne raccogliemmo tantissime, riempendo una valigia. Oggi sono state assemblate in questo presepe». «Tutto è stato studiato nei minimi particolari – continua Anna -. Volutamente non ho rispettato proporzioni e prospettive; gli uomini sono “piccoli” di fronte alla maestosità della natura! Il flusso dell’acqua, la risacca, la schiuma delle onde sono state riprodotte con perline azzurro/blu, con luci solo blu, con brillantini color argento, con ovatta sfilzata. C’è qualche fiore tra le rocce, tra le conchiglie, come quelli che sbucano e sbocciano spontaneamente intorno alla Grotta della Cala. Il Bambinello viene dal mare, come tanti migranti che cercano riparo nella nostra terra; e noi abbiamo il dovere di accogliere perché, se ci diciamo cristiani, diciamo e facciamo ciò che diciamo: “Apri, e ti sarà aperto…”».

Un significato importante dietro l’opera e concetti che s’abbracciano per tenere alti valori che l’artista ha voluto sottolineare più volte. Nel paesaggio marino è stata riprodotta la Grotta della Cala, sito di interesse preistorico e patrimonio mondiale dell’Unesco, testimone della convivenza tra l’uomo di Neanderthal e l’uomo Sapiens. «Le foto di Anna, la sua opera e le sue parole dimostrano il legame forte che i turisti instaurano con Marina di Camerota. L’odore del mare e la bellezza unica dei nostri posti restano dentro anche quando le vacanze estive sono finite» dichiara Teresa Esposito, assessore alla Cultura e all’Amp di Camerota.

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Pompeo, l’ultimo maestro della terracotta: «Nessuno vuole imparare»

di Luigi Martino

La bottega di Pompeo Cammarano è uno scrigno di sogni dove vengono partorite creazioni d’ogni forma e bellezza. Lui ha 59 anni ed è uno degli ultimi maestri della terracotta giù in Cilento. Passeggiando per le strade del borgo medievale di Camerota, ci si imbatte nel laboratorio di Pompeo, nel quale si tramanda da generazioni l’arte della lavorazione dell’argilla che affonda le sue radici nell’Antica Grecia. Si ha così la possibilità di ammirare «u’ cunzàro» (il vasaio) a lavoro e di acquistare oggetti unici nel loro genere. «Ero molto piccolo quando lasciavo tutto e da casa scappavo nello stanzino di mio nonno dove restavo ore ad osservarlo mentre lavorava l’argilla – racconta Pompeo -. Questo è un mestiere molto antico, a Camerota siamo rimasti in due. Vuoi sapere dopo cosa succederà? Nulla, scompare perchè nessuno vuole imparare».

Pompeo ha insegnato quest’arte ai detenuti della casa circondariale di Vallo della Lucania. E’ stato per tre anni insieme a loro. «Dopo un corso intenso e ore di lezioni, c’erano tanti che lo facevano giusto perchè dovevano ma non per piacere – ricorda Pompeo – io che faccio questo mestiere da più di 40 anni ormai, riesco a riconoscere chi davvero vuole apprendere e infatti le mani di un ragazzo mi colpirono molto. Capii subito le tecniche e, appena scontata la pena, uscii dalla cella e mi telefonò. “Voglio imparare, voglio comprare un tornio” mi disse».

I torni sono quegli aggeggi dove prendono forma le creazioni. «Prima erano a pedali, ora invece sono elettrici» spiega il maestro. Sono cambiate tante cose, forse troppe. Gli occhi di Pompeo fanno trapelare nostalgia e, nonostante gli anni, si percepisce la forte voglia di combattere per non far morire quest’arte. «Sono pronto ad insegnare le tecniche ai giovani, venite in bottega, non scappate all’estero, anche qui c’è da fare, guardatevi intorno e riprendete in mano i vecchi mestieri, possono regalarvi il futuro». E l’appello di Pompeo lo ha catturato una giovane ragazza di Pisciotta, lei che si reca in bottega a «rubare» i consigli del maestro.

A Camerota, grazie anche alla terracotta, un’altra forma di turismo è possibile. Non solo mare, dunque. «Gli stranieri che visitano la mia bottega restano sbalorditi – racconta ancora Pompeo – austriaci, tedeschi, svizzeri, francesi, vogliono tutti adoperare il tornio e toccare l’argilla fresca. Pensa che una coppia tornerà in vacanza a Camerota per ritirare due lavoretti che hanno fatto al tornio l’estate scorsa insieme a me, io poi li ho infornati e glieli ho conservati. Mi hanno telefonato più volte».

Prima l’argilla si trovava in grandi quantità a pochi chilometri dalla bottega di Pompeo. «Andavano a cercarla in località Prato, scavavano 7-8 metri e tiravano fuori quella buona. Ora invece la compriamo a Salerno perchè qui non c’è nessuno che vuole andarla a prendere. Qualcosa la creo ancora con l’argilla locale, però questa viene da Sant’Iconio, vicino Sant’Antonio» spiega.

Dal laboratorio si fa presto ad arrivare al suo negozio. Il punto vendita affaccia su piazza San Vito, all’ingresso del paese. Gli scaffali sono pieni di opere bellissime. Pompeo spiega ai visitatori i vari usi che possono essere fatti con quella brocca, oppure con quella «quartuccia». Ci sono contenitori per l’olio, per il vino, posaceneri, vasi, brocche di ogni dimensione, ma anche presepi, animaletti e ceramiche decorate stile vietrese. La moglie di Pompeo, Antonia, è colei che da’ vita e colori alle creazioni. Mano ferma e tempere diverse. Mischia, bagna con l’acqua, sfuma. E’ lei che completa le bellezze pensate dal marito. L’arte di Pompeo è un qualcosa da valorizzare, da far conoscere ma soprattutto da continuare a tramandare. Camerota e il Cilento non possono permettersi di perdere un patrimonio così grande.

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Piano Vetrale, alla scoperta del borgo dei murales

di Marianna Vallone

Piano Vetrale è un piccolo borgo di collina cilentano, frazione di Orria, conosciuto come il Paese dei Murales, che dagli inizi degli anni ’80, ha messo a disposizione i muri esterni delle proprie case agli artisti interessati ad affrescarli. Nel Cilento è l’unico caso di paese dipinto, insieme ad Ottati. Oggi è diventato un museo a cielo aperto con oltre cento murales, grazie negli anni al lavoro e alle attività della proloco con la manifestazione Il pennello d’oro, una iniziativa nata per omaggiare Paolo De Matteis pittore della scuola napoletana del Seicento che dipinse grandi capolavori in tutta Europa. Sfoglia la gallery:
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Museo etnografico di Morigerati, rivivono gli antichi mestieri e l’operosità cilentana

di Marianna Vallone

La fatica e l’impegno, l’operosità e la pazienza. L’antica vita dei contadini, gente di montagna, dei boschi e dei campi, artigiani, fabbri, ciabattini, era scandita dalle stagioni e dal tramonto del sole. E’ stato così per secoli, lavorando la terra con attrezzi che oggi non esistono più. Per non perdere le radici preziose del cuore della società rurale, ben viva fino al Novecento, a Morigerati è nato un luogo che ne coltiva la memoria attraverso gli attrezzi e la ricostruzione di quegli ambienti. E’ il Museo etnografico della civiltà contadina. Non solo storia ma anche bellezza. Guarda il borgo e trova spazio nell’ex convento di Sant’Anna, antico edificio su tre piani abitato dalle suore fino alla metà degli anni ’40. Si trova in via Granatelli in un panorama immerso nel verde ma nel centro abitato. Il museo offre un prezioso viaggio nella memoria tra strumenti di lavoro di altri tempi, oggetti di vita quotidiana di massaie e artigiani. La storia del museo etnografico trova radici nel passato. Clorinda e Modestina Florenzano negli anni ’60 iniziarono a raccogliere gli oggetti della cultura contadina sul territorio tra Morigerati e le contrade rurali di Casaletto Spartano. Due insegnanti elementari che conoscevano i luoghi e le memorie. Nasce nel 1976 come mostra permanente per diventare di proprietà comunale nel 1994. Un impegno durato anni per evitare la dispersione del patrimonio culturale cilentano. Senza saperlo era stata realizzata una vera e propria collezione etnografica, tra le più ricche e ben tenute del territorio. L’esposizione è articolata in dodici sezioni su due piani ed è dedicata al ciclo della produzione di ferro, cera, ceramiche, lino e ciò che rappresenta la maggiore fonte di lavoro di pastori e contadini. Utensili di fogge diverse, falci e un antico telaio, memoria di abili mani che mandano la spola e vedono crescere la stoffa sotto le dita. Molti i lavorati all’uncinetto, biancheria ricamata e teli tessuti a telaio tradizionale, abiti per l’uso quotidiano e cerimoniale. Preziosi alcuni scialli in seta ed un abito matrimoniale nei toni del verde e blu-viola. A Morigerati si coltivava la pianta di lino che era poi lavorata fino a ridurla in fibra tessile. Altri spazi sono riservati alla falegnameria mentre particolarmente interessanti sono gli attrezzi dedicati alla produzione di candele ex voto in cera relative alla Cereria, sorta probabilmente a metà 800 ad opera di un uomo del posto che aveva appreso il mestiere di ceraiuolo soggiornando per tre o quattro anni a Messina e attiva fino agli anni ’40. I manufatti prodotti sono oggetti devozionali: la cera d’api veniva acquistata in occasione della fiera di San Leonzio a Torre Orsaia. Completa la collezione di paramenti sacri e documenti ecclesiastici, una preziosa raccolta di indumenti liturgici non più in uso dopo il Concilio vaticano II. Numerosi paramenti di colori diversi a seconda del periodo e delle specifiche cerimonie. E’ anche esposto un tappeto funebre, un tempo utilizzato nei funerali per accogliere, in chiesa, la bara del defunto. Un’altra parte del museo propone un’esposizione fotografica realizzata dal direttore Luciano Blasco e dedicata agli abitanti del borgo nelle loro case, nei luoghi di lavoro. Un tuffo nel passato semplice e laborioso del Cilento che rivive anche attraverso i racconti e le storie di Elfriede, preziosa custode del museo. Informazioni e contatti per visitare il Museo: 0974 982004 Sfoglia la gallery:
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Basilica pontificia: un incanto d’arte nel cuore di Castellabate

di Marianna Vallone

E’ un’opera d’arte la basilica pontificia di Santa Maria de Gulia a Castellabate, dedicata a Santa Maria Assunta. L’anima storica, lasciato alle spalle il castello, porta verso piazza Perrotti su cui si affaccia l’antico palazzo che ospitò Giacchino Murat nel 1811. Una breve camminata in discesa tra i larghi gradoni, svela un edificio sconosciuto ai più, ma dall’alto valore storico-artistico e architettonico. La basilica potrebbe chiamarsi così in riferimento ad “agulia” il nome medievale dell’aquila per aferesi perché il colle sul quale sorgeva visto dal mare, sembrava un’aquila, ma potrebbe derivare anche da “guglia” che significa cima, vetta. Un edificio possente, oggi duomo di Castellabate, risale alla prima meta’ del sec. XII e fu voluta dal Beato Simeone Abate V della Badia di Cava, successore di San Costabile Gentilcore, fondatore di Castellabate, lo stesso che diede inizio alla costruzione del castello. Costruita inizialmente a due navate secondo lo stile Romanico, subì una prima trasformazione nel XV secolo con l’aggiunta di cappelle gentilizie. Rimaneggiata barocca, alla fine del XVIII secolo subì la distruzione di affreschi e del porticato. Oggi, dopo lunghi restauri, ha riacquistato l’aspetto originario conservando la sua preziosa bellezza. La basilica su tre navate conta 23 cappelle dedicate a vari santi, tra i quali Santa Sofia, San Lorenzo, San Giacomo, Santa Caterina, San Nicola e anche all’abate Michele De Tarsia che è la più antica. L’altare è realizzato ad intarsio fiorentino e nelle pale è rappresentata la Madonna del Rosario con i 15 misteri. In fondo alla navata sinistra si trova il busto di San Costabile realizzato nel 1662 dal’orafo Aniello Treglia, uno degli artisti del tesoro di San Gennaro. Degno di nota il dipinto con San Michele Arcangelo rappresentato con una mano che impugna una lancia con la cui punta trafigge il corpo di una ammaliatrice. Una tavola realizzata da un anonimo che doveva essere un monito ai fedeli, di non farsi confondere dalle sollecitazioni esterne. Di indiscutibile bellezza il pavimento maiolicato del battistero risalente al XV secolo che presenta decorazioni con profili umani e scritte allegoriche di sapore targo antico. La chiesa conserva una fonte battesimale in marmo del XVI secolo. L’opera di maggiore rilievo è il polittico del 1472 di Pavanino da Palermo, che raffigura la Madonna con bambino in trono, con san Pietro e san Giovanni ai lati, mentre sulla cimasa sono riprodotte la crocifissione e due scene dell’annunciazione. Per l’intenso culto mariano e i tesori artistici che la basilica conserva, particolarmente per questa opera, importante per la conoscenza della pittura quattrocentesca dell’Italia meridionale, la chiesa è stata elevate a Basilica Pontificia minore con lettera Apostolica del 2 agosto 1988. Sfoglia la gallery:
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