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Nonna Rosetta e la campagna social a Milano per «restare a casa»

di Redazione

di Pasquale Sorrentino

Nonna Rosetta, la nonna più famosa del web, e Casa Surace stanno portando avanti con il Comune di Milano una campagna di sensibilizzazione per far stare a casa le persone che sono in giro senza motivazioni importanti. Così il viso buono ma anche minaccioso nel momento del bisogno di Nonna Rosetta è sui cartelloni pubblicitari per chiedere a chi sta in giro di tornare a casa, e per ringraziare, invece chi sta in giro per qualche buon motivo.

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Longevità, i centenari del Cilento sbarcano a Milano

di Marianna Vallone

I centenari del Cilento sbarcano a Milano. In piazza Fontana, nello show-room “Spazio Campania”, dove si terrà il convegno “Cilento, terra di centenari”. Un importante evento di promozione turistica organizzato dal Gal Casacastra in collaborazione con la Regione Campania e Rete Destinazione Sud. Introdurrà i lavori il giornalista Vincenzo Rubano. Seguiranno i saluti del sindaco di Cuccaro Vetere Aldo Luongo,  del presidente del Gal Pietro Forte e del presidente di “Rete Destinazione Sud” Michelangelo Lurgi. Interverranno Carmine Pacente, presidente Commissione Affari Europei, Internazionali e post Expo del Comune di Milano, il professore Salvatore Di Somma, coordinatore del progetto di ricerca sulla longevità nel Cilento, Barbara Meggeto, presidente Legambiente Lombardia, Michele Bonomo di Legambiente Campania, il pizzaiolo Paolo De Simone e il consigliere regionale della Campania Franco Picarone. A seguire verrà inaugurata la mostra fotografica “100 di 100 Vite centenarie del Cilento” curata dal fotografo Danilo Malatesta. L’evento si terrà lunedì 25 novembre. (Sfoglia la gallery della presentazione a Roma) «Il nostro obiettivo – ha spiegato Aldo Luongo, sindaco di Cuccaro –  è promuovere il nostro territorio, sostenere  le aziende agricole, i prodotti a chilometro zero, le imprese locali e soprattutto lo stile di vita dei nostri nonni. È necessario custodire i valori di un tempo e farli conoscere alle nuove generazioni».  Il lavoro è collegato tra l’altro al Progetto di Ricerca Scientifica C.I.A.O. sullo studio della longevità nel Cilento – che vede coinvolte le Università di San Diego in California, la Sapienza di Roma e Lund di Malmoe in Svezia. «L’evento a Milano – ha spiegato Pietro Forte, presidente del Gal Casacastra – è un’occasione importante per far conoscere la nostra realtà anche fuori dal contesto regionale. Lo stile di vita dei nostri nonni è studiato in tutto il mondo e ci rende unici dal punto di vista della longevità. Soprattutto in America vogliono capire perché nel Cilento si vive a lungo. Vivere bene significa anche una importante diminuzione dei costi sanitari».

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Da Zero «non lavora Carmelo»: campagna sensibilizzazione sceglie pizzeria cilentana

di Luigi Martino

«Il nostro locale di Milano è stato selezionato come testimonial del progetto #quinonlavoracarmelo, una campagna che ha lo scopo di alzare la voce contro la cattiva condotta dei ristoranti, contro gli abusi e i soprusi psicofisici perpetrati verso gli addetti ai lavori da parte dei propri titolari e, non meno importante, contro la scarsa qualità dei cibi. Una campagna di sensibilizzazione destinata alla #gastronomia, dunque, che vede premiate le migliori 10 pizzerie di ogni più grande città italiana». Lo rendono noto i titolari di ‘Da Zero‘ attraverso i propri canali social ufficiali.  Qui non lavora Carmelo è un progetto che lega visceralmente il mondo della scrittura con l’immensa e affascinante realtà della gastronomia italiana. Lo scopo di questa campagna è alzare la voce contro la cattiva condotta dei ristoranti, contro gli abusi e i soprusi psicofisici perpetrati verso gli addetti ai lavori da parte dei propri titolari e, non meno importante, contro la scarsa qualità dei cibi. Il progetto investirà dapprima 10 città italiane in cui verranno premiate, in ognuna di queste, le migliori 10 pizzerie nei panni di ambasciatrici e portavoce del messaggio a cui si ispira l’iniziativa.Qui non lavora Carmelo è uno slogan humor legato al racconto di narrativa #unagiornataquasinormale, e ha lo scopo di sottolineare che all’interno di queste attività d’eccellenza non esiste nessun Carmelo, protagonista in negativo del racconto e icona rovinosa della ristorazione italiana.

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Gloria e Lorenzo, il matrimonio è a Milano ma sembra di essere a Morigerati

di Marianna Vallone

Gli sposi Gloria e Lorenzo

Amici e parenti sorpresi e incantati: il matrimonio è in provincia di Varese ma a tutti sembra di essere stati catapultati nel Cilento, nel piccolo borgo di Morigerati. Se è vero che «al Sud piangi due volte, quando arrivi e quando te ne vai» è vero anche che per qualcuno rinunciare alle origini è quasi impossibile. Così Gloria e Lorenzo, neo sposini lombardi, ieri hanno coronato il loro sogno d’amore prima nella chiesa di San Lorenzo di Parabiago, in provincia di Milano, dove ha vissuto la sposa, e poi hanno accolto gli invitati per una festa in un ristorante di Mainate in provincia di Varese.

Qui la sorpresa: il tema scelto è Morigerati, paese di origine della sposina, giovane insegnante, nata al Nord ma con il cuore nel paese dove i suoi genitori Anna e Andrea sono nati, cresciuti e dove si sono innamorati tanti anni fa. Lorenzo, invece, è di origini pugliesi, ma tra i suoi luoghi del cuore, come per Gloria, c’è Morigerati. Via Chiesa, via Roma, via Racuglia, piazza San Rocco, Museo etnografico, Pietra grande, Castello e Piazza Piano la Porta: il tableau de mariage è con la mappa del paese.

Gloria e Lorenzo hanno fatto così, e i tavoli sono le strade e i posti più significativi. Nei nomi dei tavoli, nei segnaposto, nei centritavola, insomma in tutto ciò che riguarda l’allestimento del ricevimento, gli sposi si sono sbizzarriti con la fantasia, fino alla scelta della torta nuziale sulla quale è stata riprodotta fedelmente la chiesa di San Demetrio, luogo del cuore di tutti gli abitanti che almeno idealmente erano tutti in provincia di Varese, nel ristorante di Mainate, a festeggiare orgogliosi l’amore, quello semplice e romantico di Gloria e Lorenzo

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In bici dal Cilento e Milano per la sicurezza sul lavoro

di Luigi Martino

Mille chilometri in bici attraverso l’Italia per ricordare chi ha perso la vita sul posto di lavoro. ‘Mille’ perchè tanti sono i morti sul lavoro ogni anno in Italia. Si chiama #Girolevitespezzate il progetto di Domenico Nese, 46 anni, geometra, vicesindaco di Ogliastro Cilento che partirà dal suo paese il 28 aprile prossimo, giornata mondiale della sicurezza sul lavoro, e pedalerà fino a Milano, dove conta di arrivare il 17 maggio dopo aver fatto tappa in diversi paesi e città portando ovunque il messaggio di «una nuova cultura della sicurezza sul lavoro». Sperimentando una bici speciale, con caratteristiche utili per la riabilitazione in ambito cardiovascolare, percorrerà strade che lo porteranno in piccoli centri come Nola, Maddaloni, San Felice Circeo, Aprilia e in città più grandi come Grosseto e Pisa, tutti luoghi simbolo perchè scenari di recenti tragici incidenti sul lavoro. All’arrivo di ogni tappa sarà accolto dai rappresentanti dell’amministrazione comunale, che «promuoveranno eventi sui temi della prevenzione e della sicurezza sul lavoro – racconta Nese – insieme ad associazioni di settore, familiari delle vittime e sindacati». L’iniziativa nasce, fra l’altro, in collaborazione con Uiltec, il sindacato dei lavoratori dell’industria tessile, dell’energia e della chimica.

Il Comune di Milano ha abbracciato in pieno la causa: il 17maggio, proprio in occasione dell’arrivo di Nese nel capoluogo lombardo, tappa finale del #Girolevitespezzate, l’assessorato alle Politiche del Lavoro promuoverà una tavola rotonda sul problema della sicurezza sul lavoro. Per percorrere i 1000 chilometri Nese non utilizzerà una bici comune ma sperimenterà una ‘due ruote’ che potrebbe rivelarsi utile in ambito di riabilitazione cardiovascolare. E’ del tipo a pedalata assistita, ma dotata di un software in grado di gestire la potenza di spinta del motore (da 250 Watt) in base alla frequenza del battito cardiaco: si imposta il range entro cui il battito cardiaco deve restare e il motore aumenterà di potenza, aiutando la pedalata, man mano che il battito si avvicinerà al limite superiore, con il continuo controllo del ciclista.

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Mirko, un cilentano a Milano. La missione? Sconfinare tipicità

di Marco Santangelo

Lo scorso novembre, nella sempre più cosmopolita e imprenditoriale città di Milano, tra le stradine di zona Moscova, alzando di poco lo sguardo i cittadini hanno subito adocchiato una scritta alquanto insolita capeggiare su un vasto e semplice sfondo bianco: Li Mastri, belli buoni e cilentani. Può anche essere che in una città come Milano il lemma clientano ‘li mastri’ non sia di facile intuizione, ma alla lettura di ‘cilentani’ molto probabilmente le meraviglie della nostra terra tornano subito alla mente grazie a qualche vacanza nelle zone costiere o anche solo grazie ad una fotografia. Inutile dirlo che il Cilento non sia solo paesaggi mozzafiato e spiagge da bandiere blu, ma anche un posto in cui le specialità culinarie tradizionali toccano vette altissimi. Ed è stato proprio su questo che ha fatto leva il giovane Mirko Gorrasi assieme al padre Bruno. Un unico obiettivo: sconfinare la cucina cilentana in territorio lombardo. Il Giornale del Cilento ha così preso i contatti con Mirko per conoscere meglio la sua storia ed esperienza.
Mirko Gorrasi nasce a Milano nel 1993 da genitori entrambi del Cilento e Vallo di Diano, la madre di San Rufo e il padre di Villa littorio. Lo scorso aprile Mirko si laurea in International Management, curriculum marketing internazionale e dopo tre esperienze di lavoro in ben tre grandi multinazionali, si rende conto che la sua strada era un’altra. «Per carità il marketing e comunque qualcosa che mi fa emozionare –  spiega – ma se lo faccio per un mio progetto ha un altro sapore».
Come mai hai deciso di  iniziare questo cammino assieme a tuo padre?
Mio padre ha 58 anni e dopo 40 anni nel mondo della ristorazione, di cui 30 da chef di cucina, ha deciso di intraprendere questo progetto partito da me. Il suo intento è proprio quello di mettere la sua esperienza e professionalità a disposizione dei prodotti e ricette cilentane, per farle conoscere qui a Milano.
Perché la cucina cilentana e perché Milano?
Sarà stato l’amore per il paese d’origine dei miei genitori che mi è stato trasmesso sin da piccolo. In Cilento ho ancora la nonna e alcuni zii e appena posso vado subito a trovarli. Possiamo dire che in media ho trascorso 3 mesi all’anno giù e devo ammettere che ogni volta che tornavo su a Milano, una lacrimuccia scendeva sempre anche se la nascondo.
Quindi il nostro amore per quella terra e per questi prodotti che non hanno eguali ci hanno spinto in questa direzione. Per noi è sempre una grande emozione quando qualcuno assaggia le nostre ricette che magari prima non conosceva. Ovviamente, abbiamo scelto Milano perché è la città che ha accolto i miei genitori tanti anni fa ed è la stessa città in cui ho vissuto gran parte della mia vita. Inoltre, negli ultimi anni sta dando molto spazio all’enogastronomia poichè c’è una clientela adatta e capace di apprezzare le eccellenze che portiamo dal Cilento.
Il nome ‘’Li Mastri” a cosa è dovuto?
Con il termine mastro nel nostro dialetto viene identificato un esperto di un una specifica materia artigiana. Per onorare dunque la nostra esperienza e l’amore con cui trattiamo i nostri prodotti abbiamo deciso di chiamarci così, proprio per far capire subito che noi facciamo le cose seriamente.
Qualche piatto o prodotto tipico cilentana che si può degustare nel tuo ristornante?
I f’rrcieddi (fusilli al ferretto con ragù cilentano), la maracucciata, Cicci mmaretati, cannolo cilentano. Con la stagione delle melanzane introdurremo anche le muligname mbuttunate e lampanedda prenda con la ciambottola.
Perché non aprire un ristornate in Cilento?
Non abbiamo aperto in Cilento perchè il nostro obbiettivo è proprio quello di far conoscere fuori il nostro territorio che ancora è poco noto. Infatti, molti ci scambiano per salentini. 
Progetti per il futuro?
Ovviamente abbiamo in programma un piano di sviluppo con il quale spero di poter portare anche fuori dall’Italia un po’ di Cilento e dargli sempre più voce.

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‘Forza e libertà. Attraverso Alda Merini’: il nuovo libro della scrittrice Ivana Leone

di Marianna Vallone

Cilentana, classe ’87, Ivana Leone nasce ad Agropoli ma vive a Roccadaspide fino all’età di diciotto anni. Oggi vive e lavora a Milano dove, oltre ad insegnare in un liceo scientifico, si dedica alla scrittura e all’arte. E’ nel paese che l’ha vista crescere che domenica 3 febbraio presso l’hotel Panorama è stato presentato il suo nuovo libro: “Forza e libertà. Attraverso Alda Merini”.

«Questo saggio rappresenta me stessa, attraverso il mio “grido” di libertà e follia. Non è la prima volta che parlo di follia; già nella mia pubblicazione del 2016, “Anima e follia”, viene fuori questo argomento rivolto sempre alla libertà di espressione attraverso, però, una raccolta poetica. Chi mi conosce bene sa quanto io tenga alla libertà e alla realizzazione personale e quanto sia vicina a quelle donne che spesso hanno paura di lottare per un sogno. Il mio è un invito, a guardarsi dentro, a lottare per ciò che si desidera e si vuole davvero».

Con una laurea in Lettere Moderne, la specializzazione in filologia moderna e un master in giornalismo, Ivana decide che i tempi sono fecondi per iniziare a scrivere qualcosa di proprio pugno: nasce così il suo primo libro, “Anima e follia” (2016), una raccolta di poesia che la “inizia” al mondo della scrittura.

Ivana torna, oggi, con un nuovo tomo, in bilico fra il saggio e il testo poetico, dedicato a Alda Merini e, più in generale, alla libertà d’espressione, una sorta di invito alle donne ad “osare”, oltre quelli che sono i limiti imposti dalla società“Forza e libertà. Attraverso Alda Merini”.

«Questo saggio nasce in seguito al mio trasferimento a Milano. In questa grande metropoli nulla ti è dovuto e tutto ciò che desideri te lo devi sudare. Ancora ricordo il primo giorno in cui ho messo piede in piazza Duomo. Il senso di spaesamento era grande e incolmabile ma la libertà che ho sentito addosso, sulla mia pelle, non si può spiegare a parole. È stato qualcosa di intenso, magico, diverso. Ho immediatamente pensato “Ecco, da qui voglio ripartire, da qui voglio realizzare i miei sogni e devo impegnarmi al massimo”. Ho sentito talmente forte il profumo della libertà che ho pensato immediatamente alla poetessa dei navigli. Eh, si! Proprio lei; nel 2012 ero già stata a Milano per lavorare alla mia tesi di laurea “Il tema della follia nella letteratura italiana” quando all’improvviso ho sentito la “chiamata” di Alda. Mi sono recata lungo i navigli, ho passeggiato nella sua Milano, che purtroppo non sempre l’ha amata, e di getto ho iniziato a scrivere. E così, come un fiume in piena, pian piano è nato il mio nuovo lavoro. Inizialmente ho scritto dei versi dedicati alla Merini ma poi mi sono resa conto che la “signora della poesia” meritasse di più e così mi sono soffermata sulla sua storia di donna, di madre, di moglie e tutte le difficoltà che ha avuto per esprimere se stessa e la sua natura di donna libera».

Pubblicato da Edizioni Argolibro, l’autrice dice: «La voglia di divulgarlo è tanta ma semplicemente per lanciare un messaggio, per riflettere, per capire che la cultura può aprire le nostre le menti e non solo… ed io lotterò sempre per questo».

PAGINA FACEBOOKhttps://www.facebook.com/Ivana-Leone-1790546554506746/ L’ARGOLIBROhttp://largolibro.blogspot.com/

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Il Leone di Caprera non può e non deve ritornare a Marina di Camerota  

di Maurizio Troccoli

Ci sono cose che, proprio come accade con i figli, è bene lasciarle volare. Te ne accorgi quando il tempo compie la sua missione restituendoti, con generosità, quanto ti ha tolto. Anche la comunità di Camerota ha un figlio caro, il cui destino l’ha prima dirottato a solcare i mari, per poi destinarlo alla storia gloriosa della Scienza e della tecnologia italiana. É il Leone di Caprera, quel battello di dieci metri, il primo nella storia per questa tipologia, ad aver attraversato l’oceano, grazie al coraggio, di un marinaro Pietro Troccoli. La storia di questo battello inaffondabile, che valse a consegnare a Garibaldi la firma di tanti emigrati in Uruguay, come quella del suo marinaio, è nota. Altrettanto è nota la volontà di questa comunità di riprenderselo, cioè di riportarlo a Marina di Camerota, come  accaduto in passato. Ma sarebbe un errore. Oltre che un velleitario, ancorché giustificato, bisogno di possesso, determinato da un autentico senso di appartenenza. Sono anche io, per lontani legami familiari, un discendente di quel Pietro Troccoli, e ancor di più sono legato a suo nipote, mio zio, Orlando Troccoli, che più di ogni altro ha lottato per salvare dall’obblio quel battello, riuscendo, con la collaborazione di molti, tra cui un riconosciuto maestro d’ascia, Aurelio Martuscelli, e amministratori locali dell’epoca, persino a portarlo a Camerota, oltre che salvarlo dalla corrosione del tempo. Quella battaglia durata decenni, a mio avviso, ha oggi partorito i suoi migliori frutti. 

Il battello è restaurato e collocato nel luogo più prestigioso che si possa immaginare. C’ho fatto visita in questi giorni, in compagnia di mio padre e, sentimentalmente, di mio zio Orlando. Ho provato un sentimento indescrivibile di orgoglio ma anche di gratitudine alla vita per il fatto che sia andata così. Il nome di quel nostro glorioso antenato, quello del mio paese, sono nel museo nazionale italiano della scienza e della tecnologia. Ogni lontano desiderio di possesso è immediatamente evaporato dalla mia immaginazione quando ho visto visitatori di tutto il mondo fare visita alla goletta, leggere quelle targhe, conoscere quella storia e accostarla a quella dei più prestigiosi cimeli e personaggi dell’ingegno italiano. Ho pensato che in fondo mio zio non sognava altro, ovvero il massimo riconoscimento che si potesse tributare a quelle leggendarie imprese. Ora però il desiderio di possesso, di rivedere il battello nel nostro paese, potrebbe essere sostituito da una ambizione ben più grande, quella cioè di costruire, a Marina di Camerota, il racconto sul perché l’Italia intera ha messo la nostra storia in copertina. E si può fare con un museo. Una casa museo, ad esempio quella che ripropone la vera abitazione di Pietro Troccoli, una volta individuata, magari anche grazie a una tesi universitaria o una borsa di studio. Un museo itinerante tra Marina di Camerota, Palinuro, Montevideo, in grado di ricostruire i luoghi di Pietro Troccoli. Una raccolta delle memorie e degli oggetti che di quella storia conservano frammenti. E ancora la ricostruzione narrata, o scritta alle pareti, del diario di bordo della traversata, gemellaggi culturali con i luoghi di appartenenza di Fondacaro e Grassoni, gli atri due marinai dell’impresa. Si potrebbe pensare alla proiezione di video storici come quelli che ritraggono il recente passato della Leone di Caprera a Camerota, o gli episodi più remoti. O ancora una videocamera web connessa in Live con il museo della Scienza e tecnologia di Milano a testimonianza di un abbraccio indissolubile tra noi e il battello. E infine la ricostruzione fotocopia della barca, magari proprio ad opera del maestro d’ascia che compì il miracolo di quel viaggio che difficilmente sarebbe stato compiuto altrimenti. 

Una nuova Leone di Caprera, magari sezionata in lungo e ricomponibile, costruita per essere visitata dal suo interno e dall’alto, così da apprezzare quelle opere di ingegneria marina che oggi la portano tra i battelli più incredibili della storia della marineria italiana. Chissà quante altre idee ancora è in grado di partorire il sogno di un museo del Leone e di Pietro Troccoli a Camerota. Credo che sul ritorno del battello siano maturi i tempi per un ripensamento e che l’occasione di raduni e approfondimenti sul tema possano contemplare nuove ipotesi ben più fattive. Sul punto mi piacerebbe conoscere il parere del sindaco e della sua amministrazione, tenuto conto del fatto che già in diversi si sono espressi favorevolmente. A proposito di figli: ad averne uno nell’olimpo sarebbe quantomeno ingeneroso richiamarlo tra gli ‘anelli’ inferiori. Ben più valoroso sarebbe l’impegno per la sua memoria e valorizzazione. A partire dal buon proposito di fare visita al museo di Milano. Così da poter ripartire per una avventura nuova, magari avvincente, assolutamente concreta, che nulla toglie a nessuno, e tanto di imprevedibile, aggiunge a chiunque ne sia o voglia diventarne protagonista.

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Il Leone di Caprera esposto a Milano

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Cori razzisti a difensore Napoli, squadra cilentana: «Siamo tutti Koulibaly»

di Luigi Martino

«Per me Inter-Napoli iera andava sospesa per i cori razzisti verso Koulibaly, e infatti gli uomini della Procura hanno segnalato ai funzionari dell’ordine pubblico e al quarto uomo che la squadra partenopea chiedeva lo stop». Giuseppe Pecoraro, al telefono con l’Ansa, spiega la posizione della Procura Figc su quanto avvenuto al Meazza ieri sera, mercoledì, nel corso della partita vinta dai neroazzurri sullo scadere per una rete a zero. «La decisione – ribadisce – non spetta a noi ma all’ordine pubblico d’intesa con l’arbitro. Per quel che ci riguarda, è in corso la comunicazione dell’accaduto al giudice sportivo». All’indomani dell’episodio, tralasciando le indagini e le beghe burocratiche, sono diversi i volti noti dello sport e della politica che si sono schierati al fianco di Kalidou Koulibaly, il difensore senegalese del Napoli che è stato preso di mira da una fetta del Meazza con i soliti «buuuu» indirizzati ai calciatori di colore. La solidarietà arriva anche dal Cilento. I calciatori, lo staff tecnico e la dirigenza dell’Asd Centro Sportivo Lentiscosa, squadra che milita nel campionato di seconda categoria campana, ha dimostrato la propria vicinanza al calciatore postando sulla propria pagina ufficiale di Facebook una frase eloquente: «Noi siamo Koulibaly» accompagnata dall’hashtag #respect. 

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DaZero, a Milano non solo pizza: il locale è vetrina per Cilento 

di Luigi Martino

Entri. Ti accomodi. E se non conosci il Cilento, qui t’accorgi subito che è un territorio straordinario, immerso tra natura incontaminata e tradizione, dove menti giovani s’incontrano e partoriscono cose così. Una tradizione forte che parte dall’idea di tre ragazzi di Vallo della Lucania, s’ingrandisce giorno dopo giorno e conquista la città ai piedi della Madonnina. Milano, Cilento e DaZero: sei occhi che si guardano ed è subito amore. Amore per il cibo buono e per le cose belle. Un senso di appartenenza forte. Una Cilentanità possente che s’incunea su corso Magenta e trova rifugio in un locale pieno di facce stupefatte e sapori veri. Carmine Mainenti, Paolo De Simone e Giuseppe Boccia hanno aperto il primo locale a Vallo della Lucania qualche anno fa. Pizza e territorio. Radici che affondano nella tradizione rurale Cilentana. Un concept nuovo. Una idea rivoluzionaria che a mangiarla oggi, una pizza così, sembra quasi scontata avercela di fronte. E invece dietro c’è tutto. Sotto al palato avverti l’odore del mare e capisci quanto siano belle le rughe di quei pescatori che ancora solcano i mari delle aree marine protette di Camerota e Castellabate a bordo delle lampare e di quei gozzi in legno testimoni di tempi lontani. E ancora: le mani sporche di terra dei contadini che sorreggono intere famiglie, le “cofane” sul capo delle nonne sinonimo di sacrifici, la menaica e il tonno sott’olio Aura. Tutto quello che i pizzaioli disegnano su questi quadri rotondi che vengono serviti ai tavoli, è figlio della nostra terra, del Cilento.
La pizza di DaZero
Benigni e Borriello (due degli ultimi passati da qui) si scattano un selfie per parte: a Cadorna e a Brera. DaZero a Milano si è sdoppiato. Nasce il primo, poi il fratello. Un po’ più chic, ma con lo stesso racconto. Dissapori ha inserito DaZero tra le prime 7 pizzerie di Milano. Le stesse meraviglie, ora, le trovi a Matera, Capitale della Cultura 2019 e, prima ancora, capitale della Lucania che un tempo abbracciava anche noi, il Cilento. Figli della stessa mamma. Un po’ come questi giovani che lavorano dalla Lombardia alla Basilicata. Esempio è Vincenzo Ricchiuti, che a Cadorna accoglie i clienti provenienti da ogni nazione del mondo e, prima del menù, a tavola gli serve una buona razione di Cilento. Quello vero. Racconta storie, mostra le foto del territorio e va a finire quasi sempre che chi si è seduto con la sola idea di gustare un’ottima pizza, va via con la voglia incredibile di raggiungere il mare cristallino e la macchia Mediterranea tra il fiume Alento e il Golfo di Policastro. Insomma, che la pizza di DaZero sia tra le più buone dello Stivale, non c’è assolutamente alcun dubbio. E a dirlo non siamo di certo noi. Ma chi con queste cose ci lavora, le racconta ogni giorno. Noi però vi abbiamo raccontato una storia inaspettata, che si è presentata sulla strada di un nostro corrispondente quasi per caso e che ci ha dato la possibilità di sperare ancora, una botta di fiducia. Ora il Cilento è una realtà affermata. I nomi dei paesi, pezzi che compongono un puzzle straordinario, sono disseminati un po’ ovunque. E dietro al logo bianco che si staglia sulle vetrine delle pizzerie di questi ragazzi nati alle pendici del monte Gelbison, c’è un racconto che serve un po’ a tutti qui giù. Serve tanto, davvero. E funziona.
  • La pagina Facebook della catena DaZero
Giuseppe Boccia, ideatore e fondatore
La pizza di DaZero
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