Tragedia Ciclope, messa per Crescenzo. Don Gianni: «Camerota non è popolo che balla su morti»

«Con questa santa messa la comunità dei figli di Dio e di Marina di Camerota vuole offrire in maniera semplice e generosa il contributo della sua preghiera, della sua fede, della sua speranza e della sua fratellanza e dell’amicizia cristiana alla famiglia del caro Crescenzo». L’omelia di don Gianni Citro inizia con queste parole nella chiesa gremita di Sant’Alfonso in piazza San Domenico a Marina di Camerota. Sono le 19 e qualche minuto. Tra i banchi non c’è più posto già da un pezzo. Da Varcaturo, paese in provincia di Napoli che ha visto crescere Crescenzo, sono arrivati gli amici, i parenti, mamma Anna e papà Antonio. Il 10 settembre è esattamente un mese che, quel giovane 27enne, che amava tanto trascorrere le vacanze in compagnia degli amici nel piccolo borgo marino cilentano, non c’è più. Nella notte di San Lorenzo un masso lo ha ucciso «in quella grotta maledetta trasformata in discoteca». Così l’ha definita il sacerdote. La grotta alla quale si riferisce è quella del Ciclope che ora è sotto sequestro. La magistratura di Vallo della Lucania ha apposto i sigilli. Il capo procuratore Grippo ha iscritto nel registro degli indagati il nome del sindaco di Camerota, Antonio Romano, del proprietario della discoteca, Raffaele Sacco, e di due tecnici di Caserta. Omicidio colposo è l’ipotesi di reato. Gli indagati hanno ricevuto l’avviso di garanzia notificato dai carabinieri e la diffida del sacerdote, tramite dichiarazioni fornite alla stampa, «dal non prendere parte a liturgie». Il sindaco di Camerota, questa sera, alla messa c’era. Seduto tra i banchi. Dall’altro lato erano presenti anche i consiglieri di minoranza: Guzzo, Scarpitta e Del Gaudio.

In chiesa, questa sera, il papà e la mamma si sono accomodati tra i banchi in prima fila, quelli prossimi all’altare. Anna indossava gli occhiali a specchio di Crescenzo, quelli con le lenti a specchio di colore verde. Antonio, invece, fissava don Gianni e annuiva ascoltando le sue parole. «La fede è lotta contro le tenebre – ha detto il prete durante la messa – ed è testimonianza di trasparenza, di lealtà, di amore per la verità. Se la fede non è questo, non è niente, è una menzogna, è un inganno». «Non è poco quello che possiamo donarci gli uni e gli altri – ha continuato don Gianni – perchè dopo, se non lo facciamo da cristiani, rimane complicatissimo farlo in altre vesti, in altri ruoli e in altri luoghi». Il parroco continua la sua omelia. La folla, che occupa per questioni di spazio anche il sagrato che affaccia sulla piazza centrale del paese, ascolta impietrita. «Cristianamente – prosegue il sacerdote – quando diamo solennità ad un evento gli diamo importanza e significato, non creiamo un vago cerimoniale, inutile a chiunque, inutile soprattutto ad una mamma e ad un papà che sono venuti qui a condividere con questa comunità il pianto, il lutto, il dolore immenso per la perdita di un figlio. I cerimoniali non servono a niente, le cose che servono sono i gesti dell’animo, sono i gesti di condivisione che non fanno sentire sole e abbandonate le persone, ma le fanno sentire parte di una grande famiglia. Perciò stiamo ricordando Crescenzo non attraverso una cerimonia fatta di poesie e di memorie vaghe, ma fatta di preghiera».

Le indagini intanto proseguono e sono concentrate sul masso. Quel masso che è stato occultato da qualcuno. Non si sa ancora il perchè. Ma gli inquirenti sono concentrati a capire che fine abbia potuto fare l’oggetto che ha ucciso Crescenzo. E il masso è anche al centro dell’omelia, come la dinamica dell’incidente. «Non è tollerabile che l’ultima immagine di questo ragazzo – dice il prete – sia quella scena di un giovane di 27 anni steso sul pavimento di quella maledetta caverna sepolto da un cumulo di pietre. L’immagine che vogliamo ricordare è un’immagine di vita». La comunità di Camerota si è stretta fin dal primo giorno intorno alla famiglia di Crescenzo, «a differenza del sindaco – ha sottolineato a più riprese Antonio Della Ragione nei giorni che hanno succeduto la scomparsa del figlio – che non si è fatto mai vedere e non ha dimostrato vicinanza e cordoglio». «Marina di Camerota – ha sottolineato questa sera don Gianni – non è un paese che abbandona i morti per strada, Marina di Camerota non è un popolo capace di ballare sul cadavere di un giovane di 27 anni, Marina di Camerota è un popolo che si prende cura dei suoi morti». Poi si rivolge a chi «poteva interrompere la musica ma non l’ha fatto» e conclude: «Chi non ha avuto la statura morale e il senso di responsabilità civica di interrompere la musica , si deve vergognare di comparire in pubblico». 

Al termine della celebrazione religiosa, sull’altare sono salite due amiche di Crescenzo. Hanno letto due lettere. Si sono commosse e hanno fatto commuovere tutta la platea: «Grazie Crescenzo ora siamo sicuri che con il tuo sguardo vispo starai guardando tutti da lassù». Un lungo applauso e poi Antonio, il papà del 27enne, ha ringraziato il popolo di Camerota e don Gianni al quale ha consegnato un disegno fatto da Crescenzo alle scuole elementari grazie al quale lo studente napoletano aveva vinto anche un premio sulla legalità. «Legalità, appunto – ha esclamato Antonio Della Ragione – questo disegno lo consegno a don Gianni e aggiungo solo una cosa, il mio Crescenzo è morto tre volte, me lo hanno ucciso tre volte. Ce l’ha ucciso quella pietra, ce l’ha ammazzato quelle mani che hanno tolto quel sasso, quel giuda, e una terza volta, poi, a distanza di ore e di giorni, Crescenzo è stato ammazzato dell’indifferenza delle istituzioni».

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