“Violata”, 5 storie di vittime di violenza chiudono il Festival MonoDrama

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Aina, Carol, Giuseppina, Fatima, Violeta… Cinque vissuti, cinque donne piene di dolore ed appartenenti a mondi diversi, che sono state oltraggiate nella loro persona, dignità e libertà. A breve distanza temporale dalle sacrosante manifestazioni che hanno appena animato il 25 novembre, arriva dalla Cooperativa Culturale la Cantina delle Arti l’invito a continuare a tenere sotto i riflettori, senza sosta, la piaga della violenza sulle donne. Un invito che sarà rivolto per i mesi a venire attraverso unospettacolo teatrale dal titolo emblematico, “Violata”, che non a caso racchiude anche un emozionante omaggio a Violeta, una delle vittime recenti di questa piaga nel Vallo di Diano.

La violenza, purtroppo, è diventata un’abitudine, uno spettacolo di massa che rende invisibili gli abusi che ci scorrono accanto ogni giorno. Perché si tratta di un “bisogno” atavico dell’uomo, che viene sempre palesato nei confronti dei più deboli. La violenza sulle donne, in particolare, si perde nei meandri del tempo, delle religioni, delle culture, ed ancora oggi non smette di esistere. A volte è nascosta sotto piccoli gesti e frasi all’apparenza innocue, a volte è palesata a tal punto da apparire inverosimile e poco credibile. Viviamo in un mondo violento e buio; e l’arte, come ilTeatro, ha il dovere e la responsabilità di provare a farci raggiungere una nuova alba.

In questa ottica La Cantina delle Arti non si tira indietro, ed è pronta a dare il proprio contributo con la rappresentazione teatrale “Violata”, di Enzo D’Arco, con Antonella Giordano, Enzo D’Arco e Marzio D’Arco. LaPrima assoluta è in programma domenica 1 dicembre a Sala Consilina, con inizio alle ore 18:15 presso la SALA94 della Casa/Cantina, in via Luigi Sturzo. “Violata” concluderà la quinta edizione del Festival “MonoDrama”: nel corso della serata ne sarà decretato il vincitore, che entrerà di diritto nel cartellone 2020 del “Festival XS” Città di Salerno.

 Si tratta di uno spettacolo catartico e senza veli, forte e doloroso, che mette in mostra la reale malvagità dell’uomo, affinché possa purificarsene. Un pugno nello stomaco capace di lasciare il segno, il dolore che non si dimentica anche quando la ferita sembra guarita. «Questa pièce – sottolinea il regista Enzo D’Arco– vuole essere, chiedere e accendere. Essere denuncia forte e concreta. Chiedere attenzione. Accendere una luce, una speranza».

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