Camerota, la favola del bambino che cresce sugli scogli. Ma non ci sono più

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C’era una volta un bambino,
un bambino che ama il mare, le sue creature. Ama pescare, i tuffi e stare seduto per ore sugli scogli. Inverno ed estate. La stagione non importa. A lui, piccolo, biondo, importa osservare il mare e respirare la brezza. Importa avere sempre quegli scogli dove è cresciuto a portata di mano, sotto casa. Lui ci arriva in costume, a volte in mutande. Senza maglia. Senza pantaloncino. Scalzo e senza pensieri. Scende a qualsiasi ora del giorno. La mamma non gli concede tanta libertà, ma quando lui le confessa che va a vedere il mare sotto gli scogli di ‘Don Olindo’, lei non risponde. Non controbatte. Lei annuisce solo. Lei sa cosa vuol dire per quel bambino la piscinetta naturale piena di granchi e lo scoglio per i tuffi. Quel bambino conosce ogni anfratto di quel piccolo paradiso naturale tra la spiaggia della Calanca e il porto di Marina di Camerota. Conosce le tane dei polipi che va a prendere quando servono al papà per cucinare lo spaghetto agli scogli.Conosce gli appoggi per risalire dal mare, conosce i ricci dove sono posizionati e li evita. Su quegli scogli lui ci è nato. La mamma lo portava in grembo prima che ancora potesse vedere la luce. Su quegli scogli ci va da solo, con gli amici, con il fratello ancora più piccino di lui. Su quegli scogli, quando il mare è particolarmente agitato, lui ne percepisce l’odore. Il forte odore del muschio marino trasportato dalla salsedine.

Il bambino cresce. Diventa ragazzo. Sotto gli scogli di ‘Don Olindo’ continua d’estate a trascorrere i più bei pomeriggi della sua adolescenza. Ci porta le ragazze di sera e gli amici al pomeriggio. In quella cornice di creazioni rocciose naturali continua a pescare, a tirare sopra polipi dal mare. Quel ragazzo biondo ci torna in inverno. Ci torna come se volesse controllare che tutto fili per il verso giusto. Come se, preoccupato, voglia essere sicuro che quel posto resti così, immutato nel tempo. Quel posto, però, non è solo suo. Quel posto è di tutti i ragazzi del borgo marino. Delle anziane che dalle prime ore del mattino affollano la piscinetta naturale. Lì, immerse nell’acqua salata, sentono sollievo dai dolori e ricordano, raccontando storie e aneddoti, i fatti del passato. A cerchio, come se stessero sedute attorno ad una tavola. Per un momento distraggono il pensiero dal vivere quotidiano e si catapultano con piacere in quella vita in bianco e nero piena di valori e sani principi.

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Qualche anno fa, però, l’amara scoperta. Il bambino è ormai diventato grande. Ma le abitudini restano quelle di un tempo. Lui sotto gli scogli di ‘Don Olindo ci torna sempre. E’ vero, lo fa per meno giorni alla settimana. Ma non riesce a farne a meno. Come se fosse un qualcosa senza la quale l’estate non avrebbe inizio. Non avrebbe un senso. Quel posto per lui è un appuntamento con la vita, con i ricordi. Un giorno esce di casa di buon’ora. Lo fa come è solito fare tutte le estati: scalzo, con il costume e una maschera. Lo fa con disinvoltura e abitudine. Percorre una strada dritta di pochi metri, scende la discesa e imbocca i gradini. Alt. Un cancello blocca la discesa sugli scogli di ‘Don Olindo’. Un cancello di ferro non basta, però. Intorno c’è del filo spinato e un cartello che recita: «Zona controllata da un sistema di videosorveglianza». «Ma come? – si domanda il ragazzo – noi cresciuti sotto gli scogli di ‘Don Olindo’ non possiamo andare più a fare il bagno lì?». Cosa sarà mai successo? Qualcuno rivendica la proprietà di un pezzo di mare? Di un pezzo di storia di Marina di Camerota? Il ragazzo biondo si ferma. Si siede sui gradini e pensa. Pensa che molte cose a Camerota passano inosservate. Proprio come quel cancello. Quel cancello che si erge tra l’indifferenza di politici e cittadini. Quel cancello che racchiude i ricordi di tante vite qui a Marina di Camerota.

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