Caso petrolio Vallo di Diano, dopo 15 anni la nuova corsa all’oro nero. Il parere del geologo Franco Ortolani

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Nel 1997 i cittadini del Vallo di Diano si mobilitarono alla notizia che un gruppo di società petrolifere avevano ottenuto permessi per eseguire un pozzo esplorativo per verificare la presenza di giacimenti petroliferi ad oltre 4000 m di profondità.

A distanza di 15 anni si ripropone lo stesso iter, la Shell Spa manifesta interessi nel comprensorio Valdianese, i sindaci di otto comuni (Sala Consilina, Padula, Teggiano, Polla, Atena Lucana e Montesano sulla Marcellana) si mobilitano creando il fronte del “NO” sostenuti dalla Comunità Montana Vallo di Diano e Assicon (Associazione sicurezza consumatori).

Ma anche il fronte del “SI” si mostra combattivo soprattutto nelle parole del presidente dell’AIV Valentino Di Brizzi, che in numerose dichiarazione sottolinea l’importanza della progettualità nel Valdiano per combatterne il progressivo spopolamento.

Ma non tutto è così semplice, ritorniamo quindi a quel lontano 1997, e vediamo come allora andarono le cose. 
 
La corsa all’oro nero Nel 1997 furono eseguite preliminarmente ricerche geologiche e geofisiche che avevano consentito di individuare una struttura profonda potenzialmente idonea come riserva di idrocarburi.

La verifica della presenza dell’eventuale giacimento doveva essere effettuata con il pozzo esplorativo chiamato S. Michele1, da ubicare nel Vallone Bersaglio nel comune di Sala Consilina, nella fascia pedemontana a sud est dell’abitato.
 
Il progetto prevedeva, in caso di rinvenimento di un giacimento di idrocarburi, l’implementazione di una decina di altri pozzi deviati utilizzando il cantiere del pozzo esplorativo.

La società petrolifera capofila aveva già ottenuto tutti i permessi da parte ministeriale e regionale quando si sollevò una accesa contestazione popolare con occupazione fisica dell’area di accesso al Vallone Bersaglio.
 
Il dibattito si sviluppò con il contributo di consulenze giuridiche ed amministrative in favore degli oppositori del progetto che non scalfirono le intenzioni della società petrolifera la quale, forte delle autorizzazioni ufficiali, intendeva iniziare a perforare il pozzo esplorativo.

Contattato e sollecitato dal Geologo Antonio Petroccelli, Franco Ortolani decise di intraprendere studi connessi alle problematiche legate alla perforazione ed alla eventuale produzione di idrocarburi.
 
Ortolani si rese conto che vi erano diversi problemi che non erano stati adeguatamente affrontati e risolti per cui chiese una consulenza scientifica da parte della Comunità Montana Vallo di Diano i cui risultati furono descritti nella relazione datata ottobre 1997 dal titolo “Principali problemi geo – ambientali che possono essere connessi alla ricerca e produzione di idrocarburi nel territorio della comunità montana – permesso di ricerca petrolifera S. Arsenio – pozzo esplorativo S. Michele1”, della quale il Giornale del Cilento riporterà i passi salienti.

L’indagine esplorativa L’indagine fu compiuta al fine di verificare con assoluta imparzialità i reali problemi geoambientali connessi non solo alla perforazione di un pozzo esplorativo ma anche alla eventuale successiva produzione di idrocarburi in un’area caratterizzata dalla presenza di acquiferi carbonatici superficiali di importanza strategica e altamente vulnerabili, da elevata sismicità e da marcato rischio idrogeologico.
 
Lo studio si basò su rilevamenti diretti nella zona in cui doveva essere perforato il Pozzo S. Michele 1 ed in tutta l’area circostante ritenuta significativa per l’acquisizione di dati utili per evidenziare eventuali problemi geoambientali  fino ad allora non valutati o non valutati adeguatamente.

Il lavoro di Ortolani, pertanto, fu teso esclusivamente all’accertamento dell’impatto ambientale delle ricerche  petrolifere e della eventuale produzione di idrocarburi attraverso gli acquiferi così come prospettato dalla Texaco, mettendo anche una particolare attenzione alla valutazione della sicurezza degli impianti ubicati nel centro del Vallone Bersaglio in un’area sottoposta a vincolo idrogeologico ma soprattutto a rischio idrogeologico.

L’aspetto preoccupante per la difesa delle risorse idriche apparve la ricerca petrolifera che mirava a raggiungere le strutture carbonatiche profonde al di sotto, cioè, degli acquiferi carbonatici.

Vari studi eseguiti nell’area del Vallo di Diano hanno evidenziato l’importanza idrogeologica connessa all’affioramento e alla struttura delle rocce carbonatiche che costituiscono acquiferi di strategico valore dal momento che riforniscono varie sorgenti perenni aventi portata complessiva di circa 5000 l/sec; grande rilevanza hanno anche le falde ospitate nei sedimenti alluvionali, aventi spessori anche superiori a 100 metri, che rappresentano il riempimento quaternario della depressione del Vallo di Diano.

Lo studio sottolineò l’importanza che hanno le acque sorgive e di falda per l’assetto socio-economico attuale del Vallo di Diano e per le prospettive di sviluppo futuro.

Le acque sorgive del Vallo di Diano, infatti, per la particolare struttura geologica evidenziata da Incoronato, Nardi e Ortolani, si trovano a quote superiori a 400 m s.l.m. ed hanno, pertanto, una importanza strategica.
 
Esse, inoltre, non possono essere sostituite con altre acque. E’ evidente che la loro utilizzazione, conservazione e preservazione dall’inquinamento è alla base dell’assetto socio-economico dell’intera area, attuale e futuro.

Nella relazione fu sottolineata l’importanza delle acque sorgive del Vallo di Diano anche per la progressiva diminuzione delle precipitazioni che caratterizzano l’attuale periodo di cambiamento climatico. CONTINUA

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