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Un progetto integrato per il turismo cilentano

di Alessa e Michela Orlando

Dall’angolo prospettico che interessa in questa sede, l’Italia è la somma di un grandissimo numero di siti rilevanti sul piano ambientale, architettonico, archeologico, religioso, culturale, enogastronomico. Una miniera unica al mondo e solo parzialmente sfruttata, forse impossibile da utilizzare appieno, ma che occorrerebbe tentare di valorizzare più decisamente. Basti pensare a quante opere d’arte non si ammirino perché malamente conservate negli scantinati dei musei, ai reperti archeologici che vengono ricoperti per l’impossibilità di restaurarli e proteggerli, ai secoli necessari per recuperare siti di rilevanza mondiale, non solo  per carenza di fondi, come Pompei, Paestum, la Certosa di Padula, ma anche per disinteresse del livello politico e dell’imprenditoria. È un fenomeno antico che ha fatto sprofondare nell’oblio opere importantissime e condotto intere zone verso la soglia del definitivo declino. Malgrado l’antico splendore.

Il problema è attuale e riguarda non solo capolavori apprezzabili per gli studiosi e specialisti, ma anche opere e addirittura musei che potrebbero riscuotere successo presso utenti appartenenti a fasce di età giovanili. Un esempio è dato dal Museo dell’illustrazione, inaugurato a Ferrara nel 1993, sfrattato, offerto alla città di Bologna dalla professoressa Paola Pallottino, che ricevette dall’allora sindaco Sergio Cofferati, la seguente testuale risposta: Gentile signora … un nuovo museo comporterebbe un rilevante impegno finanziario non compatibile con le attuale situazioni di bilancio. [1] E, malgrado possano bastare circa settantamila euro all’anno e uno spazio espositivo di 200-250 mq, l’intera raccolta …. resta in cantina in attesa di una second life.[2]

Per fortuna esiste almeno la possibilità di coltivare una sistemazione virtuale su un sito in allestimento[3] e qualche altro spiraglio di speranza si è aperto nel quadro descritto poiché, già da qualche tempo, vi è prova di nuovi stimoli delle Università, degli studiosi, degli operatori turistici, dei politici. Hanno compreso l’importanza economica del turismo definito, genericamente, come “culturale”. L’affermarsi di questa ventata di novità, che non può indurre a facili ottimismi, coincide con la crisi del vecchio modo di fare vacanza: dai primi anni Novanta, il modello turistico incentrato sulla  vacanza marittima è stato gradatamente rimpiazzato da altri modelli.

Così si è riscoperta la montagna e l’importanza del movimento. Il rapporto con la flora, la fauna, i fiumi, l’enogastronomia, si è fatto più intenso e diversificato. In questo contesto hanno tratto benefici le aree che potevano offrire alte vette culturali e ambientali. Le stesse, però, hanno dovuto affrontare i problemi connessi alla  presenza di molti turisti. Inoltre, è emerso che si è allargata la forbice tra aree dotate di strutture, servizi, disponibilità economiche, sufficiente ricettività alberghiera, buona viabilità e, soprattutto, di un attrattore già noto, principale rispetto ad altre ritenute risorse di supporto, meno note, considerate quindi  marginali. Il Legislatore si è posto il problema e i finanziamenti stanziati per i siti attrattori sono stati, in parte esigua, destinati anche ai siti cosiddetti “minori”, collocati nella sua sfera di attrazione.

Tuttavia ciò non è sufficiente, considerando  il fenomeno dei residui passivi (si tratta dei finanziamenti che, seppure nella piena disponibilità degli Enti locali, ritornano alla fonte, per non essere stati utilizzati nei termini fissati o per incapacità di rendicontazione) e la mancanza di adeguata attività di promozione turistica, nonché la dilettantesca qualità dell’offerta. È l’ennesima occasione perduta in un panorama, il turismo europeo, in cui altri Paesi si affermano e diventano agguerriti concorrenti, malgrado non abbiano le potenzialità dell’Italia.

  1. I.                          EVOLUZIONE DEL TURISMO. LE POTENZIALITÀ CILENTANE

Il modo di fare turismo rappresenta materia di indagine preziosa per gli operatori. Essi, dotandosi delle informazioni necessarie, possono individuare le tipologie di turisti che interessano e, per avere più probabilità di successo, modificare le strategie di comunicazione.

Il fenomeno in corso vede la trasformazione della vacanza  da ciclo lungo e monotematico, caratteristico e immutato dalla fine dell’Ottocento sino agli anni ’70 del secondo millennio, a cicli turistici intensivi ed eterogenei: varie tipologie si omogeneizzano e così per il medesimo periodo, spesso breve, si programma la spiaggia, l’escursione, la partecipazione a sagre e a manifestazioni culturali, sportive, religiose, la visita ai musei, alle fiere. La scelta dei luoghi e delle  iniziative cui partecipare risente, ovviamente, del rapporto qualità-prezzo e non sfugge ai meccanismi di condizionamento da pubblicità e passa parola.

Naturalmente il turista, aderendo, spesso, alle offerte del tour operator, affronta esperienze predeterminate e stressanti che lasciano poco spazio alla scoperta e agli entusiasmi del viaggiatore classico, quello che vuol essere protagonista. Meno aderente a questo modello è l’esperienza del piccolo nucleo di amici o quello familiare; si può, in questo caso, conservare la facoltà di orientare le proprie esperienze con maggiore autonomia e sfruttare il tempo con meno stress da eterorganizzazione. Inoltre, nei viaggi organizzati, il turista difficilmente  si fidelizza e, non innamorato  di un’area, di un luogo, di una cultura, della stessa gente che lo abita, non ripete la medesima vacanza e non la consiglia. Non crea quel fenomeno noto ai commercianti come avviamento.

Infine, va segnalata la nuova tendenza a destagionalizzare la vacanza. In Italia anche il Ministro per la Cultura, impersonalmente considerato, ha più volte indicato come strategico il fare vacanza in tutte le stagioni. Questa forma di vacanza, considerato che la meta non è più solo il mare, si potrebbe definire “intelligente”. Tra i vari tipi di turismo, negli ultimi decenni, si è affermato quello religioso-culturale congiunto, sulla spinta delle associazioni ambientaliste, al turismo ambientale che, ormai, è il nuovo propellente, quello capace di spingere intere generazioni  verso mete considerate integre. Non sarebbe improprio ridefinire questo modo di utilizzare il tempo destinato alla vacanza come “turismo intelligentetout court. Le caratteristiche di quest’ultima tipologia di turismo sono coniugabili con quelle del cosiddetto turismo religioso che trova una manifestazione consolidata nel pellegrinaggio. Si tratta, come diffusamente documentato, di una forma di turismo antichissima, malgrado non sia stato definito come tale. Si distingue dalla sacra rappresentazione e dalla festa padronale. Nonché dalla processione. Il pellegrinaggio assume, come elemento fondamentale, la forma del viaggio di andata e ritorno. Il viaggio, per diventare esso stesso la forma codificata, essenziale del pellegrinaggio, si incentra, poi, nella sua forma-festa. Non può esserci pellegrinaggio senza viaggio e tra i due viaggi deve racchiudersi la festa. La sacra rappresentazione, invece, è solo una recita e implica un  travestimento, mentre la festa padronale assume la forma del festeggiamento  corale del santo. Come si può notare, il pellegrino è mosso soprattutto da scelte di valore di tipo culturale: non può che muoversi in un ambiente, uno spazio, con caratteristiche di solito gradite, per avvicinare la meta che non può non essere un monumento naturale o prodotto dall’uomo. Malgrado il “viaggio” sia anche viaggio interiore. La definizione di peregrinus offerta da Isidoro (556-571-4 aprile 636), Vescovo  di Siviglia, ci avverte come spesso l’ospite non apprezzi il turista-intruso: “I peregrini  sono così chiamati in quanto parentes eorum ignorantur, il che significa si ignora chi siano i loro genitori: vengono infatti da regioni lontane”.[4]

Dunque, già da adesso conviene sottolineare come siano da “educare” sia i turisti che la popolazione ospitante. Questa forma di turismo, ancora attuale, tanto da rendere opportuno il recupero delle antiche “vie della fede”, man mano che è passato il tempo, ha sempre più valorizzato le esigenze materiali del pellegrino-viaggiatore. Sono, così, emerse le potenzialità economiche connesse al viaggio: individualmente il pellegrino ha avvertito l’esigenza di familiarizzare con altri viandanti, con cui condivideva medesime scelte di valore e interessi, per poi intessere relazioni con gli ospiti, scambiare informazioni, cultura, scoprire nuovi gusti, nuove usanze. Infine, di conseguenza, non è apparso disdicevole fare affari.

Ovviamente, nei nostri giorni, la diminuzione del tempo disponibile, la sussistenza dei rischi e i costi del viaggio, nonché la desacralizzazione delle culture, fanno sì che la categoria culturale del pellegrinaggio sia ormai sempre più intrecciata e confusa con quella del turismo, del quale è spesso considerata una specie di sottoclasse, almeno dagli operatori economici del settore che l’inquadrano nel cosiddetto turismo religioso. Un altro carattere distintivo di questa tipologia di turismo è rappresentato dall’approccio verso la meta che dovrebbe essere “dolce”; è un dato non irrilevante affinché lo stesso sviluppo turistico dei siti avvenga tutelandoli e conservando l’integrità culturale degli ospiti. Questo è un fatto considerato fondamentale anche da varie iniziative di promozione.

Un esempio: la manifestazione “Arts & Event” promossa dalla Confesercenti, una sorta di  Borsa del Turismo di Ferrara, dal 30 maggio al 2 giugno  2007, la sesta edizione della Borsa del Turismo delle cento città d’arte, impreziosita dal secondo Forum europeo dei siti dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, che affrontò proprio il tema dello sviluppo “dolce” dei siti, improntato ai criteri di tutela e conservazione. Si trattò di una occasione di incontro dell’offerta italiana e quella straniera che vide protagonisti delegazioni di tutto il mondo. Fondamentale la presenza di cento tour operator europei ed extraeuropei, specializzati nell’affermazione turistica dei piccoli centri d’arte che si incontrarono con gli imprenditori nel settore del turismo culturale italiano. In quella edizione della Borsa si intese anche gettare le basi per il coordinamento europeo delle Città e dei siti Unesco patrimonio dell’Umanità. La riuscita della Borsa si conseguì grazie all’intervento del Pubblico e del privato: vi fu la collaborazione della Confesercenti, del Comune di Ferrara, della Provincia, della Camera di Commercio, della Fondazione Cassa di risparmio di Ferrara e dell’Apt.[5]

Ritornando al versante campano del territorio italiano: esso spicca per la quantità e qualità di bellezze ambientali, architettoniche, culturali. Tuttavia, sussiste il problema della tutela e valorizzazione delle aree di interesse ambientale. Da lungo tempo le scelte relative alla gestione di questa ricchezza, sono state episodiche, non inserite in un progetto ampio e duraturo. La pianificazione della gestione delle risorse ambientali non si può esaurire nell’ identificazione delle aree di alto valore naturalistico da proteggere.

È necessario, invece, considerare anche la presenza delle attività umane che hanno valore economico e produttivo. L’istituzione di due parchi nazionali, quello del Vesuvio[6] e quello del Cilento e Vallo di Diano,[7] insieme alla lunga serie di parchi regionali, pongono la Campania all’avanguardia per la vastità di superficie “protetta”. Seppure, con  la costituzione dei due parchi nazionali, si sia riconosciuto che, nelle due aree, l’intreccio tra natura e sedimentazioni della “cultura materiale” sia così stretto da non poterli più distinguere, perché la superficie sia davvero protetta, è necessaria una ricognizione approfondita delle risorse territoriali, comprendendo in questo termine sia le risorse umane che naturali.

In  Provincia di Salerno, considerata la sua vastità e rilevate le vicende storiche che l’hanno caratterizzata, di cui numerosi segni sono rinvenibili sia nella zona costiera che in quella interna, il lavoro di ricognizione è quanto mai complesso, ma effettuarlo può consentire una più produttiva utilizzazione delle cosiddette “risorse ambientali”. La Provincia, l’Apt e numerosi Comuni, si stanno ponendo in sintonia con questa idea trainante che deve divenire la guida nei prossimi anni e in cui devono credere tutti di più. Anche gli operatori economici. Il lavoro pianificato che tutti insieme svolgeranno, potrà dare ancora più senso alla parola “risorsa”, con cui si indica  la possibilità di trasformare in bene economico la potenziale fonte di ricchezza campana, offrendo anche  la possibilità di far risorgere il territorio, proteggendolo. Qualsiasi ipotesi di pianificazione non può non tener conto del fatto che il territorio è vario e ricco di suggestioni, ma è anche molto difficile.

Non mancano, infatti, i problemi dovuti all’inquinamento e a una viabilità storicamente carente. Tuttavia, aderendo al senso anglosassone del concetto di “risorse ambientali”, traducibile in amenity resource, con cui si privilegia la definizione dei beni non in termini fisici, bensì in termini economici,  si può evidenziare che in provincia di Salerno la combinazione costituita da clima, territorio, paesaggi, risorse idrico-termali, architettura, storia, linguaggio, siti archeologici e religiosi, rappresenti una grandissima potenzialità di amenity  resource.

Tutto ciò, ovviamente, non è sufficiente ad attrarre i turisti. Come insegna l’esperienza di altre aree italiane, basti pensare alla costa romagnola, occorre intervenire sull’ambiente urbano che deve caratterizzarsi con una sufficiente dotazione di strutture, attrezzature e servizi.

Il tipo di turismo, quello cosiddetto religioso, che qui si propone come interessante possibilità di sviluppo della provincia di Salerno, mostra di avere le qualità sufficienti perché i turisti vengano in questa zona. Va sottolineata la difficoltà di trasformare scelte episodiche in sviluppo economico.

Pertanto, occorre realizzare un ampio progetto di recupero e valorizzazione dei siti e delle strade, che vanno  integrati con attrezzature e servizi moderni ed efficienti. Con questo progetto, riconoscendo che nell’intera provincia di Salerno si è affermata una antica ed  evoluta civiltà, simboleggiata da resti archeologici e dal patrimonio storico-architettonico stratificati nei secoli, si dovrebbe valorizzare anche il patrimonio storico-culturale. È il patrimonio costituito da beni culturali e socio-etnografico.

In sintesi, si dovrebbe prevedere anche il recupero della identità della popolazione, non tralasciando la valorizzazione delle attività di artigianato artistico, dell’agricoltura, dei prodotti tipici. Per quanto attiene al patrimonio archeologico, si evidenzia che molte opere sono conservate in strutture museali della regione e sono scarsamente fruibili. Altre sono distribuite in aree di scavo aperte. Si pensi a Cuma, Pompei e, per quanto riguarda la provincia di Salerno, il Cilento in particolare, Paestum, Velia, Roscigno Vecchia… Altre aree sono addirittura non dissepolte, come, a esempio, Teanum e Cosilinum, o di incerta collocazione, come l’antica Cesariana che dovrebbe trovarsi nel territorio di Buonabitacolo-Casalbuono-Montesano sulla Marcellana. Quest’ultima circostanza dovrebbe indurre a riaprire il capitolo della indagine archeologica in varie zone. Rispetto al patrimonio storico-architettonico, va sottolineata la difficoltà di ricostruire la “processualità architettonica” che va misurata con almeno tre parametri: la storia, l’uomo, l’ambiente dove si colloca. In provincia di Salerno, come nel resto della Campania, le dinamiche storiche sono complesse sul piano territoriale (variabilità orizzontale) e temporale (variabilità verticale). Infine, non mancano rilevanti esempi di archeologia industriale. Basti pensare che in Italia i primi ponti di catenaria in ferro sono stati costruiti tra il 1828 ed il 1835 sui fiumi Garigliano e sul Calore. Anche la linea ferroviaria che da Salerno portava in Calabria, lambendo e attraversando i monti Alburni, il Vallo di Diano, Lagonegro, in disuso dal 1987, può essere considerata interessantissima e capace di contribuire alla valorizzazione dell’ambiente.[8]

Tutte queste opzioni possono fungere da straordinari  attrattori turistici. Sia l’archeologia civile che, soprattutto, l’archeologia religiosa, possono attrarre molti turisti ma anche mettere a disposizione della popolazione ampi spazi per importanti manifestazioni culturali. Tuttavia, occorre effettuare con attenzione la scelta del tipo di turista da attrarre e sviluppare una idonea organizzazione turistica. Proprio quest’ultimo elemento appare quasi assente nella provincia di Salerno, anche si notano idee già operative. Si può, in ogni caso, opinare che le opportunità offerte dalla “industria della cultura” non siano state colte che in minima misura, malgrado siano trascorsi due decenni  dall’entrata in vigore della cosiddetta legge Ronchey. Con questa normativa si è liberalizzato l’ingresso dei privati nella gestione di diversi servizi nei “beni culturali” di concerto con la direzione di musei, aree archeologiche, assessorati alla cultura, provveditorati agli studi e diocesi. Le opzioni evidenziate, peraltro, possono coordinarsi con altre politiche di settore destinate, a esempio, all’agricoltura ecocompatibile, al turismo cosiddetto sostenibile e ai servizi. Il coordinamento di tutte queste indicazioni, perfettamente integrabili, sono utilizzabili per un concreto modello di sviluppo e per una moderna programmazione ambientale e territoriale.

D’altronde, una pianificazione  efficiente e capace di favorire l’affermazione di nuove mete turistiche, consentirebbe il decongestionamento delle aree già troppo sfruttate, tutelando i siti più noti. Potrebbe, quindi, incrementare la produzione di  ricchezza, evitando  il rischio di distruzione del patrimonio ambientale conseguente all’affermarsi della “società del tempo libero” che, per molti studiosi, sarà la connotazione prevalente del  futuro prossimo.


[1] Si veda: E. Marrese, inviato del Venerdì di Repubblica,  6.4.2007,  pagg.100-101.

[2] E. Marrese, art.cit..

[3]  www.illustrazione.com.

[4] A.Valastro Canale (a cura di) Etimologie o origini_1,  pag 761, UTET,  Edizione 2006.

[5] Informazioni al sito www.100cities.it.

[6] L’area è fortemente antropizzata ma con scarsa popolazione nel suo interno.

[7]È venti volte più grande di quello vesuviano, interamente in provincia di Salerno. L’area è scarsamente antropizzata, ma abitata da oltre 235.000 persone, dislocate in 86 comuni; con oltre duecento grotte, sia montane che marine; tante gole come quelle del Calore; importanti inghiottitoi, come quello di Vesalo a Laurino e quello di Morigerati; con una biodiversità singolarissima: flora ricca di lentisco, mirto, corbezzolo, ginepro, cisti, leccete, carrubo, primula palinuri, pino d’Aleppo ed una fauna ricca di volpi, donnole, faine, cinghiali, martore, tassi e, più rari, lupi, gatti selvatici, istrici, la lontra nelle acque del Bussento e del Sammaro e l’aquila reale sul monte Cervati.

[8] Il dato non è sfuggito a Legambiente che, alcuni anni fa, organizzò una passeggiata lungo i binari ed individuò diverse piante officinalis rare. Per approfondimenti si veda: www.lestradeferrate.it.

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