Attività motoria e suono come trattamento per l’Alzheimer

L’attività motoria e il suono, posso rallentare il processo degenerativo alla base della malattia

di Giovanni Peduto *

Che cos’e’ l’Alzheimer
L’Alzheimer, è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni). Viene nominata come disturbo neurocognitivo maggiore o lieve e si stima che circa il 50-70% dei casi di demenza sia dovuta a tale condizione, mentre il 10-20% a demenza vascolare. (riduzione di afflusso sanguigno a livello cerebrale, esempio post ictus) Il  sintomo precoce più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l’avanzare dell’età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento.

Perché Attività motoria e Suono possono rallentare l’Alzheimer?
L’attività motoria e il suono, posso rallentare il processo degenerativo alla base della malattia. Questo perché sia l’attività motoria che il suono, (potremmo dire anche la musica), agiscono sul rilascio dei neurotrasmettitori responsabili, la dopamina.

Attività Motoria
Ormai è risaputo che l’attività fisica sia in grado di migliorare le prestazioni cognitive di persone anziane non dementi: gli effetti più significativi si osservano in particolare a carico delle funzioni esecutive e sono ottenuti con programmi motori che comprendono diversi tipi di attività motoria (aerobica, di flessibilità, di potenziamento muscolare) (Kramer et al., 2006a), ma si è dimostrata efficace anche un’attività di entità moderata, purché continuativa (Yaffe et al., 2001).

Altrettanto è efficace in soggetti con demenza e morbo di Alzheimer:
L’attività aerobica, favorisce da un lato il miglioramento cardiovascolare e quindi l’incremento di sangue ossigenato a livello cerebrale soprattutto lì dove ne necessità come le aree deputate alla memoria e al movimento.

Esercizi schematici e lenti, come il tai chi, utilizzato anche per i soggetti parkinsionani, permette al cervello di creare uno schema motorio che ripetuto nel tempo favorisce la creazione del ricordo nell’area della memoria a breve termine.

Quindi, nello specifico
L’effetto dell’attività motoria sulle funzioni cognitive sarebbe mediato da un’aumentata produzione di fattori neurotrofici, alle quali conseguirebbe un aumento della long-term potentation (LTP); è stata documentata neurogenesi nel giro dentato tanto nei giovani quanto nei vecchi. L’esercizio fisico aumenterebbe anche i livelli cerebrali della dopamina, della serotonina e dell’acetilcolina (Kramer et al., 2006b), mentre ridurrebbe l’accumulo di radicali liberi e di marcatori dell’infiammazione. Nell’uomo, i benefici dell’esercizio fisico si associano ad un aumentato flusso cerebrale (Rogers et al., 1990) e ad un aumento dell’attività metabolica e dello spessore della corteccia nelle regioni frontali e temporali (Colcombe et al., 2004; Kramer et al., 2006a). L’efficacia dell’attività motoria sulle funzioni cerebrali è anche mediata da un più globale miglioramento della funzione cardiorespiratoria e dalla riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare (l’ipertensione arteriosa, il diabete, l’ipercolesterolemia), che aumentano la probabilità di ammalarsi di Alzheimer).

La Musica
La musica e il suono agiscono su dei “network di salienza” ovvero una rete neurale del cervello, in questa regione rimane anche un’isola di ricordi che è risparmiata dalle devastazioni della malattia di Alzheimer, confermando il fatto che la musica non può essere dimenticata e quindi utilizzata come trattamento per i soggetti col morbo di Alzheimer. La musica agisce sulla produzione della dopamina, che come abbiamo visto, si ipotizza che la sua riduzione sia una delle cause e concause della malattia, questo avviene perché la musica produce una risposta a tutti gli effetti chimica, grazie alla quale i circuiti nervosi interessati aiutano a modulare i livelli di dopamina, il cosiddetto ormone “del benessere” nel cervello.

Questo studio ha cercato di esaminare un meccanismo che attiva la rete deputata all’attenzione nella regione di salienza del cervello. I risultati offrono un nuovo modo di affrontare l’ansia, la depressione e l’agitazione nei pazienti con demenza. L’attivazione delle regioni del cervello vicine può anche offrire un’opportunità per ritardare il continuo declino causato dalla malattia.

I ricercatori hanno scoperto che la musica attiva il cervello, provocando la comunicazione di intere regioni. Ascoltando la colonna sonora personale, la rete visiva, la rete di salienza, la rete esecutiva e le coppie di reti cerebellari e cortico-cerebellari hanno mostrato una connettività funzionale significativamente più elevata.

Secondo un mio punto di vista, in base sia agli studi condotti, “La musica può essere ed è un modo alternativo e parallelo per far esprimere i pazienti affetti da malattia di Alzheimer”, questo perché, gli altri percorsi come, quelli linguistici e visivi sono danneggiati con il progredire della malattia, ma utilizzando programmi musicali e sonori, personalizzati si può attivare il cervello permettendo di creare connessioni con l’ambiente circostante.

Suono (Frequenze Sonore, il Rumore Rosa)
Un team di ricercatori della Scuola di Medicina Feinberg presso la Northwestern University di Chicago ha scoperto che il cosiddetto rumore rosa, caratterizzato da specifiche frequenze, (che si aggirano in un range a loop tra i 100 e 800hz, fino a -3db, quindi frequenze molto basse) se ascoltato durante il sonno può potenziare sensibilmente le capacità mnemoniche. Gli studiosi, coordinati dal professor Phyllis Zee, docente di neurologia presso l’ateneo americano, hanno realizzato un dispositivo elettronico in grado di riprodurre questa tipologia di suoni con basse frequenze potenziate, e lo hanno modulato con un algoritmo affinché tali suoni si attivassero attraverso lo stimolo delle onde lente prodotte dal cervello, quelle specifiche del sonno profondo. A realizzare questo speciale algoritmo è stato lo scienziato italiano Giovanni Santostasi, un coautore dello studio in forze alla Northwestern University.

Nell’esperimento, prima di andare a riposare, i partecipanti hanno dovuto leggere una serie di parole e frasi da ricordare la mattina successiva. Il test è durato due notti; una col dispositivo perfettamente funzionante e una con stimolazione simulata. Dai risultati è emerso che il rumore rosa ha avuto un impatto estremamente significativo sulle capacità mnemoniche, dato che gli anziani hanno ricordato il triplo di frasi e parole rispetto alla notte priva di stimolazione. Benché lo studio sia stato condotto solo su un campione estremamente limitato di partecipanti, i ricercatori sono ottimisti sull’efficacia del dispositivo e presto ne svilupperanno una versione commerciale per uso domestico. La speranza è che esso possa diventare uno strumento terapeutico per varie patologie neurodegenerative che impattano sulla memoria, come il morbo di Alzheimer. I dettagli dello studio sono stati pubblicati su Frontiers in Human Neuroscience.

* Dott. Giovanni Peduto
Classe 84’,
nel 2009 si Laurea in Scienze delle Attività Motorie Preventive e Adattative (presso la Parthenope, Università degli studi di Napoli) con oltre 10 anni di esperienza lavorativa, dapprima nel campo fiosiokinesiterapico presso il Centro Fisiokinesiterapico Corso (CFC) di Napoli e, poi, come preparatore atletico e recupero infortuni presso Società Calcistiche Giovanili a Roma.

Ex atleta di arti marziali e istruttore di difesa personale krav maga, continua negli anni la sua formazione nel campo del recupero funzionale, da operatore di taping muscolare e istruttore di pilates e ad oggi 2021 nel campo dell’erboristeria e della riflessologia plantare, nonché noto come musicista, che affianca la sua passione al proprio lavoro come trattamento. 

Autore di articoli scientifici per Postura e Benessere Academy, oggi è titolare di uno studio privato Olistico di Chinesiologia, ad Altavilla Silentina (SA), dove si occupa di disturbi posturali, mal di schiena e ansia.

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