Boom acquisti online nel Cilento: che fine fanno i piccoli negozi di paese?

Sebbene la crisi scatenata dalla pandemia, per il settore del commercio una piccola partenza sembra esserci stata, forse anche in vista delle festività Natalizie. In base ai dati Istat, risulta un aumento del volume delle vendite al dettaglio dell’8,2% rispetto alla Fase 1 (o prima ondata), in particolare per quanto riguarda i beni non alimentari. Continua però la crisi dei piccoli negozi che stanno subendo l’avanzata del commercio online. Ogni giorno, in Cilento, assistiamo all’assalto dei corrieri. Camion variopinti ‘invadono’ strade e piazze per consegnare pacchi che hanno il marchio dei colossi mondiali della vendita online dove i prezzi sono indubbiamente vantaggiosi. Sul web si ha la possibilità di visitare virtualmente migliaia di store e di scegliere il prodotto più conveniente direttamente dal divano di casa. Esiste il reso e la garanzia. Ma se le vendite online hanno subito un aumento netto durante l’emergenza covid, quale sarà il futuro delle attività commerciali e delle piccole botteghe dei paesi del Cilento?

La crisi dei piccoli negozi e il successo degli e-commerce

Si fa presto a dire «acquista nelle piccole attività» oppure «aiuta i negozi del tuo paese». Quanti però sono davvero disposti a rinunciare agli sconti, alle agevolazioni, ai coupon, all’assortimento, pur di non tradire queste premesse? Il discorso non vale per tutti i prodotti, questo è chiaro, ma l’abbigliamento, gli elettrodomestici, l’oggettistica e la tecnologia, sono quasi per la totalità degli acquisti, ordinati online. La soluzione per i piccoli negozi quale è? Sicuramente reinventarsi e restare al passo con i tempi. Il fascino della vecchia bottega è innegabile ma il tempo corre inesorabile e divora chi resta fermo. 

Aprire un e-commerce

«Troppo oneroso». «Troppo complicato». «Impossibile fare soldi se la concorrenza è quella di Amazon o Zalando». Per anni molti commercianti del territorio hanno evitato come la peste di investire negli shop-online. Ora però l’emergenza coronavirus ha cambiato le carte in tavola. La prova, ad esempio, sono le pagine Facebook di attività locali che negli ultimi tempi sono nate in modo esponenziale. Anche le attività di ristorazione hanno dovuto creare menù telematici e implementare l’offerta con la consegna a domicilio. Qualcuno già prima dell’arrivo della pandemia ci aveva pensato. E ora è praticamente solo e soltanto grazie alla rete se riesce ad arginare un po’ le perdite e a incassare qualcosa. E c’è chi ha avuto successo.

In ogni caso chi oggi è stato «costretto» dall’emergenza a investire in questo settore – facendo di necessità virtù – si troverà con uno strumento utile anche in futuro. Ma sarà davvero così? L’impulso «local» dato all’e-commerce dal coronavirus durerà anche in futuro?

O accadrà piuttosto il contrario, nel senso che dopo mesi passati in casa il consumatore proverà piacere (dopo «l’abbuffata online») entrando in un vero negozio, parlando con un commesso in carne e ossa e tastando il prodotto in prima persona anziché doverlo scegliere tra i pixel di una fotografia digitale? Ne abbiamo parlato con un commerciante.

«Non vale per tutti i prodotti»

C’è chi ha avuto successo e chi, potendo vendere online, ha raggiunto (e forse fidelizzato per il futuro) clienti che prima si rivolgevano ad altri. «Certamente la situazione di oggi ha cambiato le carte in tavola e si sono aperte delle opportunità che non vanno sottovalutate. Ma non credo sia una soluzione per tutti. Molto dipende dal tipo di negozio e dal tipo di prodotto. È certamente più facile per chi offre merce originale rispetto a chi rivende prodotti di altri». Un punto su cui anche un altro collega è d’accordo. «Dipende molto da quel che si offre. Nell’abbigliamento (che è il settore in cui lavora ndr) in questo periodo c’è per esempio stato un crollo di vendite anche online». Anche perché probabilmente si è meno propensi a comprare un vestito. Per chi indossarlo visto che siamo quasi tutti confinati in casa?».

Difficoltà logistiche

Il commercio online, come ci spiegano, è anche insidioso. «È difficile gestire la logistica e il magazzino. Poi c’è il ritorno della merce che viene indossata dai clienti ma non comprata. Le grandi società non lo ammettono, ma in questo modo buttano via milioni perché tanti capi rovinati non possono più venir rimessi sul mercato».

Rinunciare all’affitto del negozio?

«Se il commercio online funzionasse – sottolinea provocatoriamente un commerciante – potrei chiudere il mio negozio e affittare un capannone da qualche parte, risparmiando sull’affitto». Una provocazione, appunto, perché così facendo i paesi si svuoterebbero ancora di più dei loro negozi, della loro vita. «I piccoli commerci – conferma – hanno un’importanza sociale. Ravvivano i quartieri, i paesi». Ma appunto è proprio in questo momento – in cui tutti noi da settimane siamo chiusi in casa («Nella morsa delle nostre mura domestiche», dice) – che magari si apprezzano cose che prima si davano per scontate: un ristorante, un bar, un negozio. «Ma è un po’ sempre così», conferma. Si apprezzano le cose quando non ci sono più. E dunque c’è fiducia per la riapertura? I clienti torneranno? Si saranno accorti della necessità di sostenere i piccoli negozi? «La grossa incognita – spiega – sarà capire proprio la loro reazione. Non crediamo che all’inizio ci sarà la fila di clienti all’entrata». «E per questioni sanitarie – spiega – è anche giusto che non sia così. La salute deve venire prima di tutto».

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