Capitano Ultimo, a Caselle in Pittari l’uomo che ha catturato Riina | FOTO

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Nasconde il suo viso dietro un passamontagna, ma ai suoi occhi non sfugge niente di ciò che accade intorno. Un guanto senza dita alla mano sinistra, il rosario al collo e 58 anni,  molti dei quali dedicati all’Arma dei carabinieri. Capitano Ultimo tra le tante medaglie che può appuntarsi al petto c’è anche quella di aver trovato sul comodino del boss mafioso, Bernardo Provenzano, una copia del suo libro sulle tecniche investigative, che ha pubblicato nel 2002 per la Scuola di perfezionamento della Polizia dove ha insegnato. Sergio De Caprio, fino al 2000 senza identità e senza volto, è uno degli uomini che nel 1993 ha arrestato Totò Riina ed è noto al grande pubblico anche per una fiction tv che gli è stata dedicata, in cui è stato interpretato da Raoul Bova. Per le sue numerose e approfondite indagini è stato nel mirino di “Cosa Nostra”. Alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato di diversi progetti dei boss per uccidere Ultimo: il pentito Giuseppe Guglielmini il 9 maggio 1997 riferì di avere appreso dal killer Giovannello Greco, che Bernardo Provenzano aveva l’intenzione ossessiva, un chiodo fisso, di uccidere il capitano Ultimo, il nemico dei mafiosi.

A Caselle in Pittari, dove è stato giovedì sera per il suo tour nel Cilento, nell’ambito del Premio internazionale Nassirya per la Pace, la sua testimonianza ha incantato tutti, studenti e cittadini, che hanno partecipato all’incontro sulla legalità promosso dall’associazione Elaia, presieduta dal giornalista Vincenzo Rubano, e patrocinato dal Comune di Caselle in Pittari. All’appuntamento, iniziato ieri mattina a Palinuro e continuato a Celle di Bulgheria e Policastro Bussentino nel pomeriggio, prima di concludersi a Caselle in Pittari, hanno preso parte anche il parroco don Marco Nardozza, la dirigente scolastica Maria Teresa Tancredi e il procuratore al tribunale di Lagonegro, Gianfranco Donadio che ha voluto chiedere a Ultimo se Riina fosse pupo o puparo, come registrato da una  intercettazione tra due mafiosi. Per il procuratore è la prima visita ufficiale a Caselle in Pittari, nel tribunale lucano si è insediato lo scorso settembre. Tra i presenti anche il sindaco di San Giovanni a Piro, Ferdinando Palazzo, gli studenti delle scuole di Caselle, i carabinieri della compagnia di Sapri, tra cui il maresciallo Giuseppe Lo Sciuto e il maresciallo Antonio Fernando Russo, della stazione di Sanza, e il tenente della Guardia di Finanza di Sapri, Luigi Nigro. Ad Ultimo il comandante della Polizia Municipale di San Giovanni a Piro, Carmelo Fasano, ha voluto donare con una copia della Costituzione Italiana trascritta a mano.

Ad intervistare Ultimo è stato il presidente dell’associazione Elaia, Vincenzo Rubano, che l’amministrazione di Caselle in Pittari ha ringraziato per questo tour della legalità. Per Rubano «il Capitano Ultimo ci rende orgogliosi di essere italiani. A lui va tutta la nostra stima e riconoscenza». Il tour rientra tra gli appuntamenti del Premio internazionale Nassiriya per la Pace. Quella con Ultimo è la quarta intensa giornata della manifestazione che da sei anni cerca di diffondere ai giovani i valori della pace e del rispetto nei confronti delle istituzioni e di tutte le Forze dell’ordine.

Il Capitano Ultimo ha raccontato la sua testimonianza fino all’impegno per gli ultimi. Nella periferia romana ha messo su una casa famiglia per ragazzi disagiati ai quali offre il riscatto, “La  Mistica”.

Perché Capitano Ultimo? «Sono nato in una caserma, mio padre comandava una stazione, quei vecchi carabinieri mi hanno insegnato a crescere, a scrivere, a parlare a mangiare, a difendermi, me l’hanno insegnato con l’esempio. Erano figli di gente povera, che stava ai margini ma era fiera di essere la cornice delle piccole comunità nelle quali vivevamo, senza mai interferire e rispettando quel principio grandioso che è alla base della nostra sopravvivenza e civiltà che si chiama autodeterminazione e va praticata. Loro proteggevano questo diritto e dovere all’autodeterminazione delle comunità, di crescere e prosperare al loro interno per poter far sopravvivere tutti non solo chi è più bravo. – ha detto il colonnello De Caprio – Capii che ero già un carabiniere, ero uno di loro, un loro fratello più piccolo, li ammiravo e volevo essere degno di fare per gli altri quello che avevano fatto loro davanti a me. Sono qui grazie a loro».

Da 23 anni costretto a vivere con il volto coperto e con la paura accanto. «Si pratica la clandestinità come tecnica principale per il contrasto alle organizzazioni eversive e mafiose. Noi seguiamo gli insegnamenti del nostro generale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che era è e rimane la nostra guida, che ci ha spiegato che dobbiamo combattere le cause e le associazioni e non i singoli reati. Ci ha insegnato che dobbiamo praticare per vincere la compartimentazione, parole pesanti ed amare da praticare. Praticare la clandestinità è continuare a vivere come ho sempre vissuto. Era una necessità rimanere sconosciuti, rimanere l’incubo dei mafiosi perché la loro forza non sono i soldi ma il fatto che siano organizzazioni segrete e sconosciute».

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Nel 1993 Capitano Ultimo ha messo le manette a Totò Riina. «Avevamo avuto una grande esperienza a Milano dove avevamo praticato i pedinamenti per due anni e avevamo affinato tecniche seguendo un mafioso. Eravamo in grado di fare attività in maniera elevata. A Palermo abbiamo replicato queste tecniche e quindi catturarlo è stato normale. Noi pensavamo già al lavoro successivo».

Lo Stato gli ha tolto la scorta nel 2009, nel 2012 e anche oggi. «La scorta non è un diritto di nessuno e non è una battaglia personale. – dice – Certo è che quando togliere la scorta a Capitano Ultimo la motivazione è che è minore la pericolosità dei criminali coinvolti e non è più concreto il pericolo dell’associazione Cosa Nostra ho dovuto riflettere. Perché davanti a queste affermazioni dei massimi esperti della sicurezza nazionale, ci sono relazioni della Dia in cui si dice che Cosa Nostra rimane virulenta ed ha una elevata capacità offensiva. Ma c’è di più, perché nel 41bis dell’ordinamento penitenziario viene sancito che un parametro che non deve essere tenuto in considerazione nella proroga di questo duro regime carcerario è il decorrere del tempo, riferito alla pericolosità dei criminali detenuti per questa matrice criminale particolare e le associazioni di riferimento. Il problema non è più perché hanno tolto la scorta a Capitano Ultimo, ma perché dicono che Cosa Nostra non è più un pericolo concreto e attuale. Questo è rinnegare e ignorare tutto il percorso fatto in tanti anni di battaglia. E’ un problema di tutti».

Da Capitano operativo che ha arrestato Totò Riina si ritrova oggi a lavorare in un ufficio a Roma nella caserma dei carabinieri Forestali, occupandosi di contratti per i Parchi nazionali. Ma Capitano Ultimo, oltre all’arresto di Riina, ha condotto tantissime indagini, dalla Duomo Connection alla Cpl-Concordia e alle inchieste sulla discarica di Malagrotta. Il suo viso, sebbene sia coperto, non nasconde i segni di una vita vissuta e sofferta, per provare a liberare l’Italia da chi al Paese non voleva bene.

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