Carlo Acutis, mamma: «Voleva diventare Santo già da bambino»

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“Da piccolo diceva che non gli sarebbe dispiaciuto diventare santo. Ma non come san Francesco, che aveva avuto una vita troppo scomoda! Gli piaceva scherzare, era un ragazzo assolutamente normale”. Antonia Salzano, 53 anni, è la mamma di Carlo Acutis, il quindicenne milanese morto per una leucemia fulminante il 12 ottobre 2006, che oggi sarà proclamato beato ad Assisi. Un ragazzo conosciuto in tutto il mondo come “il santo di Internet” perché riusciva a parlare di Dio anche attraverso il web. Cresciuto nell’ambiente colto e benestante del centro città – suo padre, Andrea Acutis, è presidente di Vittoria Assicurazioni – Carlo aveva messo a frutto le sue spiccate doti informatiche per allestire alcune mostre virtuali. La più famosa – ancora on line, con 50 mila visite a settimana – dedicata ai Miracoli eucaristici. Carlo era legata indissolubilmente al Cilento. Gli abitanti dei suoi luoghi del cuore, Centola e San Mauro La Bruca, lo ricordano sempre con molto affetto. A Centola la sua famiglia ha ancora oggi una casa.

Antonia Salzano, come ci si sente a essere la mamma di un beato?
“Indegna, Dio scrive dritto sulle righe storte. Prima di Carlo sarò andata a Messa tre volte, per la Comunione, la Cresima e il Matrimonio. Carlo è stato per me un salvatore, grazie a lui la mia fede è cresciuta. Oggi è un esempio anche per i miei due figli minori, i gemelli Michele e Francesca, nati quattro anni dopo la sua morte”.

Che ragazzo era suo figlio?
“Generoso, altruista, puro. Molto amato dai compagni, non si sentiva superiore a nessuno. Ha ottenuto tante grazie di conversione anche in vita, proprio perché pregava tanto. Oltre al miracolo riconosciuto per la beatificazione (la guarigione di un bambino brasiliano con una malformazione al pancreas, ndr), ne ha fatti tanti altri. Ma, davvero, era un ragazzo normale. Solo che è stato capace di trasformare una vita ordinaria in straordinaria, mettendo gli altri al centro”.

Come erano le sue giornate?
“Studiava, gli piaceva stare con gli amici e girare video con i nostri gatti e cani, che poi montava con le musiche di Guerre stellari. Praticava karate, suonava il sassofono… Capitava giocasse a calcio con in compagni in piazza Tommaseo, dove andava a scuola dalle suore Marcelline”.

Seguiva anche il calcio?
“Sì, ma era milanista… Io, invece, sono interista (sorride, ndr)“.

Da dove gli era nata la passione per Internet?
“A 6 anni giocava a fare lo scienziato informatico, a 10 leggeva i testi di Ingegneria informatica che compravamo al Politecnico. Adoperava Photoshop, InDesign, faceva cartoni animati in 3D. Usava la tecnologia per parlare di Dio, è stato profetico anche in questo”.

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Suo figlio è stato indicato dal Papa come modello di santità giovanile. Vi eravate accorti che fosse così speciale?
“In qualche modo sì. Non si lamentava mai, non gli piaceva sentire parlare male delle altre persone. Ma non era perfetto, questo voglio ribadirlo: non è nato santo, faceva tanti sforzi per migliorarsi. Ci ha insegnato che con la volontà si possono fare grandi passi avanti. Di speciale aveva sì una grande fede, che viveva concretamente”.

Può fare qualche esempio?
“La sera capitava aiutasse la stiratrice che lavorava da noi, così che lei potesse tornare prima dalla sua famiglia. Poi era amico di tanti senzatetto, portava loro da mangiare e sacco a pelo per coprirsi. Il tutto studiando al liceo Classico Leone XIII, dai Gesuiti: a volte finiva le versioni alle 2 del mattino”.

A meno di 15 anni portava da mangiare ai senzatetto?
“Sì. Anzi, direi che è aveva cominciato attorno ai 10 anni. Girando in bicicletta vedeva tante persone sotto i porticati delle chiese, così si era organizzato con il nostro domestico (un uomo induista, convertito al cattolicesimo grazie a Carlo, ndr): quando arrivava qualche nuovo povero andava a conoscerlo, scriveva il suo nome su un recipiente e glielo portava colmo di cibo”.

Aveva anche una grande attenzione per gli immigrati…
“Al suo funerale c’erano tante persone straniere che non conoscevo, tutti amici di Carlo. Una volta poi in piazza della Scala difese dei bambini rom che un signore stava allontanando malamente. Era sensibile anche verso i disabili e si ribellava al bullismo, aiutando i compagni in difficoltà a inserirsi a scuola”.

La leucemia lo stroncò in soli tre giorni. Come affrontò la malattia?
“A un medico che gli chiese se stesse soffrendo, rispose sorridendo “c’è gente che soffre più di me”.

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