Carmine Tripodi, 36 anni fa la tragica morte del brigadiere di Torre Orsaia

A 36 anni dall’uccisione di Carmine Tripodi, il Giornaledelcilento.it ricorda il brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, originario di Torre Orsaia

di Marianna Vallone

«Era molto coraggioso», racconta Maria Rachele Tripodi, quasi 25 anni. Ha la stessa età che aveva suo zio, Carmine Tripodi, quando fu ucciso a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, a colpi di lupara. Era il 6 febbraio 1985. Aveva 25 anni il brigadiere dei carabinieri originario di Castel Ruggiero, frazione di Torre Orsaia, quando venne ammazzato dalla ‘Ndrangheta. Giovanissimo, dall’inizio del 1982 era diventato comandante della stazione dell’Arma dei carabinieri di San Luca. Prima aveva prestato servizio a Bovalino, sempre nel circondario reggino.

L’Aspromonte è una terra difficile, lo era di più in quegli anni. Sequestri, riscatti e morti. Ma Carmine Tripodi non aveva paura e sapeva che la sua era una missione.

Maria Rachele è nata undici anni dopo quel tragico giorno, ma è come se ci fosse sempre stata. «Sono cresciuta con i suoi ricordi. – racconta la nipote – Per i miei nonni, ora novantenni, è un dolore ancora molto grande, una ferita che si riapre e fa più male nei giorni di febbraio». Tre figli, Carmine era il secondo. «Mio padre era più grande di lui, mia zia invece la più piccola tra loro. In noi nipoti scorre la sua stessa passione per la giustizia». «In famiglia mi hanno sempre raccontato che era un ragazzo pieno di vita, gioioso, sorridente, in grado di affrontare ogni difficoltà. – dice Maria Rachele – Ma soprattutto aveva un senso innato di altruismo».

A 20 anni, appena uscito dalla Scuola Allievi Sottufficiali, viene spedito a Bianco, a capo del Nucleo operativo e radiomobile. «Ha sempre desiderato fare il carabiniere ed aveva faticato tanto per entrarci. Aveva lavorato tanto anche sul suo corpo per curare la sua lieve scoliosi. Non era facile all’epoca entrare nell’Arma». Lui riesce appena 18enne.



La Locride era terra di sequestri di persona, che fruttavano alla mafia calabrese quei miliardi di lire che nei decenni successivi le hanno permesso di arrivare a guidare il traffico internazionale di droga. Sono gli anni in cui le montagne dell’Aspromonte vengono violate dalla mano criminale, è la patria di famiglie profanate dai rapimenti. Il Comandante Tripodi diventa un personaggio scomodo. Dalla sua parte aveva la serietà, l’onestà, la fermezza, il grande coraggio ma anche una lunga lista di desaparecidos, di quelle famiglie disperate per la sorte dei loro cari. Si occupò di quelle storie e indagò su nomi e famiglie, una su tutte. Riuscì ad assicurare alla giustizia i rapitori dell’ingegnere napoletano Carlo De Feo, tenuto prigioniero per 395 giorni sulle montagne reggine. Grazie al suo lavoro furono arrestati diversi esponenti delle famiglie mafiose coinvolte nei sequestri e la sua attività non piacque alla ‘Ndrangheta.

La sera del 6 febbraio venne freddato. Stava rientrando a casa, era in macchina lungo la provinciale che da San Luca lo avrebbe condotto alla marina. La sua auto fu bloccata da un commando che gli sbarrò la strada e sparò contro. Anche se ferito, riuscì a reagire estraendo la pistola d’ordinanza e ferendo uno dei sicari.

Domenico Strangio, Rocco Marrapodi e Salvatore Romeo, affiliati ai clan criminali del posto, vennero individuati quali presunti appartenenti al gruppo di fuoco coinvolto nell’omicidio, ma sono stati poi assolti e il delitto è ancora senza colpevoli assicurati alla giustizia. Chi lo strappò alla vita è rimasto ignoto e libero.

«Di tanti aneddoti me n’è rimasto impresso uno che ci è stato raccontato quando siamo stati in Calabria per una cerimonia – ricorda Maria Rachele – Ci hanno raccontato che alcuni suoi colleghi erano finiti con l’auto in un dirupo e nell’incidente un collega era morto. Era impossibile per i soccorsi e i vigili del fuoco recuperare il corpo perché la zona era molto impervia. Lui invece si è calato giù e l’ha fatto. La macchina è rimasta ancora lì».

Amava il suo lavoro, la sua famiglia. Da lì a pochi mesi avrebbe sposato la sua Luciana. Ma i sogni sono stati infranti in pochi secondi.

Alla memoria di Carmine Tripodi, Medaglia d’Oro al Valor Militare, sono intitolate la caserma sede del comando dei Carabinieri di San Luca e la caserma dei carabinieri di Torre Orsaia. Sulla sua storia Cosimo Sframeli e Francesca Parisi hanno scritto un libro, Un Carabiniere nella lotta alla ‘ndrangheta, pubblicato nel 2011 da Falzea Editore. A lui è stata intitolata la Motovedetta Carabinieri 816 dislocata a Gaeta e la piazza antistante la caserma dei carabinieri di San Luca. Dal 2020 anche la piazza nel centro di Castel Ruggero porta il suo nome, il coraggio e la tenacia di un eroe, figlio del Cilento.

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