Ci risiamo… ma ha ancora un senso?

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Sta per completarsi quello che i nostri nonni vivevano come il soave, dolce periodo prenatalizio vissuto in un’atmosfera del tutto speciale, magico, che, nel bene e nel male, diffondeva su tutto e su tutti un’impercettibile, evanescente, dorata polvere di stelle. Era un clima contrassegnato da uno stato d’animo contemplativo, di serenità, nel quale ogni fatto, ogni gesto assumeva una sua modesta, oggi solo nel ricordo, attraente ritualità. Erano giorni che si dipingevano di una tinta tenue, delicata, festosa, e di una gioia misurata, senza eccessi, che, forse, restituivano ancora una volta anche agli adulti la capacità di rappresentarsi il mondo e la vita con quel tocco di sogno tipico dei bambini.
Ogni giorno sembrava avere un rituale entro cui si esprimeva il ritmo del tempo dell’attesa. Le note dei canti natalizi provati e riprovati nella penombra della chiesa; la letterina di Natale di noi ragazzi piena di volenterose promesse quasi sempre disattese. L’umido e verde muschio per il presepe; l’abete o il ginepro da tagliare per l’albero di Natale; le serate delle due novene (Immacolata e Natale) addolcite dalla solennità dei canti del “Tota pulchra es Maria” e del’ ”Regem venturum Dominum”.

L’affaccendarsi nei vicoli tipico dei giorni immediatamente precedenti il Natale. L’accensione del focarazzo con gli occhi attoniti dei bambini rivolti al cielo per seguire le faville leggere che imperiose, come brillanti stelline, salivano in cielo quasi in cerca del firmamento, mentre intorno il silenzio raccolto delle persone era proprio un sospiro dell’anima, più espressivo di una qualsiasi lauda. E poi quei sapori e quei profumi semplici ma unici del sanguinaccio; delle eleganti e saporose “pascarelle”, un vero scrigno di golosità fatte di frutta secca e cioccolata, di essenze e di aromi; e della nostra regina, di colei che possiamo senz’altro definire la primattrice della festa, la star presente su tutte le tavole: la “zeppola di Natale”. Non credo esista al mondo dolce più povero, dagli ingredienti più umili (acqua e farina), ma non per questo accessibile a tutti per la manifattura.

L’ingrediente fondamentale non è reperibile né facilmente, né a buon mercato, ma è frutto della saggezza, dell’esperienza e dell’amore delle mani delle nostre nonne che hanno trasmesso il loro segreto alle loro figlie e nipoti. Vi era un non so che di atavico, di antico, di sacro nella lavorazione dell’impasto, specchio fedele della durezza della vita di allora. In quei minuti di fervente opera di amalgama del bollente impasto c’è la sintesi di una vita difficile, paziente, laboriosa, quella che insegnava a tutti in modo scarno ed efficace che soltanto il sacrificio paga nella vita.

La forma sinuosa ed avvolgente della zeppola ricorda, con l’aiuto di un po’ di fantasia, la chiave di violino di uno spartito musicale. Ma lei è posta sul pentagramma della nostra vita. E’ quella che scandiva note dolci e armoniose, che dettava momenti di tranquillità familiare, che ispirava fantastiche emozioni e raccontava sogni fatati. Era la Cenerentola della tavola, ma, come avviene nella favola, anche lei come per incanto si tramutava nella più bella, nella più richiesta. Aveva un segreto dentro di sé. Per la nostra gente rappresentava, nel modo più piacevole e garbato, i piccoli successi della vita, quelli conseguiti quotidianamente con tenacia e fiducia in un contesto difficile e privo di grandi risorse.

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Era delicata a tal punto da risultare vulnerabile anche ai malefìci del malocchio. Per precauzione le famiglie se ne stavano rintanate in casa, con le imposte e serrande chiuse ermeticamente, per evitare qualsiasi indesiderata visita durante la lavorazione; per metterla al riparo da sguardi e pensieri iettatori ed evitarle qualsiasi sortilegio. La preparazione delle zeppole era un rito prettamente familiare, gelosamente gestito nell’intimità di una cucina vivacemente trafficata ove ognuno aveva un compito da assolvere e tutti un ordine ben preciso: ignorare ogni eventuale e … pericoloso “toc-toc” al portone. Mi sembra di sentire ancora, ma forse è soltanto una risonanza del cuore, un’eco lontana nella mente, lo scoppiettio della legna ardente e il profumo delle bucce d’arancia e di limone che bollivano nel pentolone …

Capita spesso, e purtroppo peccando anche di ridondanza, di ripetere col miele della nostalgia in bocca: “Ah, il Natale di una volta!”. Sì, d’accordo, di zampognari se ne vedono e se ne sentono ancora alcuni in giro, e nelle case si allestiscono ancora il presepe e l’albero di Natale; è anche vero che il succulento cenone imbandisce ancora le tavole e che ” la Befana vien sempre di notte con le scarpe tutte rotte”. Ma non s’avverte più nel cuore il calore di questa festa. E’ questo perché il Natale oggi ha perso la sua magia e la sua identità culturale. E già solo a rievocare tutta l’antica trama rituale di gesti e di preparativi si ha l’alienante sensazione di arretrare nel tempo in tutta un’altra epoca, eppure son cose d’appena l’altro ieri. Ogni ritualità, ogni gesto non è più manco “vissuto”, è solo “fatto”, così, tanto per farlo e tutto finisce ogni anno più logoro, più estraneo ai nostri sentimenti. Tutta la storia e la tradizione popolare natalizia è finita per diventare sciatto folclore. Forse era fatale che tutto ciò accadesse, perché l’uomo storicamente guarda sempre avanti. Ma è anche vero che ha una memoria da preservare e tramandare. A maggior ragione oggi che il tempo, e i mutamenti che porta con sé, durano lo spazio di un mattino, e che ogni costume, modo di vivere non fa a tempo a diventare tradizione che è già consunto, liso. Fa veramente rabbrividire un mondo senza memoria collettiva, senza radici. E’ la nostra identità a smarrirsi definitivamente.

E allora? E allora … quella cara, misera zeppola, così timida e discreta, ha forse un messaggio di speranza per noi. Se infatti provassimo idealmente a immergere la nostra vita nella dolcezza di quel tempo, come quando inzuppiamo la zeppola nel profumato miele, forse ci accorgeremmo che quel mondo di piccole cose cui aneliamo, fatto di semplicità, genuinità, solidarietà, non è nel nostro futuro, ma è alle nostre spalle, nel nostro umile passato. Basta voltarsi indietro.

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