Con il signor D. alla scoperta di Villa d’Ayala a Valva e i suoi spettacolari giardini

di Pasquale Sorrentino

Il signor D. ci attende davanti al cancello. Appena ci scorge, sorride quasi timido e infila la sua mano callosa in tasca. Tira fuori una minuscola chiave o quanto meno appare tale tra le sue dita tozze, e con un’agilità che non gli si farebbe velocemente infila la chiave nella serrature e sblocca l’ingresso. Con l’altra mano stringe una delle inferriate e spinge. Villa D’Ayala si apre così ai visitatori. Appena varchiamo l’ingresso, gli uccelli tacciono per un attimo, gli insetti si fermano, una folata di vento sembra attraversare l’intero giardino di oltre 18 ettari anche se le foglie non paiono muoversi. Guardiamo verso il lungo viale d’ingresso in leggera salita, la porta diventa il varco. Lo attraversiamo.

Il signor D. ha sembianze taurine, se fosse stato creato da un pezzo di marmo, sarebbe frutto di un solo blocco neanche tanto lavorato. Le braccia sono muscolose, ma sembra non abbiano neanche il gomito tanto che sono compatte. Le gambe pure. Il collo non c’è, forse perché si è arreso alla testa massiccia. Il suo passo non è naturale, pare che debba pensare a come muovere gli arti per poi muovere il corpo. E la sua voce sembra abbia origine direttamente dalla pancia tanto è profonda e con una scia graffiante che entra in testa. Sembra la puntina che sfiora un vecchio disco. Ma le sue parole sono piene di contenuti, di passione, di amore verso un luogo che sente suo. E’ suo. Ricche di conoscenza ed è come un treno a vapore. E noi siamo passeggeri che grazie a lui riusciamo a guardare fuori dal finestrino e capire cosa stiamo ammirando.

E’ un viaggio tra giardini, statue, arte, cultura ma che sembra portare con sé qualcosa che non si vede, ma che comunque entra dentro. Una sorta di aurea. Così ci si avventura in questa splendida tenuta a Valva, secoli di vita e trasformazioni, si affacciano davanti ai nostri occhi. Le Quattro stagioni si guardano sorridendo con Diana che carezza il cervo in un moto di affettuosità. Le erbacce hanno “mangiato” i piedi della Dea della caccia e quasi pare che il signor D. ne soffra. “E’ solo una statua, che gli interessa”, penso.

Le statue, le edicole votive, i vescovi in marmo, spuntano tra alberi e sentieri, su fontane o impalcature di pietra. Sono scoperte quasi improvvise accompagnate dalle spiegazioni luminose e graffianti del Signor D. Parole che si allungano sui secoli, che spaziano da date a persone senza incertezza. Alcuna.

Ercole è fiero e affronta il drago, il vescovo guarda l’acqua sgorgare dalla fonte, le tre Grazie ballano davanti al castello. Sono statue ma sembra che si muovano. Due dame si lanciano rose, ridendo. Le cinque Arti fanno bella mostra di sé. Il Signor D. le guarda da lontano, le carezza con la voce. La voce che poi sembra che si spezzi quando si risale. E i motivi sembrano essere due. Ma entrambi rispondono a un solo termine: il sentimento.

Il Signor D. ci accompagna in un sentiero che spunta senza annunciarsi, taglia il percorso iniziale e si allunga tra alberi secolari. Alla fine ecco spuntare due corpi che si stringono. Amore e Psiche in volo verso il rapimento del sentimento. Il Signor D. pare commosso. Sente il loro amore. Lo sentiamo anche noi.

E poi l’altro motivo della voce che si spezza. Stavolta non è commozione ma tristezza. E’ l’anfiteatro con i trenta spettatori pietrificati. “Una volta erano 43”, sottolinea D. “Sono scomparsi, tra furti e altre decisioni”. Eccola la voce profonda che si spezza. I trenta volti di marmo guardano un anfiteatro chiuso, circondato da una rete arancione che ne denuncia la pericolosità. Li dove per anni si erano esibiti altri artisti. Lì dove è tutto fermo da oltre un decennio. Villa d’Ayala pare che perda pezzi. Incuria e distrazione sono i colpevoli, i cavalieri di Malta – quelli di una volta – ne soffrono. Quelli di oggi non so. Ne soffre il popolo di Valva. E soprattutto se ne duole il signor D. E ancor di più soffre quando ci accompagna – dopo aver attraversato grotte da paura con Vulcano a far da guardiano e anfratti rapiti dalla Natura – in quello che forse ancor di più mostra il decadimento della bellezza: il “castello”.

Ricreato nel Novecento come se fosse stato costruito nel Medioevo, il suo giardino ha perso i pezzi. E si vede il vuoto. Si nota. All’ingresso che dà sul giardino i due cavalieri che – con coraggio – provano a difenderlo, ma dentro sembra il monumento al decadimento. Al vorrei ma non posso e quindi quasi non voglio più. Tra vetri rotti, muri scrostati, camini rubati, resti avanzati, le lacrime salgono e vengono trattenute a stento. Resta l’amaro in bocca. A signor D e a noi che abbiamo visto un posto meraviglioso e che ce lo porteremo con noi.

La visita sta per terminare, il signor D, apre la porta che dà sul cortile, lo attraversiamo, apriamo un portone in ferro e siamo all’esterno del “castello”. Il Signor D. ci offre la sua mano callosa, la stringiamo con gratitudine. Sorride timido, ci saluta quando il tramonto è a un attimo. Chiude la porta, attraversa il castello, supera alcuni giardini, raggiunge l’ingresso secondario nei pressi della porta di San Martino, c’è un piedistallo. Ci sale su, il sole cala dietro la montagna e il signor D. si trasforma in statua, un Minotauro destinato a raccontare la vita di villa D’Ayala per far sì che questo paradiso di Arte, Storia e Cultura non muoia. Le altre statue con la notte prendono vita, destinate a vagar nell’oscurità fino a quando il sortilegio di Villa d’Ayala non venga interrotto. Fino a quando non verrà rispettata per il patrimonio che è.

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