Dinastia a brandelli a Camerota, ecco la verità sulla crisi dell’amministrazione

Nelle piazze, come spesso accade, le bocche sono cucite e la gente, soprattutto alla vigilia delle elezioni, teme di pronunciarsi perché significherebbe schierarsi. Se però le strade tacciono, in tutte le case del Comune cilentano, sui pianerottoli, dentro le stanze e persino in qualche sentiero appartato lungo monte Di Luna, sulla bocca di ognuno c’è un solo argomento: il tracollo dell’amministrazione. Che significa l’inabissamento di una lunga storia e di una potente dinastia che qui regna da anni, tramandandosi per generazioni.

Quello che si deve fare sapere sulle piazze è che è venuta meno la fiducia tra il sindaco e Pitto, alias Antonio Troccoli, padre di Ciro Troccoli, il primo capo gabinetto (alias staff), il secondo assessore all’Ambiente. Poi, di conseguenza, tra il sindaco e Michele Del Duca, vicesindaco, accomunato a Pitto da un passato socialista che ha circa 40 anni di storia. Ma dentro le case, la gente, conosce le ragioni di quella che apparentemente viene definitiva una ‘mancanza di fiducia’. Che, fondamentalmente, è semplice come l’acqua calda. Ed è la pura conservazione della dinastia.

Insomma da tempo, Ciro Troccoli e il padre, Antonio Troccoli che hanno il polso della situazione e possono contare su una fetta di elettorato solida ma non autosufficiente, si sono accorti del calo di consenso di Toitto, l’attuale sindaco che loro hanno fatto votare, come sottolineato dallo stesso Pitto. Hanno cioè capito che riproporsi alla popolazione con quello stesso candidato sindaco e con l’immagine di questa amministrazione significa semplicemente rischiare grosso. Hanno quindi ‘avviato le consultazioni’ per provare a capire se esiste una possibilità di conservazione della dinastia. Se cioè fosse possibile rivincere le elezioni, in qualunque modo, con chiunque. Come lo stesso Pitto ha lasciato intendere, quando ha detto che non c’è pregiudizio per alcuno.

Che loro provassero a tessere nuove relazioni politiche l’hanno saputo tutti. E’ praticamente impossibile che fosse sfuggito all’attuale sindaco. L’operazione che Antonio Romano ha definito «tradimento», ma che tutti sapevano accadesse (prima o poi è solo questione di tempo, conoscendo i protagonisti) ha prodotto un effetto ‘logoramento’, a valanga. Troccoli figlio infatti ha spostato la partita sulla dimensione ‘politica’, trasferendola fino ai livelli provinciali dove ha incontrato i vertici del partito di riferimento.

Una triangolazione inizialmente avviata con l’ex assessore Orlando Laino, precedentemente uscito dalla maggioranza e che vedeva quest’ultimo come candidato sindaco alle prossime elezioni, sarebbe stata ‘virata’, con un intervento dall’alto, su Michele Del Duca indicandolo come candidato sindaco gradito a Salerno. Questo alle spalle di Romano, presuntamente e politicamente ignaro, ma ovviamente inquieto, fino a mandare in ebollizione il telefono di Ciro Troccoli che – a detta del sindaco – sarebbe suonato a vuoto.

E’ suonata invece, il mattino successivo, la sveglia del sindaco, simbolo tra l’altro della sua lista, che, di buon’ora, l’ha buttato giù dal letto, per anticipare le mosse e dimettere l’assessore, il vicesindaco, il capo staff e il presidente della società portuale, fratello del vicesindaco.

Insomma la dinastia è a brandelli e fortemente impegnata in una disperata ricomposizione. Che non può vedere l’assessore Ciro come candidato sindaco, poichè divisivo, e non forte elettoralmente, da tenere banco ai concorrenti. Che al momento sono due, ovvero Mario Scarpitta con una lista civica praticamente definita e pronto a dare battaglia in nome del rinnovamento e dell’ «onestà», scaraventata addosso alla ‘dinastia’, e Pierpaolo Guzzo, con un’altra lista messa a punto, intorno al Pd anch’egli contro la dinastia, ma in chiave più politica. Tra questi ultimi due nessuna alleanza per la reciproca, incondizionabile, determinazione a fare il candidato sindaco.

Chi penserebbe mai che l’attuale sindaco rimarrebbe fuori dai giochi anche se logorato? Praticamente nessuno. Ecco perchè si ipotizza la sua quarta lista. Fosse anche solo per minare il campo degli scissionisti «traditori». Ma nel frattempo? C’è di mezzo la votazione al bilancio del Comune, a cui ha lavorato lo stesso Antonio Troccoli e che appartiene, per intero, alla dinastia, sia scissionista che reduce.

Entrambi infatti sono politicamente persuasi di non potersi tirare indietro dal sostenerlo e votarlo, pena la più palese delle vergogne da andare poi a raccontare alla gente, una volta commissariato il Comune. E questo a prescindere da chi compone la giunta, visto che si è assistito a una patetica chiamata alle armi, dalla serie: chi vuole fare l’assessore? A cui pare neppure i piccioni si siano detti interessati. Se non qualche anima gentile che, al calcolo ha probabilmente anteposto l’onore. Delle armi.

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