Enzo Tortora, morire di errore giudiziario

di Giuseppe Amorelli

Ingiusta detenzione, errori giudiziari, durata irragionevole dei processi, uso distorto delle intercettazioni, fuga di notizie coperte dal segreto istruttorio, ma anche la “spiccata autoreferenzialità” di alcuni Pubblici ministeri, sono tutte facce di una stessa medaglia: la malagiustizia. Nessuno di noi è importante:siamo tutti fragili, frangibili come calici di cristallo. Prima il clamore mediatico, poi le assoluzioni in sordina ma la riabilitazione per l’innocente è quasi impossibile. Ripristinare l’onorabilità e la reputazione si trasforma in un’odissea.

Storie di comuni cittadini, ma anche nomi eccellenti della politica e del mondo imprenditoriale italiano: le “sviste” della Giustizie colpiscono quotidianamente, in modo trasversale, tutti i ceti sociali, senza operare dei distinguo. Il clamore può essere legato al nome altisonante del personaggio coinvolto o all’assurdità delle accuse mosse che poi si rivelano totalmente destituite di fondamento, il denominatore comune resta sempre lo stesso: vite sconvolte da vicende giudiziarie che si protraggono spesso per anni, e che, solo nella migliore delle ipotesi si concludono con assoluzioni, tra lungaggini processuali che rendono ancora più estenuante la sete di verità e gogna mediatica da cui è davvero difficile uscire per riguadagnare l’onorabilità e quel pezzo di vita che è stato “rubato”.

Disse di Enzo Tortora, il giornalista Giancarlo Governi: “Enzo era un uomo molto intelligente e soprattutto di grande cultura. A casa sua a Via Piatti a Milano troneggiava una ricca libreria di classici della letteratura e della filosofia, che Enzo aveva letto e studiato con rigore. Il suo linguaggio era quasi un miracolo, sia che parlasse di vita quotidiana sia che invece parlasse di cultura alta. Era intellettualmente molto rigoroso e ironico per cui talvolta poteva esplodere in momenti di intolleranza nei confronti delle persone poco serie o che si macchiavano di cialtroneria, per Enzo uno dei peccati più gravi. Per tutti questi motivi molti suoi colleghi lo ritenevano antipatico e lo detestavano. Quando fu arrestato furono pochi a schierarsi dalla parte della sua innocenza. Qualcuno addirittura si lasciò andare a giudizi e a dubbi che poi fu costretto a rimangiarsi”.

Il caso Tortora avrebbe dovuto avere “effetti” illuminanti e riformisti sull’intera macchina giudiziaria italiana..Infatti si tenne il referendum abrogativo l’8.11.87, – sulla scia del “caso Tortora” – e l’80% si pronunciò in favore dell’abrogazione del d.p.r. n. 497/1987, limitativa della responsabilità civile dei magistrati. Venne così approvata la legge 13.4.1988, n. 117 (responsabilità civile dei magistrati), che tuttora disciplina la materia. Normativa che ha corrisposto solo in parte all’intento dei promotori del referendum abrogativo, prevedendo una responsabilità diretta dello Stato e soltanto indiretta del magistrato, previa rivalsa dello Stato. E solo per dolo o colpa grave (art. 2, comma 3). Il dettato e l’applicazione della l. 117/88 e i numeri conseguenti dimostrano come il risultato referendario sia stato tradito. La responsabilità civile dei magistrati è solo virtuale, non reale.

L’avvocato Raffaele Della Valle, difensore di Enzo Tortora, confesserà poi di avere avuto la tentazione bruciante, scottante, di cambiare attività. “La giustizia è un’impossibilità materiale, un grandioso non senso, l’unico ideale di cui si possa affermare con certezza che non si realizzerà mai.”“La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai amato veramente. (Emil Cioran).

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