Quando la “querela” si trasforma in “querelle”. Il mondo dell’informazione, con le antenne tese, rispetto al rischio di slittamento. Il giornaledelcilento non ne è esonerato

Tra "querela" e "querelle" a volte c’è una grande differenza. Più spesso, a maggior ragione in questi ultimi tempi, i due termini, volentieri, convergono. Ma è solo una questione di terminologia? Ovviamente no. E’ soprattutto una questione di contenuti. Proviamo a chiarirne il perchè. E’ motivo di attualità il dibattito sulla libertà di informazione che imperversa in Italia, attraversa l’intero globo, minaccia le redazioni internazionali, nazionali e locali, ma in questo nostro meridione, un po’ bizzarro e un po’ distratto attecchisce con più difficoltà. L’ordine nazionale dei giornalisti, in questi giorni, mette sul tavolo della dialettica interna alla categoria – consapevole degli effetti che si riverberano nell’opinione pubblica – il discorso sulle querele contro i giornalisti. E non perchè queste costituiscano in sè una preoccupazione, visto che le aule giudiziarie sono piene di accuse di calunnia e diffamazione, quanto piuttosto perchè è acclarato che spesso vengano usate dal potere – nelle sue multiformi manifestazioni – come strumento di minaccia, come una clava per provare a fare abbassare la testa a quei giornalisti con "la schiena dritta". E ciò avviene in barba al fatto che la maggior parte dei processi contro i giornalisti si concludono con un nulla di fatto quanto a condanne per il cronista e con un bel grattacapo per chi ha denunciato il cronista. Sapete perchè? Non di certo – come qualcuno sicuramente immagina – perchè ci sia commistione tra potere giudiziario ovvero magistratura e giornalismo, no. Quanto perchè spesso il giornalista sopperisce al ruolo riservato alla magistratura di indagare rispetto a fatti e situazioni contestabili sul piano della correttezza istituzionale, offrendo quindi agli organi inquirenti le basi per procedere ad approfondimenti rispetto ai fatti contestati. Risultato? Il giornalista nella gran parte dei casi, ne esce con il profilo trasparente di colui che, in uno stato di diritto, semplicemente ha svolto il proprio dovere, mentre colui che denuncia ne esce con qualche impiccio in più, rispetto alla propria condizione, precedente alla denuncia. Ovvero se fino al giorno in cui viene pubblicato l’articolo il soggetto in questione doveva darne conto al giornalista ed ai suoi lettori, dal giorno della querela in poi, lo stesso soggetto deve dare conto dei fatti contestati agli organi giudiziari. E, come è facile comprendere, gli strumenti utilizzati sono ben diversi. Da un lato il giornalista con il suo codice deontologico, un po’ di buona scuola per trattare in modo corretto le notizie ed un pizzico di sfrontatezza nel recuperarle e diffonderle, mentre dall’altro c’è un giudice con il suo codice penale, i suoi collaboratori che indagano a 360 gradi (quindi non più solo nel merito dei fatti contestati) e le aule di tribunale dove le carte si trasformano in sentenze. Nulla di nuovo rispetto a quanto già noto. Non fosse per il fatto però che spesso essere improvvidi può risultare fatale. Ed è proprio in questi termini che si fa strada quel marcatore che indica la misura della differenza tra "querela" e "querelle". La prima quindi starebbe nella misura della legittima presa di posizione rispetto al fatto di vedersi violati diritti incontestabili come quelli dell’immagine personale che sfocerebbe in  vilipendio, la seconda invece è simile ad un coltello dalla doppia lama. Ovvero  si usa spesso la prima (ovvero la minaccia non tagliente) per giungere al risultato di dissuadere, fare abbassare la guardia, intimorire il cronista che indaga, scivolando poi sulla seconda lama (che invece taglia) ovvero quella di trovarsi dentro ad una confusione incontrollabile che porta dritto dritto alle grinfie di chi non è interessato più alle opinioni ma solo ai fatti e alle carte. Questo giornale non è stato risparmiato rispetto al fatto di confondere la querela con querelle, tradotto: rispetto all’intenzione di alcuno di mirare alto per ottenere almeno qualche risultato accettabile, e, come nella gran parte di casi simili, il risultato è stato solo quello di creare "querelle", ovvero "ammuina". Di certo non ha raggiunto il risultato di intimorire, di fare smettere di indagare. Tuttavia un vecchio detto ricorda che chi è causa del proprio mal, pianga se stesso. A chi avesse ancora intenzione di continuare ad usare questo strumento di ricatto auspicando risultati improbabili, è bene ricordare che tra "querelle" e "querela" c’è di mezzo la cautela.