Camerota: Rosaria Capacchione spiega il potere economico-seduttivo della camorra

E’ una domenica pomeriggio di giugno. Fa caldo, a Marina di Camerota. Qualcuno passeggia, un altro boccheggia, qualcuno è sulla spiaggia, talaltro gode di una bibita fresca. E c’è sempre chi, insofferente alla calura estiva, prova a emigrare in Islanda, col teletrasporto.  

In una saletta del Djembè Club, una struttura balneare posta sulla spiaggia più vicina al porto, la "Marina della Barche", l’associazione Cilento Emergenza Onlus ha organizzato un incontro con Rosaria Capacchione, la giornalista de Il Mattino impegnata da anni nella descrizione accurata e critica dell’enorme potere sociale e soprattutto economico accumulato dai clan camorristici. In particolare, la giornalista napoletana è da lungo tempo una narratrice puntuale di tutto ciò che riguarda il clan dei Casalesi, il sanguinario e potente cartello criminale del casertano che ha colonizzato le economie dei Paesi più disparati, in ogni angolo di questo pianeta infetto. Tale prezioso e continuativo impegno professionale è costato a Rosaria Capacchione ripetute minacce di morte da parte di affiliati al clan; ora vive sotto scorta. E continua a fare il proprio mestiere, col coraggio e la precisione di sempre.

L’incontro inizia, davanti ad una platea non proprio "fitta", nonostante la caratura morale e professionale dell’ospite principale. La sala si va riempendo in maniera progressiva, quasi per inerzia, quando le parole cominciano a tuffarsi dai microfoni. A moderare l’incontro c’è Vincenzo Rubano, presidente di Cilento Emergenza e portavoce del sindaco di Camerota. Nel suo intervento iniziale fa riferimento a Borsellino, al "fresco profumo di legalità" che si oppone al "puzzo del compromesso", nonchè al grande valore riconosciuto all’attività di Rosaria Capacchione, espresso pure nel libro "L’oro della camorra", testo in cui la cronista campana delinea con precisione la dilaniante e capillare capacità economica e imprenditoriale del clan campano.

Dopo gli interventi di saluto di Pierpaolo Guzzo e Nicodemo Saggiomo, componenti dell’amministrazione comunale di Camerota, prende la parola Don Gianni Citro, il parroco di Lentiscosa nonchè organizzatore del Meeting del Mare, la kermesse musicale che ogni anno si "celebra" a Camerota. Il suo è un intervento articolato, pieno di riferimenti. Parte dal suo ruolo di prete, dall’importanza dell’attività di testimonianza. Parla di legalità, Don Gianni, e lo fa in riferimento a San Paolo e al suo "Non è la legge che ci salva, ma lo spirito"; da questo angolo visuale, parlare di legalità diventa importante soprattutto in relazione a quello che chiama lo "spirito della legge", più che il seguire la legge "alla lettera". In questo quadro, per quanto concerne quella porzione di "territorio" sociale e culturale dove non arrivano le norme e le istituzioni, esalta il ruolo dei creativi – poeti, artisti, scrittori, giornalisti – che "hanno un ruolo di vitale importanza affinchè arrivino fermenti di pensiero all’interno di una comunità", gli straordinari contributi di testimonianza di alcune persone virtuose. Come Rosaria Capacchione, appunto. Poi il parroco parla della comunità locale, della minaccia criminale dietro l’angolo: "Mi preoccupo quando sento dire che da noi non c’è la camorra, che non ci riguarda. E’ vero che non conosco persone della mia comunità che fanno parte di organizzazioni malavitose, ma è vero pure che la sete di denaro ha davvero trasformato diverse persone del posto. Rimango spaventato quando mi affaccio nel mondo dei giovani: molti di loro nutrono antipatia, se non addirittura disprezzo, verso la cultura della legalità e del rispetto. Vedo che cresce a dismisura questo fascino del denaro, il suo micidiale potere di seduzione. La fame dell’oro è il presupposto di ogni cultura di camorra. Perciò, credo sia abusivo dire che la camorra non ci riguarda". E ancora, sulla situazione locale: "Conosco persone che di questo posto hanno fatto uno strumento di potere perverso e, in qualche maniera, malavitoso. E porto il ricordo turbato e inquietante di qualche rappresentante di alto livello delle forze dell’ordine che ha provato preoccupazione e disagio allorchè ho parlato pubblicamente di una forma di intesa tra camorra e imprenditori, anche in questo territorio".

C’è pure Domenico Bortone, il sindaco di Camerota, tra coloro che prendono la parola. E c’è Tommaso Pellegrino, il primo cittadino di Sassano. Pellegrino, ex parlamentare e componente della commissione antimafia, incentra il proprio intervento sul ruolo della politica nella lotta alle mafie e nella promozione concreta del valore della legalità. Parla dei rischi concreti legati all’interessamento dei gruppi criminali al territorio cilentano, ritenuto a torto come vergine e lontano dal vortice viscoso delle organizzazioni mafiose, facendo riferimento anche alle inchieste che hanno portato alla luce un grosso sversamento di rifiuti tossici nel Cilento e, in particolare, nel Vallo di Diano. Pellegrino descrive il preoccupante humus sociale e culturale in cui cresce la nuova generazione; per la maggior parte di alcuni ragazzi interpellati nell’ambito di una indagine elaborata in commissione antimafia, citata dal sindaco, "il fastidio principale è rappresentato dalla caserma dei carabinieri".

L’incontro si chiude con l’intervento della Capacchione. Chiaro, preciso, lineare, impietoso, per certi versi. Comincia portando l’esempio dei tanti imprenditori emiliani che, con lo scoppiare della crisi economica, si sono rivolti a persone colluse col clan dei Casalesi, per ottenere in modo agevole liquidità e innegabili "benefici" immediati. "C’è una convenienza innegabile per le imprese ad aderire al progetto economico-imprenditoriale e sociale offerto dalla camorra", afferma la Capacchione, in relazione, tra le altre cose, alla disponibilità di denaro contante, alla manodopera addomesticata e ai controlli ammorbiditi. E poi, ai cilentani convinti della "purezza" di questi luoghi e di questa gente: "In questo periodo di crisi c’è il grande pericolo che le imprese si appoggino, si affidino alla criminalità, soprattutto in territori considerati "vergini", come il Cilento. Questo è un problema enorme."

La giornalista del Mattino fa una disamina breve e esauriente. Affronta la questione della perdita del potere di "deterrenza" del carcere, della difficoltà di arginare il vasto fenomeno del riciclaggio, della scempio perpetrato da iniziative di governo come lo scudo fiscale. Descrive le gravissime storture arrecate al mercato, attraverso l’attivazione di circuiti economici "viziati", figli delle manovre illecite di riciclaggio messe in campo dalle organizzazioni malavitose. Fa un elenco pressochè infinito di stati colonizzati dalla rete economica e criminale dei Casalesi. "Non esiste una zona del mondo a riparo dall’interesse della criminalità organizzata. Se non è già avvenuto che qualche sodalizio criminale si sia interessato a questa zona, molto probabilmente accadrà molto presto. Ciò avviene soprattutto perchè al cittadino-imprenditore conviene l’adesione al progetto economico-criminale.

Racconta il sistema inefficiente, la Capacchione. Quel sistema che non incentiva le banche ad effettuare le segnalazioni anti-riciclaggio, nè le punisce se non le fanno. "Abbiamo in Italia un modelo politico e legislativo che rende conveniente l’adesione ai disegni criminali delle mafie. Un Paese che consente l’attuazione di uno scudo fiscale come quello che è stato fatto ultimamente compie un’istigazione, nella migliore delle ipotesi, all’evasione fiscale". E continua, sempre sul sentiero rivolto a spiegare il concetto di convenienza di alcuni rapporti con "gente sospetta". Porta l’esempio di un’imprenditore che vende un’attività per 2 miliardi; li riceve in contanti, non segnala nulla, ne dichiara solo una parte, il resto se li mette "puliti" in tasca. Esprime la necessità di "occupare fisicamente i nostri luoghi, i nostri prodotti, senza lasciare spazi vuoti che poi potrebbero essere occupati dai "cattivi". Se consideriamo i camorristi delle persone da emarginare, dobbiamo trattarli realmente da marginali. E non solo quando li vediamo nei film, o quando ci toccano da vicino, in un modo o nell’altro".

Rosaria Capacchione si esprime con semplicità, e con una potente onestà intellettuale. Dice che, nelle realtà più circoscritte, "le cose in realtà si sanno". I legami di alcune persone con soggetti collusi si conoscono, gli arricchimenti veloci puzzano. Ma spesso non si fa nulla e si rimane all’interno di una rete economica e sociale profondamente malata, ma in un certo senso comoda. E avvolgente. "Entrano in gioco le piccole convenienze: c’è chi non mi fa pagare il biglietto in discoteca, un’altro mi fa un favore, l’altro ancora me ne fa un altro. Questi meccanismi profondi fanno si che un’organizzazione come quella dei casalesi continui a prosperare , nonostante abbia subito qualcosa come 2000 arresti negli ultimi 15 anni. Ciò avviene perchè c’è un’adesione diffusa e sostanziale ad un modello di vita che risulta essere più amato che condannato, nella nostra società".

Coinvolge, Rosaria Capacchione. Racconta, con la voce che si fa più bassa e profonda, quasi a significare il dramma di tanti, di chi aderisce ad un progetto innaffiato dalla malavita, credendo che i benefici iniziali valgano i rischi. Ma che poi si trova invischiato per tutta la vita e "capisce che non ne valeva la pena. Ma è troppo tardi."

Il casertano, territorio strozzato dai casalesi. Più in generale, la Campania, regione soffocata dalla Camorra. "Stiamo pagando un prezzo altissimo, ma ce lo meritiamo, per gli errori compiuti. E continuiamo a sbagliare. Abbiamo perso anche la capacità di immaginare e progettare un futuro differente, un altro modello di sviluppo. Tutto ha un respiro corto, tutto è effimero. Credo che questo sia responsabilità della politica, senza dubbio. Ma anche dei cittadini; perchè, alla fine, la politica siamo noi. Noi scegliamo i nostri rappresentanti, ci affidiamo a certe persone. E poi dobbiamo pagare le conseguenze di queste scelte, è giusto così."