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L’amicizia tra Ungaretti e un soldato cilentano nel libro di Elvira Zammarrelli

di Redazione

di Mariella Marchetti

È raccontata anche un’inedita storia d’amicizia tra Giuseppe Ungaretti e un soldato cilentano nel libro “Fratello straniero” della scrittrice Elvira Zammarrelli. Edito da Galzerano, è un romanzo da cui gronda tutto l’orrore della prima guerra mondiale e il disprezzo per tutte le inutili guerre che hanno legalizzato e sacralizzato, come afferma l’autrice, la crudeltà e l’omicidio:

«In questo romanzo si vogliono richiamare alla memoria alcuni ” ragazzi” di un paesello del Sud che, ignari di quanto stesse accadendo in Italia e nel mondo, dediti alla loro semplice vita, si videro chiamati ad un dovere che all’inizio non riuscivano nemmeno a comprendere fino in fondo e che li avrebbe resi, loro malgrado, spettatori e protagonisti di una catastrofe fino ad allora inaudita. Le loro umili e drammatiche storie sono la dimostrazione di quanto la  “Grande storia” possa influire negativamente  sulle tante “piccole storie” che passano inosservate e spesso cadono nel dimenticatoio».

Il racconto è una storia di amicizia nata sul fronte del Carso, dove Ungaretti si era arruolato come volontario nel maggio del 1915, con il caporale di fanteria Angelo Raffaele Matonti, partito ventiseienne da San Mauro Cilento. L’incontro avviene in un luogo fortemente simbolico, il monte San Michele, teatro di alcune delle battaglie più aspre della Prima Guerra mondiale e luogo di redazione di diverse poesie dell’autore, come “Sono una creatura” in cui il monte San Michele viene citato e definito fredda, dura, refrattaria pietra, come la sofferenza dei soldati che non hanno più neanche lacrime per piangere. Mentre sta infuriando la battaglia dell’Isonzo, il caporale Angelo Matonti si offre di scrivere lettere per i commilitoni analfabeti. Accade che un giorno si avvicini a lui un giovane soldato che lo guarda insistentemente e che poi si rivelerà essere Giuseppe Ungaretti. Angelo crede che il soldato abbia bisogno di essere aiutato a scrivere una lettera e non sospetta che stia per nascere un’amicizia con uno dei più grandi poeti del Novecento.

L’autrice del libro racconta che l’incontro tra Matonti e Ungaretti è stato documentato dalla testimonianza della nipote di Matonti, raccolta dal professor Osvaldo Marrocco e che i due divennero amici, aprendosi e manifestando il reciproco e profondo dolore che li opprimeva. Ungaretti scrive per il suo amico frasi su delle foglie secche perché l’amico le porti alla sua amata e si ricordi di lui: “Una foglia per ogni volta che mi hai dato una mano con la biancheria e che mi hai pulito le scarpe. Una foglia per ogni volta che abbiamo trascorso dei bei momenti insieme”.

Commovente il dialogo tra i due  quando assieme leggono il passo del “Manifesto del Futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti in cui s’inneggia alla guerra come igiene del mondo, al militarismo e all’aggressività: Ungaretti interviene manifestando le sue idee confuse e un forte ripensamento sull’idea di guerra, lui che era stato un fervente interventista: “Da quando sono qui, sul bordo di queste alture, a vedere negli altri le mie stesse paure a guardare il cielo dal mio giaciglio di fortuna in questo crocevia di patimenti, di disagi, di fame, di caldo diurno e freddo notturno, le mie ferme idee sono confuse e quel che un tempo mi illuse, oggi mi delude. Cisalpini o transalpini, siamo tutti uguali. Non ci sono bestie feroci al di là delle Alpi, ma esseri umani come noi”.

L’autrice racconta di aver tratto lo spunto per questo dialogo dalla testimonianza della nipote di Matonti e dalle liriche di guerra crude e drammatiche che poi confluiranno nel “Porto sepolto”. Il romanzo riesce a coniugare in una interessante sintesi le umili e drammatiche storie di persone semplici  che si trovano catapultate nella Grande Storia, ignare della catastrofe e del dramma che si sta consumando nel mondo, lontano dal loro paese, dalla loro vita semplice.

L’editore Giuseppe Galzerano ritiene  che «l’inedita e suggestiva scoperta di Elvira Zammarrelli dell’amicizia tra Giuseppe Ungaretti e i due soldati cilentani, sia  importante per il territorio e possa spiegare un avvenimento successivo nella vita del poeta: quattordici anni dopo la fine della prima guerra mondiale, il giornalista Giuseppe Ungaretti sarà incaricato dalla «Gazzetta del Popolo» di Torino a realizzare un reportage dal sud, dove verrà e sosterà nel Cilento, alloggiando a Pioppi, una frazione di Pollica, comune confinante con quello di San Mauro Cilento. Anche se non ci sono documenti che lo provano, è bello immaginare che in quell’occasione Ungaretti abbia potuto rivedere e incontrare Angelo Raffaele Matonti, lo scrivano del 63° Reggimento Fanteria, che un giorno, in una maledetta e sanguinante trincea del Carso, non conoscendolo, si mise a sua disposizione per scrivergli una lettera.

E’ anche suggestivo pensare a un giovane e intraprendente soldato cilentano che aveva frequentato solo le scuole elementari e che offre la sua penna ad un poeta, nato ad Alessandria d’Egitto, dove aveva frequentato la Baracca Rossa, il circolo di studi sociali degli anarchici italiani, era stato all’Università di Parigi, aveva già pubblicato le sue prime poesie su alcune riviste letterarie del tempo e anche una sua raccolta di poesie».

L’autrice, in occasione della ricorrenza del Centenario del Milite ignoto, ha voluto ricordare le storie e i volti di San Mauro Cilento di cui il libro è pieno, e dedicare questo romanzo a tutti i soldati che partirono convinti di sostenere una giusta causa e non  tornarono mai più a casa.

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