L’opinione | «Perché bisogna rimanere a casa»

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di Giangaetano Petrillo

Si riparte. O per meglio dire, qualcosa ripartirà. D’altronde immaginare o supporre che tutto sarebbe ripartito dopo circa due mesi di lockdown è insensato. Ripartire con gradualità e proporzionalità, prestando molta attenzione agli obblighi che ancora ci accompagneranno per diverso tempo, almeno fino a quando non avremo un vaccino che possa renderci tutti immuni dal contagio, così da assestare quel colpo finale e mettere knock-out il Covid-19. Perché suoni il gong del terzo e definitivo round dobbiamo ancora aspettare. Forse per la primavera prossima, o anche prima. Ma di sicuro se vogliamo risollevarci da questo confinamento e da questa solitudine che stiamo vivendo come fossimo dei modelli di Edward Hopper, è bene, per non ritrovarci nuovamente confinati nelle quattro mura di casa, continuare a rispettare quelle semplici regole che il premier Giuseppe Conte ha ripetuto per l’ennesima volta.

Repetita Iuvant, dicevano i latini. E infatti ripetere questi obblighi serve da un lato a far ripartire, seppur gradualmente, l’economia dell’Italia e riaccendere così il motore dei quell’imprenditoria che ha sofferto pesantemente questo confinamento. Dall’altro lato serve a mantenere comunque basso il fattore di contagiosità del virus, sceso tra lo 0.2 e lo 0.7, dunque molto al di sotto dell’1, indice auspicato fin dall’inizio della pandemia dai virologi. Quindi, possiamo dire che in questa fase-1 siamo riusciti ad ottenere l’effetto desiderato dalle scelte governative di distanziamento sociale, ed è giusto usare il plurale perché il risultato è stato raggiunto avendo la maggior parte rispettato quelle restrizioni. Con difficoltà, perché nessuno era abituato e perché molti hanno dovuto chiudere le proprie attività e le proprie imprese o lasciare il proprio posto di lavoro. O semplicemente si sono ritrovati a chilometri di distanza dai propri familiari senza la possibilità di potersi ricongiungere. Questi sacrifici hanno sortito l’effetto desiderato. In primo luogo, infatti, hanno consentito di superare l’emergenza sanitaria. Molti ospedali, se non tutti, erano inadeguati ad un’emergenza così improvvisa e con un così alto numero di ricoverati. I primi giorni di questa pandemia molte sono state le scene di interi ospedali e reparti invasi, letteralmente, da pazienti contagiati o con lievi sintomi, e molti, purtroppo, sono i racconti di chi ha dovuto decidere chi ricoverare precedentemente.

Dunque, l’emergenza sanitaria è stata superata e ora ogni giorno ascoltiamo la notizia di quanti posti in terapia intensiva continuano a liberarsi. Ma non solo. Molti presidi ospedalieri, infatti, hanno avuto il tempo, soprattutto al sud ma non solo, di creare ex-novo ospedali Covid-19 o hanno incrementato i posti letto nei reparti di terapia intensiva. In secondo luogo hanno protetto un gran numero di suscettibili, cioè le persone che avrebbero potuto essere contagiate. Questo dato soprattutto ha consentito una riduzione corrente del fattore di contagiosità. È intuibile come senza questo distanziamento sociale, senza la chiusura di locali e di attività commerciali non avremmo ottenuto questi risultati. Almeno non in questi termini e non con un contenimento di morti che, se non fosse stato rispettato il distanziamento, sarebbero stati molti di più. Ma perché dobbiamo continuare a restare chiusi in casa e a non poter uscire liberamente? C’interessa sapere, più in generale, che le cose vanno davvero bene quando il fattore di contagiosità R0 è inferiore a 1. Se ogni infetto non contagia almeno un’altra persona, la diffusione si arresta da sola, la malattia è un fuoco di paglia, uno scoppio a vuoto. Se, al contrario, R0 è maggiore di 1, anche di poco, siamo in presenza di un principio di epidemia.

Per visualizzarlo, basta immaginare che i contagiati siano delle biglie. Una biglia solitaria, il famigerato paziente zero, viene lanciata e ne colpisce altre due. Ognuna di queste ne colpisce altre due, che a loro volta ne colpiscono altre due a testa. Eccetera. È quella che viene chiamata una crescita esponenziale, ed è l’inizio di ogni epidemia. Nel primo periodo, sempre più persone vengono contagiate sempre più velocemente. Quanto velocemente, dipende dalla grandezza di R0 e da un’altra variabile fondamentale di questa matematica trasparente e decisiva, il tempo medio che intercorre tra quando una persona viene infettata e il momento in cui quella stessa persona ne infetta un’altra — una finestra temporale che, nel caso di Covid-19, è stimata a circa sette giorni. Possiamo riassumere tutti gli sforzi istituzionali, tutte le misure «draconiane», le quarantene, la chiusura di scuole e teatri e musei, le strade vuote, in un’unica intenzione matematica, abbassare il valore di R0. È quello che stiamo facendo con le nostre dolorose rinunce. Perché quando R0 si abbassa, l’espansione rallenta. E quando R0 viene faticosamente riportato sotto il valore critico di 1, la diffusione inizia ad arrestarsi. A partire da quel momento è l’epidemia stessa, non più le persone, a soffocare. Negli ultimi giorni si è aperta una faglia tra chi accetta con umiltà quanto viene disposto dall’alto e chi grida all’esagerazione, alla follia, alla «psicosi collettiva». O magari non grida nemmeno, assume un atteggiamento più sprezzante, più intellettuale, come a dire «poveri stolti, si lasciano infinocchiare», che in fondo è la stessa cosa. Questo tipo di scetticismo è trasversale, non dipende dal livello d’istruzione, né dalla provenienza o dall’età — forse dall’età un po’ sì, gli adulti-adulti sembrano particolarmente inclini. A ogni modo è un atteggiamento umano, ed è particolarmente in voga nella nostra epoca. Ma chi insiste a dire che il contenimento eccezionale messo in atto è «esagerato» non ha capito la matematica. Oppure l’ha travisata.

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Un fraintendimento comune, per esempio, nasce dal raffronto proposto con l’influenza stagionale. Ciò che di Covid-19 assomiglia all’influenza stagionale è il modo del contagio, il fatto che avvenga per lo scambio di goccioline sparate in aria attraverso gli starnuti e la tosse. E ci sono i sintomi generali, certo, che si confondono — una confusione che ha causato ritardi nel contenimento iniziale, nonché incidenti spiacevoli come quello dell’ospedale di Codogno. Ma al momento non c’è alcuna evidenza che il coronavirus debba avere un autonomo picco stagionale per poi recedere, come le influenze ordinarie. Riguardo al picco di contagi, poi, qualcun altro si è lasciato ingannare dalla notizia che in Cina sia già stato superato. E che questo accadrà molto presto anche da noi. È l’interpretazione errata di un dato. Sarebbe più corretto dire che «un» picco, il primo, è stato raggiunto e superato in Cina. Ciò è accaduto proprio ed esclusivamente in ragione delle misure iper-restrittive che la Cina ha applicato, ovvero bloccare qualche centinaio di milioni di persone in casa. Non a causa di una caratteristica intrinseca della malattia. Insomma R0, in Cina e poi da noi, è stato trascinato giù a forza. E adesso viene mantenuto basso a forza, come se tutti quanti, ubbidendo alle istituzioni, stessimo premendo sul coperchio di una pentola piena d’acqua in ebollizione. Nel momento in cui le misure venissero allentate, in Cina come qui, è probabile che R0 tornerebbe al suo valore «naturale» di 2,5. Il contagio ricomincerebbe a diffondersi esponenzialmente. Gli epidemiologi sanno che il solo modo di fermare sul serio un’epidemia è che il numero di Suscettibili diventi abbastanza basso da rendere poco probabile il contagio. Per esempio quando la popolazione è vaccinata. I vaccini ci fanno passare da Suscettibili a Recovered senza nemmeno attraversare la malattia. Ma non è il nostro caso per il momento. Il Covid-19 è per noi umani ancora troppo nuovo.

È saltato da un pipistrello a qualche altro animale, forse un serpente, dove i due codici genetici si sono mescolati in maniera sfortunata, e da quel secondo ospite ha spiccato un altro salto, sull’uomo, con la stessa carica di novità di un asteroide che fa precipitare sulla Terra un elemento chimico sconosciuto. Non abbiamo anticorpi efficaci e non abbiamo vaccini. Non abbiamo neppure statistica. Se tutti o buona parte dei Suscettibili diventassero Infetti troppo velocemente, a ricevere un urto pericoloso sarebbe il nostro sistema sanitario. Non è scontato che avremmo le risorse necessarie per fronteggiare adeguatamente un’eventualità simile. Non è scontato che non andremmo in tilt. Le azioni «esagerate» intraprese in Cina e adesso da noi si fondano su scenari che sono anch’essi matematici. Non su misure prese a spanne, non su impressioni vaghe o isterismi di massa. Detto in soldoni, lo studio del contagio c’insegna che il solo modo efficace di soffocare un’epidemia come quella in corso è di tenere la gente il più possibile separata. E che dovremmo, semmai, discutere su quanto le misure necessarie siano sostenibili nel medio termine, perché al momento, e in assenza di un vaccino, non ci sono elementi razionali per ipotizzare che la crisi sia breve. Ai più coriacei, a chi non fosse ancora persuaso e continuasse a pensare che siamo di fronte a una reazione sproporzionata, possiamo proporre un ultimo, disperato argomento di buon senso.

È davvero lecito supporre che un Paese come la Cina decida di tirare il freno a mano della propria economia per aver sopravvalutato un’influenza stagionale? Che un governo come il nostro decida di mettere in quarantena intere aree perché ha scambiato un virus pericoloso per qualcos’altro? Mi sembra che per supporlo si debba essere dei sospettosi eterni, dei complottisti incalliti. Oppure no, mi sbaglio. Dopotutto è sufficiente capovolgere una volta di più il ragionamento scientifico e, invece di trarre le proprie opinioni dai fatti, partire dalle proprie opinioni per ricavarne i fatti.

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