Luciano Tarullo, cantautore di Agropoli si racconta: «La musica mi indica la strada per i testi»

di Giangaetano Petrillo

Luciano Tarullo, classe ’90 originario di Agropoli, è un’artista, musicista e autore cilentano, che da poco tempo ha pubblicato il suo ultimo brano ‘Di rosso e di viole‘, a distanza di pochi mesi dall’uscita del singolo «Benvenuto».

«È il racconto di una grande storia d’amore appartenuta ad un tempo lontano». Ma per chi ha avuto modo e piacere di vedere il videoclip del brano, ha intuito quanto oltre al testo e alla musica, siano il paesaggio e le riprese a catturare molto l’attenzione. Fondatore e frontman del gruppo The Fliners, un’esperienza fondamentale per la sua formazione artistica, caratterizzata soprattutto dalle prime esibizioni dal vivo, che lo hanno portato a suonare in locali, piazze e manifestazioni musicali tra cui due edizioni del Meeting del Mare che lo hanno visto aprire i concerti di Gianluca Grignani – 2008 –  e degli Afterhours – 2009.

Da pochi giorni ha pubblicato il suo ultimo lavoro «Di rosso e di viole», a distanza di pochi mesi dal singolo «Benvenuto». È un periodo fecondo, produttivo.
Diciamo che nonostante questa brutta situazione, il minimo che ognuno di noi può fare è quello di continuare a lavorare e progettare. Questo vale anche e soprattutto per chi come me fa musica. È vero, il periodo è piuttosto produttivo, due singoli a distanza di pochi mesi non sono pochi, per non parlare del fatto che sto già lavorando con la mia squadra al nuovo album. Però è molto triste e frustrante non avere la possibilità di portare le nuove canzoni dal vivo.

«Di rosso e di viole», il titolo che ha dato al brano, che sembra dipingere in parte anche il paesaggio in cui vive. Viene ispirato molto dai luoghi in cui vive, che visita?
In parte sicuramente si. In questa canzone la descrizione dei luoghi è molto importante. Nel testo, il luogo dove si svolge la storia non è definito ma immaginario, ma è chiaro che tutto ciò che scrivo, anche se immaginato in questo caso, è sempre frutto dell’esperienza personale. E poi, diciamoci la verità, è davvero difficile non lasciarsi ispirare in qualche modo dalle meraviglie paesaggistiche che abbiamo qui nel Cilento.

Per chi ha avuto modo di guardare il video clip, e invitiamo gli altri a farlo, emerge prepotentemente questo paesaggio. Panorami misti ad angolazioni di un borgo mozzafiato, che ben s’intrecciano con il testo del singolo.
Assolutamente sì. Le location scelte per il video sono state fondamentali perché danno forma a le immagini evocate nella canzone. Un borgo disabitato ma molto affascinante e poi un’immensa distesa dove mare, terra e cielo sembrano unirsi in un unico abbraccio. Ho trovato questa cosa altamente simbolica, soprattutto in questo periodo che stiamo attraversando.

Quando deve creare un brano, da cosa parte. Da un accordo, da una nota, o da un’immagine particolare?
È molto complicato per me rispondere a questa domanda. Di solito parto spesso dalla musica, da un giro di accordo e da una melodia. È poi la sensazione provocata da quella musica che mi indica la strada per scrivere il testo. Molto dipende anche dallo strumento con cui mi accingo a comporre una canzone. È capitato anche di scrivere prima il testo, ma molto raramente. Spesso le due cose nascono quasi nello stesso momento, «Di rosso e di viole» ne è un esempio.

Quanto è cresciuto professionalmente Luciano Tarullo dalle sue prime esibizioni al Meeting del Mare, aprendo i concerti di Gianluca Grignani e degli Afterhours?
Beh, molto. In quel periodo ero solo un ragazzino, è passato davvero tanto tempo. In realtà mi sento ancora così, nel senso in cui cerco sempre di migliorarmi in tutto ancora adesso. La musica mi rende ancora quel ragazzino che per la prima volta saliva su un palco. Credo che tutto questo sia magico; l’entusiasmo di una nuova canzone, di un nuovo progetto, queste sono le cose più importanti per me.

Cos’è diventata per lei la musica? Immagino anche un mezzo per cercare di raccontare il suo territorio, come nel caso del suo ultimo singolo.
La musica è sempre stata il mezzo per raccontare me stesso. Ancora oggi non è diventata nulla di diverso da questo. Cerco sempre di scrivere con sincerità. Non scrivo molto, scrivo quando ne sento davvero il bisogno. Nel mio cassetto non ci sono quaderni pieni di canzoni e non scrivo le canzoni per fare gli album ma faccio un album solo quando ho le canzoni che davvero desidero far ascoltare. La cosa più gratificante è capire che qualcosa di molto personale si trasformi in un messaggio universale che può essere abbracciato da tante persone. Il legame con il territorio credo che in alcuni brani possa trasparire, ma soprattutto perché vivo qui e quindi anche inconsciamente si possono intravedere dei riferimenti, ma non mi sento un paladino del Cilento, ci sono artisti delle nostre zone che raccontano il territorio molto meglio di quanto possa fare io. 

«E al vento piaceva scoprire il suo volto», è uno dei versi più emozionanti, di vera poesia. Lei racconta di questa «grande storia d’amore appartenuta ad un tempo passato». Ci sono anche racconti popolari che spesso la incuriosiscono, l’affascinano? E quanto questi racconti concimano i suoi testi?
Ti ringrazio. Sono una persona che legge molto e soprattutto mi piace ascoltare quello che hanno da dire le persone. Tutto quello che sento, che vivo e che vedo è presente in maniera importante nei miei testi. Avere curiosità è di certo una componente fondamentale per un’artista.

Come ha vissuto da musicista, da cantante, questo periodo emergenziale?
Non è facile per nessuno e credo che purtroppo sia ancora lunga. È scontato dire che la nostra categoria è una di quelle più colpite, ormai lo hanno detto tutti più volte. Penso che sia arrivato il momento di mettere in campo tutte le idee migliori per cercare di cambiare un sistema ormai logoro da tempo e che questa situazione non ha fatto altro che accentuare. È giusto lamentarsi ma sarebbe altrettanto importante prendere coscienza dei problemi e cercare una volta per tutte di risolverli.

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