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Quando un’azione compiuta significa : “basterebbe poco…”

di Ermanno Forte

MARINA DI CAMEROTA- Riuscire a compiere un’azione, tutta intera, è un’impresa per questa terra. Raggiungere uno scopo, una meta che ci si è imposti, seppur banale, è spesso un comportamento considerato come espressione di una singolare testardaggine.

Invertire il flusso degli eventi – quello scadere costante e inesorabile che caratterizza la qualità della cultura, dei rapporti sociali, oltre che dell’economia e della politica – non è una possibilità presa in considerazione in questa terra.

Quel flusso trascina tutto con sè, anche quelle forze costruttive sopravvissute allla caduta libera, quelle persone che con grande ostinazione e orgoglio si aggrappano agli arbusti della proposta, della ragionevolezza, della decenza.

Quel flusso – in questi anni di buco nero, con canto delle sirene annesso – continua a trascinare i corpi e le menti. Li trascina come le pioggie invernali fanno con gli scarichi fognari e i materiali più eterogeni buttati nel vallone delle Fornaci, per poi sputare tutto in mare. Verso quel mare d’anestesia chiamato indifferenza.

Ma a volte basta un gesto. Qualcuno che decide di azzardare l’impensabile per questa terra e per questo mare. Tizio e Caio che si permettono di risalire il letto del fiume in piena, nuotando in direzione inversa alla corrente. Sempronio che concepisce e capisce il legame osmotico che lo lega alla propria terra e al proprio mare.

Qualcuno che prova a compiere un’azione, tutta intera. Compiere, appunto.

Basta questo fisiologico anelito umano, questo atto di presenza a se stessi e agli altri, per dimostrare che, spesso, basterebbe davvero poco.

Non si sta alludendo alla costruzione di un astronave o di un parco delle meraviglie, o alla scalata del monte Bulgheria con le mani legate dietro la schiena. Oppure alla capacità di mordersi i gomiti. Niente di tutto questo.

Si sta parlando di cinque lavoratori di stabilimenti balneari che, dotati di sacchi della spazzatura e della propria volontà, si dirigono verso una spiaggetta, situata lungo la stada cavallara che dalla spiaggia di Capogrosso porta a quella della Calanca. Precisamente, all’altezza del campeggio Capogrosso. Sul posto c’è una considerevole quantità di spazzatura, tutta mischiata: vetro, plastica, lattine, umido. E’ lì da diversi giorni. Molto probabilmente, l’incivile marchio lasciato da qualche gruppetto di noncuranti; dopo un falò, a quanto pare. C’è pure un copertone di un’auto.

Tutta questa roba, con l’arrivo di una discreta mareggiata, sarebbe finita in mare. In pochi minuti i rifiuti presenti sulla spiaggetta vengono differenziati e messi nei sacchi. Subito dopo, la stradina, anch’essa disseminata lungo i lati di cartacce, bicchieri, lattine, polistirolo e bottiglie, viene percorsa a ritroso e ripulita. Un raid pulitivo, dunque. Tutta l’azione è durata una mezz’ora, effettuata sotto il sole delle cinque e mezzo di ieri pomeriggio, un sole ancora cocente. Gesti compiuti col sorriso, solo per convinzione che sia stato giusto compierli.

In quella mezz’ora, le cinque persone si sono riappropriate della propria terra e del proprio mare. Con amore.

 

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