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Un lettore risponde all’articolo sui servizi sociali nel Cilento

di Federico Martino

riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera di Raffaele Galato, stuzzicato dall’articolo di M.A.Coppola.

Cari amici del “Giornale del Cilento”,
come al solito mi tocca fare “la voce fuori dal coro”. Sapete che di tanto in tanto intervengo in discussioni che mi stuzzicano e mi appassionano.
Questa volta è l’articolo apparso a firma dell’amica M.A.Coppola, dal titolo destabilizzatore “La Regione Campania e la Provincia di Salerno affossano i Servizi sociali nel Cilento” che mi ha fatto scattare la voglia di rispondere tornando su temi già affrontati in altri interventi ed allargando lo sguardo al sistema dei Servizi Sociali nel Cilento.
Ribadisco la mia ferma contrarietà, e quindi l’appoggio incondizionato all’articolo, rispetto alla creazione della nuova regione “Principato di Salerno”. Contrarietà legata a motivi storici, culturali, antropologici, linguistici e, come si dice:  chi più ne ha, più ne metta. Ma soprattutto, se vogliamo restare “terra terra”, senza scomodare i “massimi sistemi”, contrarietà legata alla convinzione che scappare dal famigerato “napolicentrismo” per finire in un prospettato “salernocentrismo” o “scafaticentrismo” non cambi la realtà di marginalità del nostro Cilento.
Per quanto riguarda invece i servizi sociali mi piacerebbe che si aprisse, come ho chiesto da tempo a tanti amici impegnati nella vita amministrativa, un dibattito a 360 gradi per verificare, veramente, l’impatto e gli eventuali benefici, se ce ne sono stati, che la Legge 328 del 2000 e le successive Leggi regionali hanno avuto sul nostro territorio.
 Senza voler giustificare la scelta della Regione Campania di privilegiare il parametro popolazione rispetto al parametro territorio, bisogna pur riconoscere che i problemi sociali presenti in realtà ad alto tasso antropico sono sempre molto, ma molto, maggiori rispetto a quelli di territori meno urbanizzati.
Vorrei a questo punto porre soltanto tre domande con la speranza di suscitare quel dibattito di cui parlavo sopra tra cittadini, amministratori ed operatori del sociale:
1)    È pensabile organizzare e gestire un Ambito Territoriale dei Servizi Sociali composto da ben 41 comuni tra loro diversissimi per popolazione, economia, territorio (il nostro ambito comprende realtà che vanno da Agropoli, con il suo mare ed i suoi 20.840 abitanti, a Campora, con i suoi boschi ed i suoi 494 abitanti?
2)    La Legge regionale prevede che gli Ambiti Sociali debbano corrispondere ai Distretti sanitari (o loro multipli) ed ai Distretti Scolastici al fine di ipotizzare la creazione di veri e propri DISTRETTI SOCIALI. Come mai l’unico Ambito Sociale campano che non corrisponde a tali criteri risulta il nostro?
3)    Il Comune di Camerota contribuisce alle risorse dell’Ambito Territoriale S/7 di Castellabate con circa 50.000 euro all’anno. Sarebbe interessante conoscere la  ricaduta che la popolazione camerotana percepisce come servizi presenti sul territorio, tenendo conto che ai 50.000 euro dovrebbero essere aggiunti i fondi nazionali, regionali e di finanziamenti finalizzati.
La domanda finale che mi pongo e che pongo, con la speranza che altri vogliano rispondere, è: ma non è che con un diverso Ambito e con una gestione più “vicina” alle reali esigenze della “gente”, anche in presenza di meno soldi si possa riuscire a dare migliori e più richiesti servizi? Insomma: è proprio necessario che un Ambito Territoriale sperperi soldi per la stampa di un calendario o per portare, un numero molto limitato di anziani, in Sardegna (senza tener conto delle esigenze di “socializzazione” di tutti quegli anziani che in Sardegna non possono o non vogliono andare)?   
Raffaele Galato

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