Sant’Angelo a Fasanella e il guerriero scolpito nella roccia

Infante viaggi

di Giangaetano Petrillo

Nel territorio del comune di Sant’Angelo a Fasanella, sulla cima di “Costa Palomba”, che fa parte della catena degli Alburni, si trova una figura intagliata nella roccia e attribuita al V-IV secolo a.C. Abbiamo visto quanto successivamente i monaci italo-greci leghino la loro esistenza, il loro cammino spirituale, alla pietra, alle caverne. Quanto queste stesse pietre si trasformino in fonti d’acqua, e quindi di vita. Da non confondere con la semplice esistenza terrena, ma come un percorso che attraverso un’introspezione accompagni l’asceta alla separazione dal mondo e alla contemplazione della  Dio. Dunque da sempre è esistito questo forte legame tra l’uomo e la pietra, questa particolare forma di comunicazione che mette l’uomo in relazione con la più viva materia della natura. Da essa proveniamo, da quel fango biblico primordiale, nelle sue cavità abbiamo trovato rifugio durante i primi millenni della nostra evoluzione, e di essa ci siamo serviti per evolverci in Homo Sapiens. Questo forte legame si è espresso anche sotto forma di arte, questa capacità che ha assunto l’uomo di modellare l’esistente per creare forme ardite di bellezza. Non fine a se stessa, perché molto probabilmente, d’altronde alcune fonti ce lo testimoniano, soprattutto queste prime ancestrali forme d’arte erano associate a riti propiziatori o divinatori, e a culti religiosi che andranno sempre più a cementificare le relazioni dei primi homines, andando a costituire le prime rudimentali forme di comunità.

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È quanto, presumibilmente, si è verificato a Sant’Angelo a Fasanella, in quello che volgarmente, nel senso letterario e non figurativo del termine, viene indicato come “l’Antece”, questa remota forma d’arte legata, probabilmente, ad un luogo cultuale, dunque destinato a riti religiosi. La figura, a grandezza naturale, alta circa 1.60m, rappresenta un guerriero vestito con un chitone e armato di scure o clava e di uno scudo. Orientata verso ponente, potrebbe essere la rappresentazione di un dio o di un eroe. Localmente è conosciuta con il nome di “Antece” (“l’Antico” in dialetto cilentano). Guardando con attenzione la figura del guerriero, si identifica un’armatura stretta con un cinturone di cuoio, dal cui lato sinistro pende una breve spada. Con la mano destra impugna una lancia alla cui base è posto uno scudo circolare con al centro un ambone. Con la mano sinistra impugna una spada o un’asta o, secondo altri, un’ascia. L’elmo sembra essere del tipo a cuffia, sormontato da un cimiero. In buona sostanza sembrerebbe un’armatura uguale a quella che portavano i guerrieri sanniti intorno alla metà del V sec. a.C. Il Monte Costa Palomba era sede di un antico castrum dei Lucani, popolo italico, diffuso nell’entroterra campano prima dei romani; un popolo pieno di tradizioni, che si scontrò tra il IV e il I secolo avanti Cristo dapprima con i Greci, poi con i Romani che avevano invaso la Campania. Il castrum era una superba fortezza situata sulla sommità di Costa Palomba, fortezza di cui si vedono i resti delle mura.  Un luogo eccezionale, in quanto da qui i militari godevano di un panorama mozzafiato che spaziava in tutta la Valle del Calore, lungo il Fasanella e addirittura verso il mare: quando non c’è foschia, è possibile da questo punto addirittura ammirare in lontananza l’isola di Capri. Era, dunque, un luogo in qualche misura “sacro” dal punto di vista naturalistico, per la meraviglia della sua posizione. Com’è noto, i popoli antichi, greci in primis, erano soliti porre in zone particolarmente panoramiche i propri luoghi di culto. E l’Antece non fa eccezione: la scultura era una sorta di icona religiosa pagana dei Lucani, dunque un simbolo votivo per i pellegrini dell’epoca, un guerriero a protezione della comunità. Antece, infatti, era la divinità pagana degli Alburni; tutti i Lucani erano tenuti a salire sul monte per adorarlo; i locali e anche chi era semplicemente di passaggio nella zona, attratti dalla fama della divinità e della statua, erano soliti chiedere profezie alla statua e compiere riti propiziatori, con l’ausilio di sacerdoti. Spesso si compivano sacrifici animali, per ingraziarsi la divinità. Quello che è incredibile constatare è come nello stesso luogo si siano potute intrecciare epoche così diverse e come ognuna di esse sia riuscita a trasmetterci i suoi tesori, l’eco di ciò che è stato e che, sporgendosi prudentemente dall’alto dei monti del Cilento, possiamo ancora udire.

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