Vallo della Lucania, estemporanea sulla pazzia: quando un quadro si dipinge con la luce

Chi ha camminato in questi giorni per le strade di Vallo Della Lucania si sarà sicuramente soffermato su una curiosa situazione. Un uomo che in qualche angolo di piazza Vittorio Emanuele armeggia con lenti e tavole di legno. Si tratta di Felice Pugliese, un attivista vallese, intento a ‘dipingere’. La pazzia e il modo in cui viene recepita dal mondo, questo il soggetto della sua estemporanea artistica che proprio in questi giorni, è il caso di dirlo, ha visto la luce. Infatti Felice per disegnare altro non usa che un paio di lenti che, tenute alla giusta distanza, concentrano il sole in un punto permettendogli di disegnare su una tavola di legno, la sua tela. Un lapis incandescente che ricalca le linee di un disegno inciso da Sara Merola, un’artista locale. Un’impresa non da poco, quella di stare ore sotto il sole a disegnare con le lenti. Il giornale del Cilento ha incontrato Pugliese al terzo giorno di lavoro e, fra una pausa e l’altra, ha spiegato i motivi dell’azione e la particolare tecnica usata, la combustione a sole che lui pratica da oltre venti anni.

«Io non la vivo come un’esigenza artistica ma lo faccio più che altro per il piacere di condividere un’espressione insieme ad altri artisti – afferma Felice che racconta come da piccolo sia affascinato dall’originale quanto antica tecnica della combustione a sole -. Ho sviluppato questa idea che avevo conosciuto da piccolo cioè questa lente che riflette il sole, calcolando la distanza si riesce a bruciare la superficie del legno. L’arte figurativa come il disegno e la pittura l’ho sempre amata da osservatore e da interprete e quindi mi sono inventato questa cosa per condividere con degli artisti disegnatori un momento di creazione». La particolare tecnica permette a Felice quasi di «isolarsi dal mondo» pur stando in mezzo la società, nel pieno di una piazza. Un’idea antica quella da lui sfruttata ma che lo ispira e che lo porta tra fantasia e realtà. «Lo stesso tema è a me caro per vari motivi ed esperienze di vita, sia dirette che indirette – la pazzia è un tema complesso da trattare ma Felice ci prova a modo suo -. Credo che nelle nostre provincie e nei nostri luoghi abbandonati a loro stessi questo fenomeno (si riferisce alla follia, Ndr) è sviluppatissimo».

Che cosa è per te la pazzia? «Per me la pazzia ha diverse forme di espressione, quindi io non parlo di follia sono come ‘schizofrenia’ o come diagnosi disperata e credo che in me stesso e nelle persone che ci circondano esista sempre un minimo di pazzia, interpreto questo termine in maniera più ampia di quanto lo si fa di solito – Felice passa a parlare poi di come la malattia mentale viene vissuta nelle nostre zone, sempre secondo il suo punto di vista -. Nel nostro paese e in quelli limitrofi conosco molte persone che affrontano questo disagio in modo assurdo perché la gente ne ha paura, chi vive questo disagio il salto che fa è dal medico alla terapia, spesso psicofarmaci ed isolamento perché le persone non comprendono questo fenomeno allontanandosi da chi ha problemi. Queste persone si allontanano dalla società, si chiudono nella loro terapia e perdono dignità ed identità che difficilmente recupereranno». Con la sensibilità verso questo tema Felice ha provato ad esprimere il suo disagio nei confronti del disagio che vivono le persone definite ‘folli’ che vengono emarginate. Dedica il suo lavoro a Franco Mastrogiovanni, maestro in pensione che morì durante un trattamento sanitario obbligatorio presso l’ospedale San Luca di Vallo. Una critica al sistema che in questi anni ha creato «Questa terapia per me disumana». Non a caso il soggetto dell’opera di Felice è un uomo che tenta di liberarsi dalle catene.

Le persone che passano si fermano incuriosite ad osservare il lavoro certosino di Felice Pugliese, qualcuno vedendolo sotto il sole cocente lo schernisce urlandogli «Ma sei pazzo?». Ecco, forse Felice non aveva tutti i torti, c’è della pazzia in ognuno di noi e non bisogna averne paura.

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