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‘Terra dei fuochi’ nel Cilento e Vallo di Diano, chiesa e Comuni si costituiscono parte civile: i particolari

di Luigi Martino

Il Cilento e il Vallo di Diano si stringono per tutelare il proprio ambiente. Lo fanno a poche settimane dalla prossima udienza del processo Chernobyl su reati contro l’ambiente che vede 39 richieste di rinvio a giudizio per altrettante persone accusate di aver sversato rifiuti pericolosi nei terreni del comprensorio. E al fianco del movimento per la tutela della salute e dell’ambiente si schiera con forza anche la Chiesa.

Chiesa Sono diversi, infatti, i preti e i frati che stanno combattendo in prima linea nella difesa del territorio. Davanti a tutti, naturalmente, il vescovo della diocesi di Policastro e Teggiano, Antonio de Luca. «La tutela del Creato è la tutela di Dio. Il nostro compito di buon cristiano è anche quello di rispettare la natura che ci circonda», ha più volte ribadito il monsignore.

Comuni Tra i Comuni spicca in prima linea quello di Sant’Arsenio che ha deciso di costituirsi parte civile nel processo in corso al tribunale di Salerno. Il sindaco del comune del Vallo di Diano, Nicola Pica, precisa che «la vicenda è stata oggetto di attento interesse da parte dell’amministrazione comunale, fin dal 2008, quando nel mese di febbraio, con una delibera di giunta venne conferito incarico legale, all’avvocato Nicola Senatore, il quale tutt’ora, cura gli interessi del Comune di Sant’Arsenio nel corso del processo». Il primo cittadino poi, in una nota stampa, evidenzia che le analisi effettuate dall’Arpac hanno classificato i rifiuti rinvenuti sui terreni del comune di Sant’Arsenio, coinvolti nel processo Chernobyl, come «rifiuti speciali non pericoli». Nicola Pica, infine, rassicura i concittadini di Sant’Arsenio che sono molto preoccupati per le inesatte informazioni dell’ultimo periodo in merito ai rifiuti sversati su alcuni terreni comunali.

Il giro L’affare sporco dello smaltimento illegale di rifiuti tossici e pericolosi investe tutte le province della Campania e parte della Puglia. Tra gli imputati ci sono imprenditori, autotrasportatori e agricoltori. Un torbido giro di soldi e veleni, secondo i pm, che vede come terminali gli agricoltori che accettavano di sotterrare quei veleni nei loro appezzamenti, chiudendo un occhio – e l’altro pure – in cambio di 600 euro a camion. 980.000 tonnellate di rifiuti pericolosi abbandonati nell’ambiente e un giro d’affari da capogiro stimabile, per difetto, in 50 milioni di euro, soltanto nel periodo di attività illecita monitorata, dal gennaio 2006 al luglio 2007. Il processo Chernobyl è la descrizione agghiacciante di un mercato criminale, fermato soltanto nel 2007 grazie alle indagini partite dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, e di un attentato alla salute pubblica. Uno scempio ambientale consumato prima in provincia di Napoli e Caserta e poi nel resto della regione, a Salerno (Vallo di Diano, Picentini e Cilento), Avellino e Benevento. Fino a lambire la Puglia, in particolare la provincia di Foggia. Un nome terribile: Chernobyl, come la città ucraina tristemente nota per il disastro ecologico provocato dallo scoppio del reattore nucleare. Ma anche una storia già nota, quella della Campania che rappresenta il crocevia dello smaltimento dei rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia. E dove la ‘Terra dei fuochi’ di cui leggiamo sulle cronache nazionali non sembra essere circoscritta soltanto ai territori napoletani e casertani.

Le accuse e le aziende Cinque società specializzate nel compostaggio o nello smaltimento di scorie tossiche e nocive. Quattro depuratori – Cuma a Napoli Ovest, Orta di Atella a Napoli Nord, Area casertana a Marcianise e Mercato San Severino – destinati per legge al trattamento delle acque reflue. Mette i brividi il decreto con il quale Donato Ceglie, sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, nel luglio 2007 chiese al gip Marcello De Chiara il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, localizzando nel dettaglio le “Terre dei fuochi” campane e foggiane. La richiesta è stata ribadita, nel settembre 2013, al gup Zarone anche dai pm salernitani Rocco Alfano, Mariacarmela Polito e Giancarlo Russo. Le accuse del sostituto procuratore Ceglie sono gravissime: associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti ambientali, traffico illecito di rifiuti speciali, disastro ambientale doloso che determina “palesi, evidenti, gravissime conseguenze negative e pericolose per la salute dei cittadini”, gestione illecita di rifiuti inquinanti dispersi nell’ambiente, danneggiamento aggravato, falso e truffa aggravata ai danni di enti pubblici. Tutte attività che sarebbero state commesse in associazione, attraverso una conduzione e una gestione illecita, da cinque aziende: la Naturambiente di Castel Volturno (Caserta), la Sorieco di Castelnuovo di Conza (Salerno), la Frama di Ceppaloni (Benevento), l’Ecologia Agizza di Napoli e la Espeko di Quarto (Napoli).

La mappa Grazie a centomila conversazioni telefoniche intercettate e decine di ore filmate dai carabinieri del Noe, la procura casertana ha mappato i terreni agricoli e i fondi usati come discariche abusive e sversatoi di rifiuti tossici e pericolosi. Sono ben sei in provincia di Salerno: località Tempa Cardone a San Pietro al Tanagro (12.000 mq); località Buco Vecchio a Teggiano (10.000 mq); località Sanizzi a Sant’Arsenio (due aree agricole di 5.000 e 10.000 mq separate da una strada sterrata); località Via Larga a San Rufo (4.000 mq); terreni privati in località Serroni a Montecorvino Rovella; terreni privati in località Ponte Barizzo a Capaccio. Il gruppo criminale, secondo l’accusa, agiva anche in Irpinia, a Petruro Irpino e soprattutto nel comune di Chianche (1500 mq circa), dove in alcuni casi i materiali venivano scaricati direttamente sulla sponda del fiume Sabato, e nel beneventano (in un’area di 5000 mq nel comune di Ceppaloni). I rifiuti speciali, si legge ancora nel decreto di richiesta di rinvio a giudizio, venivano abbandonati anche in contrada Posta Poppi nel comune di Foggia e in contrada Vado Leone del comune di Lucera, sempre nel foggiano. I magistrati casertani, negli atti, descrivono quattro direttrici per lo smaltimento illecito dei rifiuti:

  • Prima direttrice: Caserta e provincia, Napoli e provincia attraverso l’attività illecita dell’impianto denominato Naturambiente e l’impianto di depurazione denominato Espeko S.r.l. (impianti utilizzati per lo smaltimento illecito dei rifiuti provenienti dai depuratori di Marcianise, Orta di Atella in provincia di Caserta e Cuma in provincia di Napoli, nonché i rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli e dai lidi balneari del litorale domizio);
  • Seconda direttrice: Salerno e provincia, attraverso l’utilizzo illecito dell’impianto denominato SO.RI.ECO. S.r.l.; qui venivano smaltiti rifiuti provenienti dai depuratori di Marcianise, Orta di Atella in provincia di Caserta, Cuma in provincia di Napoli e Mercato San Severino in provincia di Salerno;
  • Terza direttrice: Benevento e provincia, attraverso l’utilizzo illecito dell’impianto denominato FRA.MA (presso il quale venivano conferiti e ripartivano per essere smaltiti illegalmente nei terreni agricoli e nell’ambiente i rifiuti prodotti dalla SO.RI.ECO.),
  • Quarta direttrice: Foggia e provincia, attraverso l’individuazione di numerosi terreni agricoli sui quali venivano smaltiti illegalmente fanghi tossici provenienti dall’impianto della FRA.MA e della SO.RI.ECO.

I rifiuti interrati Nel decreto firmato dal sostituto procuratore Donato Ceglie c’è anche la lista dei rifiuti interrati e dispersi nell’ambiente. E’ riportata in maniera dettagliata. Si tratta di scarti di tessuti vegetali, pietrisco, urine e letame di animali (comprese lettiere usate), fanghi derivanti da trattamenti di lavaggio, sbucciatura, centrifugazione, distillazione di bevande alcoliche, ceneri di carbone, imballaggi di carta e cartone, miscugli di cemento e ceramica, liquami di origine animale, scarti dall’eliminazione di sabbie, rifiuti di mercati e mense, reflui di acque urbane, reflui industriali, fanghi da fosse settiche di ospedali, abitazioni civili e persino di navi approdate al porto di Napoli. E poi, soprattutto, i fanghi tossici provenienti dal ciclo di lavorazione dei quattro impianti di depurazione campani, ovvero quelli di Napoli Ovest (Cuma), Napoli Nord (Orta di Atella), Area casertana (Marcianise) e Mercato San Severino (Salerno).

Come funzionava il sistema
Il sistema criminale è stato svelato grazie alle intercettazioni telefoniche, i pedinamenti, i blitz dei carabinieri del Noe e i filmati che riprendevano in flagranza di reato gli indagati «a smaltire tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici nei fiumi, nei terreni, sui fondi agricoli sui quali di lì a poco sarebbero stati seminati e coltivati ortaggi». In sostanza, secondo gli inquirenti, «i rifiuti che dovevano essere smaltiti negli impianti di compostaggio di proprietà delle cinque ditte coinvolte in realtà non ricevevano il necessario trattamento, ma venivano dispersi nell’ambiente». Invece di produrre il cosiddetto compost, «si procedeva alla famelica ricerca di terreni agricoli sui quali scaricare i rifiuti speciali che agricoltori compiacenti accettavano di infossare nei propri terreni in cambio di circa 600 euro a viaggio». Come se non bastasse, laboratori di analisi corrotti (i direttori figurano tra gli imputati), producevano secondo l’accusa falsi certificati Fir (formulario di identificazione del rifiuto) «attestando l’avvenuto e corretto smaltimento di rifiuti provenienti dagli impianti di depurazione e compostaggio». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i fanghi che entravano nei silos di compostaggio si trasformavano, miracolosamente, in concime, con tanto di nulla osta sanitario. Ciò che non riusciva a essere riciclato negli impianti, finiva nei fiumi, nel Sabato e nei confluenti Calore e Volturno. Nel sistema illegale venutosi a creare, insomma, le aziende imputate «erano al tempo stesso controllati e controllori, oltre ad avere a disposizione gli impianti di compostaggio ed essere coloro che, sulla carta, trasportavano compost negli impianti».

In alcuni campioni di falso ‘compost di qualità’ relativo alle aree interessate dall’operazione Chernobyl, i carabinieri del nucleo operativo ecologico di Caserta hanno trovato tracce di cromo esavalente, sostanza altamente tossica e con effetto cancerogeno che finiva mischiata al terreno agricolo. Veleno usato come concime, insomma. Ecco perché, in base alle ipotesi accusatorie, non è allarmistico parlare di attentato alla salute pubblica. Non solo. C’è anche l’aspetto economico. Quasi un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi trattati in maniera illegale è un affare che avrebbe fruttato almeno cinquanta milioni di euro, oltre ai sette milioni e mezzo di evasione dell’ecotassa. Scrivono i magistrati: «Adottando simili condotte, con artifici e raggiri consistiti nel far apparire formalmente rispettati gli obblighi e i doveri relativi alle procedure di smaltimento degli imponenti quantitativi di rifiuti trattati, i soggetti traevano in inganno gli enti pubblici contraenti ed in particolare non corrispondendo la cosiddetta ecotassa, alla quale sarebbero stati tenuti con il conferimento presso discariche autorizzate degli ingenti quantitativi di rifiuti dagli stessi smaltiti».

Davanti al gup Per sapere se i 38 indagati nell’ambito dell’inchiesta Chernobyl saranno o meno rinviati a giudizio bisognerà attendere il prossimo 30 gennaio, quando dovrebbe finalmente tenersi l’udienza preliminare al tribunale di Salerno. L’iter lunghissimo, però, ha posto il processo a rischio prescrizione, almeno per i reati minori, poiché i termini scadranno a marzo. Le parole del giudice Dolores Zarone, nel corso dell’udienza dello scorso 5 dicembre, aperta e subito rinviata, sono eloquenti: «Questo processo è morente».

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Luigi Martino

Fagocito storie miste a facce intrise di granelli di vissuto. Non ho sangue, dentro scorre mare. Assumo pillole di tradizioni e m’incanto di fronte a occhi nuovi. Porto sul groppone il peso perenne di confezionare sempre cose belle. Litigo spesso con i pulsanti della mia Nikon e sono alla continua ricerca di «enciclopedie che camminano». Mentre corro dal mare alle colline del Cilento, sotto al braccio destro ho un Mac; sotto all’altro, invece, un quintale d’umiltà. A caccia di traguardi che si rinnovano in modo perpetuo, colleziono tramonti, ingurgito libri e immagazzino abbracci senza essere sfiorato. Giornalista per professione, video-fotoreporter per ossessione, racconto storie per necessità. Giornalista per professione. Fotografo per passione. Racconto storie per necessità.
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