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Camerota: buona partecipazione al dibattito sulle mutilazioni genitali femminili

di Maria Antonia Coppola

“Stiamo lavorando per vedere l’ultima donna che debba subire una mutilazione genitale femminile o, comunque, un qualsiasi tipo di violazione del proprio corpo. E ci riusciremo”. Chiare, inequivocabili e piene di speranza le parole di Maryan Ismail, la donna etiope che da oltre 20 anni combatte contro la disumana pratica delle mutilazioni genitali femminili e che, lunedì sera, ha spiegato alla comunità di Camerota il senso della propria appassionata battaglia. L’incontro tenutosi alla Casa Canonica di Marina di Camerota, proprio il giorno della festa delle donne, è stato una preziosa occasione di confronto in relazione ad un tema certamente poco conosciuto nell’ambito del senso comune “occidentale”.

Maryan Ismail, presidente dell’associazione “Donne in rete” e promotrice di numerose iniziative riguardanti l’emancipazione delle donne africane, in particolare di quelle emigrate nel nord-Italia, ha espresso con parole semplici e colme di senso l’intensità del suo “grido di preoccupazione” rivolto a tutti i casi in cui il corpo delle donne viene inesorabilmente violato. Ha raccontato che in Etiopia, il suo paese d’origine, il 99 per cento delle bambine subisce la pratica atroce dell’infibulazione; ha spiegato in cosa consiste quello che per la cultura locale è quasi un rito di promozione sociale, di necessario passaggio. Ha esposto con fermezza le modalità con le quali i genitali femminili esterni vengono recisi e si sutura il tutto con delle spine di acacia. E l’ha spiegato “perchè dobbiamo sapere bene cosa succede, per capire. Dobbiamo guardare per far poi cambiare le cose”. Maryan Ismail ha raccontato il contesto culturale e sociale in cui avviene questa pratica, che “non ha nulla di un’aggressione, la bambina non viene sbattuta a terra e tagliata. C’è una preparazione, estremamente affascinante”, descrivendo i caratteri salienti della mistificazione culturale e religiosa soggiacente. In questa prospettiva, la donna è doppiamente ingannata: da una parte viene convinta del fatto che attraverso l’infibulazione diventerà più bella, sarà desiderata dagli uomini, avrà una vita migliore; dall’altra si dice loro che fa parte di un precetto religioso. Che è Dio che lo vuole, dunque. “La leggittimazione religiosa, che in realtà è una strumentalizzazione, arriva con le benedizioni concesse dalle varie religioni”, riferisce la presidente di “Donne in rete”.

Maryan, dopo aver fatto riferimento all’alto rischio di contrarre infezioni per le donne infibulate, ha poi raccontato le azioni attuate dall’associazione per far capire alle donne africane giunte in Italia che è giusto che le bimbe non vengano vìolate. In nome di un obbligo religioso e sociale che è solo mistificazione, appunto. I presenti sono venuti a conoscenza dell’impegno di diversi medici italiani per imparare le pratiche di deinfibulazione e della storica prospettiva aperta da una moratoria contro le mutilazioni genitali femminili ( ora in discussione all’ONU).

Molto significativo è stato pure il riferimento alle vìolazioni a cui sono sottoposte le donne occidentali nella vuota società dell’apparire che caratterizza i nostri giorni, soprattutto in relazione alla chirurgia estetica e, più in generale, al preoccupante annientamento progressivo di una “cultura” che svilisce costantemente l’unicità e la “sacralità” del corpo e della persona umana. “Nessuno può pensare di essere diverso o migliore. Dobbiamo essere uniti contro per superare questi atti disumani”, ha detto, riferendosi a chi tra noi “occidentali” pensa che “per fortuna qui non accadono cose del genere, siamo fortunati”.

All’incontro di lunedì sera, organizzato dall’associazione culturale “Alma Llanera”, ha partecipato pure padre Giovanni Matera, domenicano molto spigliato che con il suo accento lucano ha descritto alla platea i passi in avanti fatti dalla Chiesa nella direzione di accelerare quel processo di ridimensionamento e di opposizione alle pratiche di vìolazione del corpo femminile. Sentito è stato anche il suo modo di esprimere la necessità di “prepararci alle sfide del multiculturalismo”, nella prospettiva di un’interazione virtuosa tra diverse etnie che sfoci nel riconoscimento fondamentale della sacralità della persona umana.

Altro contributo significativo alla discussione è stato quello di Clara Amato, docente di psicologia delle organizzazioni alla Lumsa di Roma. La Amato ha esposto, con l’ausilio di dati di ricerche e riferimenti teorici, quello che è oggi “Il posto delle donne”, sia da un punto di vista lavorativo, sia sociale e culturale, mettendo in evidenza, tra l’altro, i numerosi casi di molestie sul lavoro e le differenze ancora esistenti di disparità di retribuzione tra uomo e donna.

La comunità di Camerota ha sicuramente apprezzato l’intervento di Giuseppe Volpe, nel quale il presidente di Alma Llanera ha ricordato un episodio tragico avvenuto il primo giugno del 1867, allorchè in un naufragio persero la vita 12 donne in località “Cala dei Morti”. Le ragazze erano delle strambaie: raccoglievano l’erba spartea per poi portarla a bordo delle imbarcazioni e successivamente usata per fare le “libane”, un tipo di funi ampiamente prodotte in passato. A causa del carico eccessivo, quel giorno la barca si capovolse e le donne persero la vita.

L’episodio è stato presentato come il riferimento storico locale – e fondativo- che può dare maggior senso alla Memoria, celebrata l’8 marzo ogni anno, in onore delle donne; parallelamente a quello che è stato il celebre incendio avvenuto nel 1908 nell’industria tessile di Mr Johnson, in cui persero la vita 129 operaie.

Ciò che accadde quel giorno a quelle lavoratrici camerotane è stato raccontato magistralmente in una canzone eseguita e musicata da Nicola Napolitano e scritta da Giuseppe Liuccio.

Lo spunto offerto invece dal sindaco di Camerota, Domenico Bortone, si è rivolto all’importanza di un ruolo consapevole e attivo degli uomini nel percorso di emancipazione della donna, principio poi ribadito dalla stessa Maryan Ismail.

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