La «Terra dei fuochi» nel Cilento si chiama «Chernobyl»: il dramma dimenticato

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Si parla tanto della Terra dei fuochi napoletana, del giro d’affari in mano alla camorra che ha un valore economico incalcolabile. Qualche pentito parla di milioni di euro, gli inquirenti sparano grosso e aggiungono altri zero. La gente muore. A Napoli, intorno ai terreni dove i casalesi hanno sotterrato i rifiuti provenienti dal nord, ci sono persone che vivono sapendo di poter morire da un giorno all’altro. «Qui siamo morti che camminano», qualcuno ha affermato ai microfoni dei giornalisti. I genitori si ribellano, non voglio che nelle scuole venga distribuito «cibo tossico», non vogliono che i propri figli mangino a mensa perchè sostengono che in quei piatti viene servito cibo coltivato sui terreni oggetto d’indagine della procura di Napoli. L’area non è tracciata perfettamente da chi indaga, «è troppo vasta» si giustificano gli inquirenti.  Ma nel napoletano un po’ dappertutto c’è un livello di inquinamento che tocca apici mai visti prima in occidente.

Ma in Campania nessuno è immune ai veleni nascosti dalla camorra. I terreni sono cosparsi di sostanza tossiche e «i proprietari lo sanno». «Loro – confessò un pentito al Fatto Quotidiano – percepiscono una barca di soldi e non possono opporsi al sistema». Come Napoli anche la provincia di Salerno ha la sua ‘Terra dei fuochi’. Il sistema è di poco differente e forse meno pericoloso, ma perchè il caso è scomparso? Eppure c’è una sentenza e delle disposizioni di un tribunale. Sette anni fa il procuratore Donato Ceglie della procura di Santa Maria Capua Vetere, smascherò nel Cilento e Vallo di Diano un giro di soldi e sostanze tossiche che dalla terra dei Casalesi si spostava direttamente più a sud. Chi indaga sul fatto aveva rinominato l’operazione per differenziarla dalla prima: ‘Operazione Chernobyl’. Il nome è eloquente, venne chiamata in questo modo perchè quei rifiuti avevano un potenziale tossico micidiale.

Caserta, Salerno e Foggia, tre provincie di due regioni differenti per 980mila tonnellate di rifiuti spariti nel nulla. Nessuno pare saper nulla, ma qualcuno va a spifferare tutto in procura. I pm sostengono, dopo aver ascoltato alcuni testimoni, che «si possa trattare di fanghi provenienti dal trattamento di lavaggio degli impianti industriali, reflui di produzioni chimiche e materiali di scarto contaminati». Qui il metodo è leggermente differente da quello adoperato più a nord, nel napoletano. Qui non c’è accordo con i proprietari terrieri, almeno all’inzio. In pratica alcune aziende compiacenti hanno spacciato per diversi mesi queste sostanze tossiche come fertilizzante agricolo. I contadini lo comprano e lo usano nei propri terreni. Ma presto i malviventi cominciarono ad insospettirsi. Ebbero paura dei controlli e passarono al secondo piano d’azione: grosse buche scavate nei terreni dove venivano interrati i rifiuti. In Campania furono arrestate 38 persone, sedici soltanto nella provincia di Salerno tra l’Agronocerino e la Piana del Sele. Furono poste sotto sequestro diverse aziende e bloccati 37 autoarticolati. I guadagni del gruppo criminale erano stati, in un solo anno, di 7,5 milioni di euro.

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I carabinieri del Noe, supportati dalle analisi effettuate dall’Arpac, dimostrarono che in maniera sistematica erano stati interrati rifiuti tossici in tutto il comprensorio del Vallo di Diano e la Valle del Sele. Alcuni dei campioni analizzati dimostrarono che nei terreni era stato rinvenuto “cromo esavalente”: una delle sostanze tossiche con maggiore effetto cancerogeno. Un prodotto derivante dalla lavorazione di fonderie e industrie dove vengono utilizzati composti chimiche per leghe con acciaio o ferro.

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