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Dai Beatles a San Francesco in Agropoli passando per il Mantiq at-Tair e giungendo all’esoterismo di Fulcanelli

di Redazione

Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla.

Albert Einstein

 http://www.youtube.com/watch?v=YCKANiM9tUM

La canzone dei Beatles suggerisce divagazioni sulle silenziose mutazioni genetiche della società, del linguaggio, del silenzio e quelle conseguenti nel mondo del lavoro. È ciò che potrebbe risultare un intrattenimento significativo. Le voci e la loro eco si diffondono placidamente, dirigendosi verso gli spazi siderali. Si coglie che non vi è allarme; che tutto va bene negli spazi infiniti; che si potrà uscire fiduciosi; che se domani sarà un altro giorno, non sarà certo peggiore dal presente. Le dimensioni spazio-temporali in cui tutto accade, paiono distorte. Sembra che una porta si apra e si richiuda, lasciandoci cadere in un vuoto senza fine. Non vediamo le fonti dei suoni, ma immaginiamo scene idilliache o tragiche, forse collocate all’alba di una società veramente giusta o nella desertificazione post – atomica. Difficile resistere alla voglia di integrare ciò che le voci narrano; è davvero impossibile non coniugare i suoni con le immagini, con ciò che gli occhi parzialmente vedono e tutto il resto che dai cervelli è, invece, dedotto.

È il linguaggio primordiale, quello che ci assorbe per una manciata di secondi; poi è soverchiato dal rumore di una marea e, finalmente, dalle prime note e dalle voci dei Beatles in Across the Universe.

Non è dato sapere se la canzone fu composta sotto effetto di un acido, LSD, o di chissà che altro; o se, invece, avessero, semplicemente, studiato il Sufismo che analizza il linguaggio degli uccelli ritenendolo mistico, angelico. Si tratta, di tutta evidenza, del Mantiq at-tair, ovvero del Verbo degli uccelli, il poema mistico persiano composto da Farid al-Din al-Attar nel XII secolo; 4647 versi che forse conobbe anche san Francesco, se è vero che nel secolo successivo comunicava agevolmente con gli uccelli (pare parlasse anche ai pesci e che lo abbia fatto, nel 1222, anche ad Agropoli, dove sostò e, come si legge negli annali dei Frati Minori dello stesso anno: Nella custodia di principato Citra Frate Francesco fece costruire un convento in Agropoli, dopo che alla presenza del popolo incredulo, da un alto scoglio predicò ai pesci accorsi sul lido).

È, dunque, la lingua degli uccelli, o cabala ermetica, o gaia scienza, o gaio sapere, ovvero la lingua diplomatica, quella svelata dall’archeologo ed epigrafista Claude-Sosthène Grasset d’Orcet, nonché da Fulcanelli (pseudonimo di difficile identificazione; forse fu Pierre Dujol; o Jean Julien Champagne; o Camille Flammarion; o il medico francese Jules Violle). Si tratta, in ogni caso, di quel linguaggio basato sul greco arcaico e sulle assonanze fonetiche che ne sorgono anche in altre lingue, allo scopo di comunicare a coloro che sanno ascoltare i segreti iniziatici. Sempre nel mondo greco, il latte degli uccelli era sinonimo di cosa straordinaria, quella che in ermetismo viene definita lac virginis, cioè il mercurio, sostanza che tanta rilevanza assume per l’alchimia (nota anche al massone Casanova, che l’usava per aumentare le quantità di oro in suo possesso). Si sta tentando, sinteticamente, di dire che in questa fase, in Italia, come è successo a Faenza e ovunque sia giunto il problema del lavoro, ovvero in mille altri posti, vi è chi sta parlando e lo fa con un linguaggio semplice, facilmente comprensibile. O lo fa addirittura con il silenzio. Ed è proprio questo che ci allerta e ci spaventa: il silenzio, il loro silenzio, a cui fa eco quello di chi non li ascolta. E sono anche questi ultimi che dovrebbero allertarsi. Val la pena, forse, ricordare ai credenti, e non solo, che lo stesso Luca (VIII, 18) recita: Videte ergo quomodo audiatis: qui enim habet, dabitur illi; et, quicumque non habet, etiam quod putat se habere, auferetur ab illo; cioè: “Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere.” È un fenomeno quello che stiamo descrivendo, che si para davanti agli occhi di tutti e non occorrerebbe forse prenderla per le lunghe. Basterebbe dire: è giunto il momento di gridare il dolore per la perdita del presupposto che, solo, garantisce la vita: il lavoro. Voci forse che resterebbero inascoltate. E allora val la pena porsi qualche domanda. A esempio: cosa ci dice lo scientismo moderno sul linguaggio? La risposta è lapidaria: il canto degli uccelli è un linguaggio non articolato, ma rispondente a situazioni che si verificano nella propria sfera biotica che ne rendono possibile la decodificazione. Tali situazioni riguardano stati di pericolo, disagio, aggressività, richiesta di cibo, corteggiamento, e possono essere paragonate a quelle che provocano il pianto del bambino. Lo studio del canto degli uccelli rientra nell’ambito di una nuova scienza, la bioacustica, che studia i fenomeni sonori in relazioni alle forme di vita del mondo animale. Il mondo animale, quel mondo in cui anche la televisione (al solito, eccetto rari casi, attenta a tutto ciò che polarizza l’attenzione, distogliendo dai fatti globali che preoccupano) irrompe per rilevare momenti di grande solidarietà, quella che nella società appare sempre più rara (mentre è strombazzata quella interessata), ci stimola e ci racconta quanto siamo assenti e incapaci di capire. Ci pare che anche gli artisti non diano tutto per intervenire decisamente su un tema essenziale; ci pare che potrebbero fare di più. Andrebbero sollecitati a non lasciarli soli. Intanto, in attesa che chiunque possa farlo si attivi, ci rifugiamo tra le note di Across the Universe e ne riportiamo la traduzione del testo, sperando che ciò possa servire, che riesca  a dire meglio di quanto si sia capaci di fare senza la vena poetica dei Beatles, che chiarisca la necessità che altre voci si elevino:

 Attraverso L’universo

Le parole stanno scivolando fuori come una pioggia infinita in una tazza di carta
Scivolano selvaggiamente e si disperdono nell’universo
pozze di dolore, onde di gioia alla deriva nella mia mente aperta
possedendomi e accarezzandomi
Jai guru deva om.

Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo

Immagini di luci spezzate danzano davanti a me come milioni di occhi
Mi chiamano attraverso l’universo
Pensieri vagano come un vento irrequieto dentro una cassetta della posta
Cadono alla cieca mentre seguono la propria strada attraverso l’universo
Jai guru deva om.

Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo

Suoni delle ombre ridenti dell’amore fischiano attraverso le mie orecchie aperte
Incitandomi e invitandomi
Amore senza limite e senza fine che splende attorno a me come un milione di soli
Mi chiama attraverso l’universo
Jai guru deva om.

Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo
Niente cambierà il mio mondo

Jai guru deva om,
Jai guru deva om,
Jai guru deva om…

 

 

L’illustrazione: frontespizio de Il mistero delle cattedrali (1926), con numerosi elementi allegorici alchemici, scritto da Fulcanelli.

 

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