Dal Cilento contro ‘Made in sud’: «Siamo zotici e analfabeti per la trasmissione Rai»

L’Italia che ci ha consegnato l’Unità è qualcosa di facinoroso, deplorevole per sua stessa costituzione. Attenzione! Non sono tra le file dei neoborbonici che per lavoro frequento assiduamente e guai a lasciarsi immettere nei loro cammini filo-fascisti, io appartengo ad un mondo che è andato per sempre perduto ed è quello dei contadini stuprati dalla censura. Non vorrei neppure in questa sede discorrere dei processi unitari, né dei comportamenti politicamente scorretti tenuti dal presidente della repubblica durante le celebrazioni del centocinquanterio, lungi da me parlare della becera apertura del museo della criminalità i cui ‘pezzi’ migliori sono i cadaveri dei miei eroi civili. Il mio discorso si rivolge altrove e purtroppo deve vertere su di una trasmissione televisiva ch’io trovo deleteria, forviante ed ingiustamente caricaturale; ovvero ‘made in sud’. Nella mia vita di eterna immigrata sono stata vittima di inestirpabili pregiudizi, calunniata per partito preso e definita analfabeta solo perché proveniente dalle terre dell’entroterra cilentano, tuttavia trasmettere una trasmissione di questo tipo alimenta sfacciatamente luoghi comuni, dipinge la mia gente come una massa informe di zotici analfabeti senza la benché minima consapevolezza del collante linguistico peninsulare e facendo vergognare i meridionali stessi; io non sono tra questi, semplicemente rimango indignata e penso che lo scopo degli strateghi unitaristi è stato a pieno titolo raggiunto. Essi ci hanno annientato eticamente, ci hanno consegnati al silenzio cancellando  poco a poco la nostra storia ed ora hanno fatto si che la lingua primigenia degli avi si inorridisse e fosse la trasposizione erronea della lingua italiana acquisita per induzione. Nel panorama delle lingue romanze penso sia scorretto parlare di dialetto, tant’è vero che il termine stesso, derivante dal greco, si riferisce al dialogare e pertanto non rispecchia tutte le funzioni linguistiche descritte dallo strutturalista Jakobson.

C’è forse un limite tra lingua e dialetto? Un ‘dialetto’ deve essere privato della funzione poetica solo perché agli occhi dei più è scorretto? Ritornando al centro del problema, riferendomi proprio alla lingua, vedo l’esasperazione di accenti improbabili ed io che sono palesemente cilentana a volte confondo le occlusive dentali sorde a quelle sonore, ma è un’abitudine acustica; la pronuncia della gorgia fiorentina suscita simpatia, le fricative alveolari sorde confuse alle sonore degli emiliani sono la loro identità e perché mai le nostre caratteristiche fonetiche vengono sì tanto schifate? Vengono additate come difetti endemici, sintomo di ignoranza dilagante?  Sono superbi e la loro superbia è giustificata da trasmissioni emesse dall’ente pubblico ed io che non ignaro la mia storia, non volto le spalle alla mia terra mi sento stuprata da ogni meridionale che ride nel vedere “made in sud”. Hanno addirittura inventato il ‘terronometro’, come se non si possa esser ‘terroni’anche se ipernordici. Se terrone significa provenire da quelle terre dissodate dal sudore dei miei avi, io accetto tale definizione e la porto orgogliosamente nel mondo, ma il campo semantico è diverso e “terrone” è un termine spregiativo che definisce atteggiamenti ostili nei confronti della civilità, segno di bifolcheria geografica, pacchianeria ecc… allora terrone può essere chiunque.

Di terroni nel ‘civilissimo’ nord Italia ne ho conosciuti a cataste, orde di macellai senza cultura alcuna, privi di virtù morale o etica, volti solo ad apparecchiare i loro corpi per sembrare appetibili a quelli altrui. Poi penso alle mani di mia nonna, alla sua bocca sdentata, alla schiena piegata dalla zappa e vedo nei suoi atti tutta l’umanità e la civiltà di questo mondo e quando si definisce una ‘cafona’, non può sapere che la villaneria non è una questione di classe sociale bensì un cancro che ci si tramanda. Il mio popolo è rassegnato a subire eternamente la storia, così è stato e sarà. La rivoluzione sociale nasce dall’estrema miseria e lo stato se ne guarda bene, ci tiene al limite della sopravvivenza, lascia che ci amministrino uomini di malavita, senza etica e neppure onore. Qui hanno distrutto tutto, sono partiti con le amministrazioni comunali degli anni ’70 e non si sono più arrestati. Hanno comprato l’assenso cittadino spacciando i diritti per favori personali e tutt’oggi è così. Ora la comunità europea elargisce ingenti quantità di danaro affinché questa terra si rialzi e cammini da sola, purtroppo non è stato mai così ed invece di incrementare qualsiasi forma di evoluzione si ingigantiscono le piaghe sociali di sempre, con l’amara aggiunta del disastro paesaggistico e dello smembramento dei centri storici ove sono confluiti tutti i fondi degli ultimi vent’anni. I centri urbani assomigliano ad opere d’arte moderna, dove il medioevo è costretto a vivere con le colate cementee delle imprese edili.

Nessuno mi capisce qui nonostante mi diano ragione, ma la ragione non fa la rivoluzione e ogni giorno la mia terra muore, muore per ogni emigrato, muore per ogni figlio che parte e sa di non tornare. Io torno sempre, questa è la mia terra e le ‘parole sono pietre’ e le ‘pietre cantano’, sento/ sentivo i passi dei miei avi nei ciottoli e tutta la storia del mondo mi scorreva forte sull’epidermide e si scolpiva nel cuore; ora sono una donna che si porta in giro la sua storia, che ha perduto ogni forma e sa che per la sua gente non ci sarà mai giustizia perché quella gente si è uccisa da sola.   Il mio popolo viene preso in considerazione solo per suscitare ilarità negli occhi di chi lo guarda, scherno in chi lo ascolta. Non si deve guardare al meridione come ad una fonte inesauribile di risate.

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