Cilento, borghi e tesori da scoprire: José Ortega e la magia di Bosco

di Giangaetano Petrillo – Foto ©Pio Peruzzini

C’è un’Italia che la narrazione di questa pandemia ha tagliato fuori, inutile negarlo. E’ l’Italia dei piccoli borghi, delle città di provincia, lontane dalle zone rosse e dalla Milano che ha vissuto, vive e soffre a causa del Coronavirus. E’ l’Italia delle piccole comunità, dei luoghi spesso dimenticati, che non gode di servizi altamente innovativi, di strade ed in cui l’elemento umano è l’elemento principale della resistenza. Resistenza a tutto ciò che di negativo ha prodotto la globalizzazione e che ha tagliato questa Italia fuori dal mondo.

Proprio in queste pagine il poeta Franco Arminio ci diceva come “Il silenzio, il buon cibo, l’aria buona, non sono cose da poco conto. Già la sola aria che respiriamo ogni giorno è un elemento enorme”. E c’è un’Italia, al Sud, che nonostante le sue ottime performance non viene raccontata come modello di gestione dell’emergenza sanitaria. Parliamo del Cilento, anzi, più propriamente del Parco Nazionale del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni, ed è oggi il luogo ideale dove poter costruire una ripartenza sicura e necessaria per rimettere in moto il motore dell’economia nazionale, e regionale. I cilentani sanno bene che la partita non è ancora finita, ma hanno deciso di gestire il gioco e non permettere all’avversario di prendere troppo campo.

Non è facile, ma non per questo si arrendono. Nel parco patrimonio dell’umanità, delle due arre marine protette e del mare cristallino ogni cosa ha ancora un sapore genuino, ogni parola ha un peso, ogni comunità ha saputo conservare la propria memoria e ne ha fatto tesoro. La lentezza è un valore, la bellezza è identità, il verde ed il giallo dei suoi campi sono autentici, proprio come devono essere. Tutto ciò non grazie a fortuite coincidenze ma perché frutto di un lavoro costante, quotidiano, della fatica delle mani e del sudore della fronte di chi vive ai confini dei sogni e non demorde mai. Queste virtù meritano una luce più forte, un palco più grande, una visibilità inedita.

Questa storia merita un racconto che vada oltre gli stereotipi della vergogna e superi quell’idea di civiltà contadina, di cui non si vergogna, ma parli dei progressi, delle innovazioni praticati, dei talenti che qui sono sbocciati ed hanno scritto pagine importanti. L’Italia oggi ha bisogno del cuore antico di territori come il Cilento, il Diano e l’Alburni, ha bisogno delle sue virtù e della sua gente per ricostruire, rigenerare, ripartire. C’è un futuro possibile che sta nascendo al Sud, non lasciamolo sfiorire ancora una volta. E noi questi preziosi boccioli vogliamo da un lato conservarli e dall’altro descriverveli, in una maniera inedita. Proprio qui, su questa testata online, dedicheremo uno spazio settimanale, nel quale vi racconteremo le storie, le tradizioni, le caratteristiche dei tanti piccoli borghi che costellano il parco cilentano.

E lo faremo, vi stavamo dicendo, in maniera inedita. Non solo attraverso il linguaggio della parola, ma anche e soprattutto attraverso il colore e il calore vivido delle immagini, grazie al supporto di Pio Peruzzini, il fotografo dei piccoli borghi che ci accompagnerà in questa nostra nuova avventura.

BOSCO
Cominciamo da uno dei borghi più caratteristici, ai piedi del monte del Bulgheria, Bosco, una piccola frazione del comune di San Giovanni a Piro, dove la storia e l’arte si incontrano nelle dita geniali di José Ortega, allievo e amico intimo di Pablo Picasso. Qui si ode una nenia sottile che si alza nella campagna, tra gli ulivi secolari, e distrae come un sottofondo insistente dalla vista suprema del mare. Un mormorio di coscritti, ribelli messi ai ceppi dalla legge che protegge l’ingiustizia, si fonde a lamenti di madri di sfortunati eroi. Seguaci di idee immature, martiri di utopie, esuli per amore di libertà ed eccesso di ardimento. Le voci si levano piano nel fruscio dell’erba e subito si condensano, nella mente di chi appena conosce Bosco, in un volto. I tratti forti e gli occhi espansi, allagati, di uno sguardo attonito. Il taglio di un sorriso appena accennato, quasi ironico, e lo sgomento perenne che gli occhi non sanno nascondere.

José Garcia Ortega è il figlio più improbabile e insieme il più genuino, il figlio universale di questa terra. Del Cilento accucciato sul suo cuore profondissimo, come le erosioni millenarie che nei vecchi chiamano rughe, infinitamente silenzioso e riottoso e fiero, ubriacato di bellezza, troppo a lungo soggiogato da una maligna alchimia di bellezza e forza. Ribelle e rivoluzionario, resiliente e pronto a conformarsi ai tanti cambiamenti, attento e vigile, pronto come sempre a difendersi. José Ortega era nato in Spagna e faceva il pittore sotto il giogo del regime franchista, in una Spagna offuscata da un ottuso militarismo, da uno sterile conformismo, dalla retorica deprimente e infetta dell’ordine e dell’autarchia. A tutto questo Ortega, con la sua opera di svelamento, con la sua opera di liberazione, reagiva.

Da tutto questo fu assalito e sommerso e costretto a partire esule, a Parigi e poi in Italia meridionale, a Matera dapprima, nel 1973, e più tardi a Bosco, eletta definitivamente a buen retiro nel 1980. In quel tratto di collina cilentana, meravigliosamente affacciato sul Golfo di Policastro, il pittore sentì il richiamo magnetico del seme della rivolta, esplosa nel lontano 1828 e domata nel sangue da un altro Franco, più piccolo e ugualmente feroce, l’eterno oppressore rinato, quaggiù e allora, nelle sembianze di Francesco Saverio Del Carretto. A Bosco Ortega ritrovò la Spagna, appena pacificata nell’idillio del borgo, viva nella sua mente, la Spagna dilaniata di Guernica. A Bosco, Ortega, infine, trovo quella giusta tranquillità che riesce a trasmetterti un posto che dopo aver versato fiumi di sangue dei propri figli, ha battuto la storia conquistandosi quell’agognata libertà. Quella che Ortega attendeva per la sua patria, la Spagna, e che intanto godeva restando qui.

Tra ulivi sempre più secolari, incantato dalla bellezza dei luoghi e dall’armonia dell’animo. Se intendete capire perché Ortega scelse Bosco, vi basterà fermarvi all’ingresso. Perché Ortega brilla dentro le maioliche, le tessere di mosaico all’ingresso di Bosco, le tele potenti ed intense, acute come richiami, lucenti come scaglie.

FOTO ©Pio Peruzzini

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