I sequestrati di Via della Provvidenza

Infante viaggi

di Giovanni Festa

A Polanco, quartiere della ricca borghesia di Città del Messico, sede di ambasciate, commerci e musei, è possibile imbattersi in una magnifica villa del secolo scorso che, stretta fra due strutture di cemento armato, circondata da recinzioni metalliche e cartelloni pubblicitari, povera vittima dell’edilizia selvaggia della megalopoli latinoamericana è, oggi, quasi invisibile.

Ma è possibile, se ci si ferma un attimo ad osservarne la facciata (magari attratti dall’incongruo del suo stile retrò in un quartiere divenuto anonimamente ultramoderno), riconoscerla ancora adesso: si tratta della casa di “Calle de la Providencia” dove Luis Buñuel, nonostante in Messico, come dice lui stesso nelle sue memorie, non esistessero “palazzi veri”, ha girato L’Angelo Sterminatore (il film, invece del titolo di ascendenza biblica, doveva, nelle intenzioni iniziali, chiamarsi proprio “Los naufragos de la Calle Providencia”). Il palazzo, che ai tempi di Don Luis era di proprietà del fratello dell’allora Presidente del Messico è, da alcuni anni, un palazzo fantasma: dopo essere stato sede di una casa di produzione, di una azienda di cosmesi e di una agenzia di assicurazioni, un antipatico cartello con un numero whatsapp lo proclama En Venta, in vendita. Nessuno può, quindi, affacciarsi adesso da quelle finestre, o meglio, ad affacciarsi da quelle aperture simmetriche offuscate dalla polvere, oggi più che mai, non possono essere altro che le ombre assediate del film del regista spagnolo, assecondando quella che, in questi tempi di pandemia, è l’unica maniera possibile di relazionarci con il fuori: servirsi di una finestra, diventata apertura neo-albertiana che si interfaccia con ed esaurisce l’intero mondo, insieme schermo e visore dal quale e attraverso il quale decifriamo a distanza il possibile limitato e i suoi segni impoveriti, fra strade svuotate e tempo arrestato.

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Nel film di Buñuel, com’è noto, alcuni ricchi borghesi non possono più uscire dalla casa nella quale si erano ritrovati dopo un concerto a teatro per un piccolo ricevimento, nonostante la porta rimanesse aperta: a causa di questo incantesimo della soglia, questi convitati casuali si ritroveranno presto, a causa del contatto forzoso, armati gli uni contro gli altri, e costretti a diventare massa sporca, affamata, nuda, isterica, insieme rarefatto di individui meschini condannati ad utilizzare tecniche di guerra in tempo di pace, scoprendosi poveri e cenciosi essendo ricchi, mentre il mondo intero si presenta, improvvisamente, come fuori campo assoluto e oggetto di una prossimità inattingibile. Oggi la casa dell’Angelo Sterminatore è diventata ognuna delle nostre case e, per utilizzare una categoria di Bataille, in maniera estrema, le poche stanze nelle quali siamo confinati, sono diventate tutto il “mondo dove viviamo”.

In tempi di pandemia, il fuori ci viene vietato da un virus invisibile, atroce e astuto, che lavora come l’interdetto misterioso del film, trasformando ogni strada in uno spazio inabitabile e quasi vuoto, costringendoci a vedere il mondo da una finestra: quella da cui si affacciano le ombre della casa di Polanco, che oggi scopriamo essere identiche alle nostre, tutte sequestrate in una casa di qualche Via della Provvidenza, come ce ne sono tante oggi, in ogni angolo del mondo.

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