Il rapporto fra coronavirus e senso del futuro

di Antonio Calicchio

Le trasformazioni generate dal Covid-19 producono sofferenze non facilmente sopportabili, ancorché l’umanità abbia superato fasi storiche peggiori rispetto al momento in atto. E questo accade in quanto noi tutti versiamo in una situazione in cui la nostra modernità, la tutela tecnologica, la globalizzazione, il capitalismo, ossia ciò che si definisce “progresso” si trova repentinamente a contatto con la finitudine, la limitatezza, la fragilità della vita umana. Noi tutti, dunque, siamo dinanzi all’inaspettato. L’umanità pensava erroneamente di tenere sotto controllo qualunque cosa, mentre la biologia manifesta “leggermente” la sua ribellione. E dico leggermente giacché quello relativo al coronavirus è solamente uno degli accadimenti biologici che denuncia gli eccessi della globalizzazione.

In tale contesto, emerge forse una incapacità di evolverci come esseri umani? Orbene, in Occidente, il Cristianesimo ha proclamato una carica ottimistica tale da indurre a considerare il passato un male, il presente una redenzione e l’avvenire una salvezza. E questo modo di concepire il tempo è stato recepito dalla scienza, secondo cui il passato è ignoranza, il presente è ricerca e l’avvenire è progresso. Perfino Marx è cristiano ove afferma che il passato è ingiustizia sociale, il presente è esplosione delle contraddizioni capitalistiche e l’avvenire è giustizia sulla terra. Freud – che pubblica un volume contro la religione – asserisce che i traumi e le nevrosi si formano nel passato, il presente è magico e l’avvenire è guarigione. Ergo, il futuro rappresenta il tempo della salvezza, dell’attesa, della speranza. Ma il futuro è talora un tempo analogo agli altri: “Speriamo, auguriamoci, auspichiamo”, costituiscono verbi della c.d. passività, nel senso che ciascuno rimane fermo e il futuro provvederà. Però, non sempre è così!

Ed allora, cosa fare? Occorre, in primis, accettare la nostra “precarietà”. Un tempo, si verificavano guerre, carestie, pestilenze; esisteva, cioè il rapporto col dolore, col negativo della esistenza, rapporto che oggi si è completamente smarrito.

Da decenni, l’Italia non è governata, anzi, è stata sgovernata; e rendersi conto adesso che si hanno cinquemila letti in terapia intensiva allorché la Germania ne possiede ventottomila, scoprire che le carceri sono in rivolta e che è possibile fuggire sui tetti, come avvenuto qualche mese fa, ammettere ora che andavano edificate altre strutture affinché i detenuti potessero vivere in situazioni vivibili, riconoscere l’esistenza di un debito pubblico elevatissimo che peserà notevolmente per sopperire alle difficoltà finanziarie di questi mesi, ebbene tutto ciò è la diretta ed immediata conseguenza di limiti reali: vale a dire la mancanza di una autentica guida e le gravi “distrazioni” in cui sono incorsi i nostri governanti.

Tuttavia, ciò che stiamo attraversando è un momento di “sospensione”, specialmente dalla frenesia giornaliera: per alcuni è un valore positivo, per altri è un monito del fato. Ritengo personalmente che la sospensione trovi tutti impreparati, nessuno escluso: ed infatti ci si lamenta quotidianamente di dover uscire di casa per recarsi a lavoro, ma, se bisogna fermarsi, allora non si sa più cosa fare. Non si sa più chi si è. Si era affidata l’identità personale alla “funzione” lavorativa. E la sospensione dalla funzionalità costringe ciascuno con se stesso: uno sconosciuto, se non si è mai compiuta una riflessione sulla vita, sul senso di cosa si va cercando. E poiché ciò non viene realizzato, allora ci si ritrova nel vuoto, nello smarrimento. E, quindi, domandiamoci: il paesaggio era il lavoro? L’identità personale era il ruolo lavorativo? Al di fuori di siffatto scenario, non si sa più chi si è? E ciò costituisce un’ulteriore questione. Non è sufficiente distrarsi nella vita, essendo indispensabile anche interiorizzare, guardare se stessi. Perché noi conosciamo due modalità esistenziali: lavorare e distrarci, al di fuori delle quali, è il nulla.

Del resto, un quarto della popolazione, composta da anziani, è sommamente fragile, come il virus ha dimostrato. Perché non si è provveduto a creare le condizioni e le strutture per curare tutti? Perché tanta inefficienza? L’egoismo è divenuto il valore primario della nostra cultura, mentre la solidarietà è stata totalmente annichilita, in questi anni. Individualismo, narcisismo, egoismo: rappresentano tutte figure di solitudine. La socializzazione si è ormai ridotta alla sua parvenza digitale. E se anche l’istruzione, superata questa fase sperimentale, costretta dai tempi, dovesse essere diffusa via internet? Gli studenti hanno bisogno bensì di imparare, ma anche di stare insieme, di guardarsi, di ridere. Hanno, cioè bisogno di esperienze fisiche. Nell’isolamento, nelle avversità le persone hanno necessità di sentire di non essere sole a lottare. I Cinesi di Wuhan si gridavano reciprocamente questo dalle finestre. Pertanto, se la rete digitale ha reso possibile la connessione laddove non vi era possibilità di incontro, allora ha dimostrato la sua utilità. Ma per come ha funzionato sinora, internet ha relegato nell’isolamento i nostri corpi. La questione, da oggi in poi, è di continuare ad instaurare una relazione sociale secundum naturam in cui una persona incontra una persona, e non l’immagine di una persona in uno schermo.

Ed allora, quando si potrà risollevare l’animo umano? E come? Il degrado è indubbiamente significativo. L’animo umano, a mio avviso, era in grado di affrontare queste situazioni all’epoca dei nostri nonni o bisnonni, allorquando la fatica e la sofferenza erano condizioni di solidarietà. Nelle società opulente si è sviluppato, invece, l’egoismo. Il nostro è il popolo più debole, il più assistito dalla tecnica, tant’è vero che, se manca la luce, andiamo allora immediatamente in panico. “Bios”, dal greco, significa vita. E sarà, quindi, la biologia a prevalere.

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