Il giornale del Cilento cambia direttore: «Vi auguro di accrescere il sentimento di indignazione»

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La notizia che il direttore di un giornale cambia, da lettore, non mi appassionerebbe. Se non per la curiosità di capire chi lo sostituisce e cosa ha in mente. Ecco perchè preferisco darvi qualche indiscrezione su chi entra in cabina di comando. Alla guida del Giornale del Cilento, da oggi, c’è Marianna Vallone. Segnerà questo giornale, come la sua maturità professionale, con l’esperienza che vivrà in questi prossimi anni. 

Innanzitutto come donna che conduce un progetto complesso, in un momento di forti cambiamenti sia del ‘prodotto informazione’ che del pubblico di ‘lettori’. Poi come giovane, già alla guida di un giornale dai numeri importanti (misurabili in oltre 10 mila lettori unici giornalieri in media settimanale e con punte di 40 mila), infine come cilentana, appartenente però alla ‘riserva indiana’ di quelli che il Cilento lo girano, tutti i giorni, come fosse una grande città. 

Marianna Vallone insieme a Luigi Martino che l’affiancherà, sono l’anima di questo progetto. Sono il giornale. Ne hanno conosciuto la crescita, da quando era ‘lattante’ a quando si è messo in piedi, da quando è caduto a quando è andato a scuola e fino all’età matura. Ma hanno conosciuto la crescita anche del suo pubblico di lettori, da sospettosi analfabeti del web, ad affezionati seriali di questo quotidiano. A voi due quindi l’augurio di scolpire su questo giornale la forma distinguibile della vostra missione giornalistica, perchè sia coraggioso, libero e autonomo. 

Il Cilento che lascio, da questo osservatorio, rispetto al Cilento che ho trovato è una fotografia dallo scatto lento. Questo territorio non è, in questo momento, in grado di segnare un riscatto ma, cosa ancor più grave, non è in grado di progettarlo. Credo che nella popolazione, come nell’impresa e nei livelli istituzionali e di governo dei territori, non si sia stati in grado di partorire la ‘formula’ dello sviluppo compatibile con una certa antropologia e in grado di imitare le buone pratiche. Basti pensare a come il Cilento venga percepito quale ‘terra di lunga vita’ nel resto d’Italia, senza nessuna attività collettiva di promozione, e senza che tutt’oggi se ne veda l’ombra.

Questo Ci-lento, registra lentezze che possono dimostrarsi imperdonabili per le nuove generazioni. E’ evidente in maniera trasversale tra la gente la timidezza, se non la reverenza all’autorità. Mentre da parte di quest’ultima non una risposta umile e di dialogo con le persone, ma una relazione verticale, di distanza, che si esprime a partire dal linguaggio. 

E’ un Cilento che tutt’ora preferisce l’aver ragione al confronto. Ci portiamo dietro il vizio della tifoseria, creando schiere di fedelissimi ostinatamente avversi a quanti sono avversi al capo. E’ un Cilento muscolare, che non è stato in grado di sostituire l’intimidazione con la credibilità. Questo a partire dalle relazioni tra persone, fino ai livelli di governo. Con il risultato di mostrare i segni di un ritardo sul piano del civismo che poi si traduce in mancate opportunità per le imprese e per le comunità. 

Se la classe dirigente non è educata al bello, a essere misurata sui risultati, se la popolazione non comprende che ottenere un finanziamento pubblico copioso nel proprio territorio, non è di per sé segno di successo – visto che raramente si trasforma in benessere pubblico, quanto più spesso in benessere privato – allora dobbiamo farcene una ragione e giudicare i ritardi come emergenze. 

Il monumentalismo del ‘conosco un pezzo grosso’ assume le sembianze di un provincialismo cronico e dannoso. All’ombra del quale si assiepa anche il giornalismo locale. Debole di fibra economica, si appollaia al servizio di chi sminestra briciole. 

Non abbiamo registrato, in questi anni, colpi di articoli o iniziative editoriali coraggiose. Più che altro possiamo documentare colleghi che diventano microfoni delle caserme o persino portavoci. Essendo che queste potrebbero trasformarsi in pane quotidiano come fonti, alla gestione si preferisce l’asservimento. Accade ancora più spesso con amministratori: abbiamo prove di giornalisti che si sono vantati di non avere fatto uscire una notizia, o altri che hanno ‘venduto’ la pelle dell’orso, la fonte di un proprio collega, al caro prezzo ‘di un giro di pista in discoteca’. Possiamo documentare di colleghi giornalisti che hanno fatto ricorso allo strumento della querela come intimidazione al pari dei politici e delle numerose ignare vittime dei propri avvocati che, gliele confezionano seppur inconsistenti, così da racimolare qualche spicciolo. E di giornalisti che sottopongono servizi alla censura preventiva. Tutto questo a danno di chi da suddito annaspa a farsi cittadino. 

Sul Cilento bello da vedere rivendicherei il diritto di smentire. Il più bel monumento senza cura è degrado. Mentre, se curato, anche un cimitero può diventare bello. Si interroghino i cilentani. Dall’entroterra alla costa l’unica opzione economica potrà essere, tra qualche decennio, forse, il turismo. Ma prima bisogna sviluppare la capacità di indignarsi davanti a tanta assenza di gusto, condizione di abbandono, e incapacità di organizzare, programmare e pianificare. Piuttosto che pretendere dal giornalista di non fare sapere ‘altrimenti il turista non viene’. Questo Cilento bravo a compiere miracoli ma non a fare le cose normali ha orizzonti stretti e rischiosi. La fretta, l’arrangiamento, il rattoppare e l’autoconvincimento, sono il virus apparentemente innocuo di una malattia che facilmente si trasforma in epidemia. 

La virtù del ‘recupero’ architettonico, dei vecchi intonaci delle vecchie case del Cilento, il dono del decoro, la adorata ‘manutenzione’, le buone maniere, dovrebbero essere i parametri per selezionare chi amministra. E invece continuiamo a inaugurare nuove rotonde da trasformare presto in discariche, così da avere ancora un’occasione per il ‘doppiopettismo’ e le fasce tricolori degli ‘ingiacchettati’, piuttosto che piani potenti di manutenzione. 

Il Cilento non è bello ma decadente. Mentre potrebbe diventarlo, se tutti ci educassimo a un minimo di gusto, di ordine e di decoro. Dalle nostre case, alle strade, ai vicoli, alle spiagge, alle coste, ai lidi balneari, alle finestre, alle tinte che scegliamo e fino alle insegne dei nostri negozi. 

Quanto all’identità cilentana è un’opera iniziata, alla quale questo giornale ha dato il suo contributo, ma lontana dal compiersi. Chi scrive non ha fiducia nelle nuove generazioni a causa del campanilismo imperante. Questi ragazzi non vivono il Cilento, ma soltanto il proprio paese, con evidenti resistenze agli spostamenti e alle contaminazioni con gruppi di ragazzi del paese accanto. Una superstrada che potrebbe essere concepita come la tangenziale di una città non è stata sufficiente a trasmettere cilentanità. Molto di più potrebbe compiere lo sport, ad esempio, favorendo aggregazione invece che parcellizzazione. E la cultura. Un giovane cilentano non può che ambire a diventare calciatore, perchè l’ipotesi di diventare un regista, ‘è roba che accade soltanto a Los Angeles’. 

I miei sinceri auguri al Cilento che cambi direzione e accresca il sentimento di indignazione. Una mano tesa la riservo ai tanti che ci hanno querelato, l’hanno fatto sbagliando, ma sono convinto, credendo di essere stati indebitamente danneggiati. Mentre non posso dire lo stesso dei loro avvocati che hanno colpevolmente svenduto una opportunità di conferma del proprio ruolo civico, per spicciole ragioni non all’altezza della loro missione. Grazie agli informatori, particolarmente ai più coraggiosi. Agli editori, dal fondatore Mario Scarpitta a chi l’ha succeduto. Un augurio a questa brigata di questa redazione, dal primo Federico a tutti quelli che l’hanno vissuta o sfiorata, agli attuali e futuri cronisti, per nuove rotte da segnare sulla mappa del mare in burrasca, dove il giornalismo deve essere in grado di navigare. E, in ultimo, ma primo nel sentimento, ai lettori di questo quotidiano: un profondo grazie per questa avventura incredibile, consumata giorno dopo giorno con un costante pensiero a voi nell’offrirvi un servizio più libero possibile. Con gravi e, a volte, imperdonabili errori, compiuti da me e dalla mia squadra. Ma con onestà e senza mai tradirvi.

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