Rifiuti tossici nel Vallo Di Diano

di Roberto De Luca

Riflessioni sulle condizioni ambientali e sociali del Vallo di Diano o di qualsiasi altra estensione territoriale omogenea del nostro Sud.

Lembo meridionale della provincia di Salerno al confine con la Basilicata, un’ubertosa e oblunga vallata è attraversata longitudinalmente dal fiume Tanagro. Dopo l’unità d’Italia si intraprese la costruzione della linea ferroviaria Sicignano-Lagonegro, portata a termine nel 1892.

Agli inizi del secolo scorso la classe contadina del posto contribuì con le proprie braccia alla bonifica completa delle terre acquitrinose e malsane periodicamente invase dal Tanagro e dai suoi numerosi affluenti. Alcuni pagarono quell’impegno con la vita, ma alla fine tutti intravidero un promettente futuro di riscatto sociale e di emancipazione culturale. Nacquero figli nobili nella Valle dell’Eden e quella via di fuga ferrata li portò lontano, forse troppo lontano.

Nel 1987, col pretesto dei lavori di adeguamento, il traffico sulla linea ferroviaria venne interrotto; non è più stato riattivato. Le sterpaglie ormai definitivamente occultano il tracciato delle due parallele metalliche che scorrono affianco al placido corso del Tanagro. L’involuzione socio-economica successiva a quella data non si è fatta attendere.

E la Valle dell’Eden conosce oggi conseguenze simili a quelle scaturite dalla maledizione di Gomorra. Una classe dirigente inamovibile non ha più prestato attenzione alle richieste di modernità della cittadinanza. Di contro, gli interessi particolari sono stati salvaguardati.

I terreni agricoli sono stati invasi da capannoni vuoti e zone industriali costruite, nell’indifferenza di tutti, nelle zone di pregio ambientale, così come riconosciute nella Carta di Destinazione d’Uso del Territorio redatta e approvata dalla Comunità Montana.

A tale punto è giunta l’insipienza di chi amministra che la vocazione agricola e turistica del territorio è stata snaturata per lasciare il posto al pervasivo cemento, comparso anche ad alta quota nel Parco Nazionale del posto per fini speculativi.

La risorsa acqua, sgorgante in surplus dai monti perimetrali, è stata occultata per improbabili fini irrigui e in parte inquinata fino al punto da rendere alcuni affluenti del Tanagro completamente privi di vita. Un tempo la fauna acquatica guizzava in quelle acque e il solo utilizzo di questi canali per l’allevamento ittico sarebbe potuto diventare una fonte di ricchezza per gli abitanti del luogo.

Tuttavia, chi ha denunciato le continue morie di pesci veniva guardato con fastidio da alcune istituzioni locali. Forse perché non si doveva sapere che nei terreni (e forse anche nelle acque!) venivano sversati, a più riprese, rifiuti tossici, così come purtroppo si è appreso dalla recente inchiesta Chernobyl condotta dal p.m. Donato Ceglie presso la lontana Procura di Santa Maria Capua Vetere.

E noi ancora a chiederci perché qualcuno da lontano avesse capito cosa stava accadendo al nostro territorio, mentre qui abbiamo preferito tenere le bocche cucite.

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