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La storia di Luca: dalla malattia psichiatrica alla rinascita

di Marianna Vallone

Luca vive nel paese dove sua madre è nata e cresciuta. Nell’armadio conserva una coperta ricamata da lei, antica, bellissima. È un ragazzo moro di quasi trent’anni, con un bel sorriso. Nell’aprire la porta del suo monolocale si scusa: «È piccolo». Non lo è. E’ accogliente, come il suo sguardo. Sul tavolo pasticcini e ricordi. Dai fornelli arriva il profumo del caffè.

Luca ha voluto incontrarmi a casa sua, dove si è trasferito da poche settimane, dopo l’esperienza di sei mesi del gruppo appartamento. Ha voluto incontrarmi per raccontarmi la sua storia di dolore e rinascita, una storia che abbatte lo stigma, i pregiudizi e molti luoghi comuni che la nostra società ha costruito intorno alla malattia psichiatrica. «E’ stata dura, da solo non ce l’avrei mai fatta». Luca, un nome di fantasia, è un ex paziente del Spdc di Vallo della Lucania, che ha affrontato per un periodo della sua vita la malattia psichiatrica ed è riuscito a superarla anche grazie all’aiuto degli altri, di tutte quelle persone che sono dentro ma anche fuori dalle strutture. Perché le persone che hanno un disturbo mentale, non hanno solo bisogno di farmaci e terapie, ma di diritti, di poterli esercitare. Hanno bisogno di una casa, di un lavoro, dell’indipendenza economica e degli affetti.

Due anni fa, quando è arrivato al Spdc di Vallo della Lucania, Luca portava con sé disperazione e dolore e un bagaglio di perdite e mancanze. La vita è riuscita a portargli via tutto. Quasi tutto. La mamma è morta davanti ai suoi occhi quando aveva appena 3 anni, in una domenica di fine settembre, che lui non ha mai dimenticato. «Non ho ricordi belli, ma ricordo bene quel giorno. Riesco a ricostruire quello che è successo», racconta. La madre, una giovane bracciante agricola, è rimasta intrappolata nel fuoco, acceso per pulire il terreno.

Per Luca e suo fratello, di pochi mesi più grande, sono iniziati anni di dolore. «Mia zia, una sorella di mia madre decise di prenderci in affidamento. Nostro padre non se la sentiva di tenerci. Siamo stati con lei e la sua famiglia. La mia infanzia è stata ricoperta dal loro affetto. Curavo con mia zia il ricordo di mia madre. Mio zio, invece, è stato come un padre. Ho un ricordo felice di quei primi anni, degli amichetti che avevo. Chi soffriva era mio fratello, che a 14 anni decise di tornare da nostro padre». Per Luca è iniziato un periodo difficile. La malattia dello zio, la lontananza dal fratello, le crisi dell’adolescenza, una delusione d’amore, la solitudine. «I miei amici pensavano alle ragazzine a quell’età, io invece avevo un peso addosso». Dopo il diploma all’Alberghiero e qualche esperienza nelle cucine, ha deciso di iniziato un corso Osa. Poi l’ingresso nel seminario.

«Quando entrai in seminario mio zio si aggravò. Io gli sono stato vicino fino alla morte, l’ho accudito, passavo le notti in ospedale con lui, era stato il mio punto di riferimento. L’ingresso in seminario per questo non fu sereno, mi resi conto che forse in fondo era una trappola, volevo scappare da qualcosa ma mi stavo rinchiudendo in un altro mondo. Non era la mia strada ma non riuscivo a lasciarlo. Fu il rettore a farmi andare via».
Da allora il buio. «E’ iniziato così il mio percorso nella psichiatria», dice Luca che ha attraversato l’inferno, fatto di porte chiuse, paura, tanto dolore, tentativi di farla finita.

La storia di Luca è una storia, unica nel suo genere, perché fa di lui non una vittima di un destino crudele per il quale non ha avuto nessuna responsabilità, ma il protagonista di un riscatto personale che ci consegna un insegnamento valido per tutti: tutti possiamo salvarci e possiamo farlo solo insieme. «La mia storia è altro. Voglio raccontare la mia rinascita», dice. Quando Caterina Speranza, la referente della Sir di Castel Ruggiero, lo ha raggiunto quasi due anni fa al Spdc di Vallo della Lucania, dove era stato ricoverato, ha trovato un ragazzo che doveva e voleva essere aiutato a seguire un percorso riabilitativo per riconquistare così la dimensione umana che aveva perso. A questo punto, Luca ha ripreso la vita proprio là dove il dolore lo aveva trascinato via: dal corso da Osa. Riuscendo, nel giro di poco più di un anno, a passare dal buio alla rinascita, trovando un lavoro come operatore socio sanitario e realizzando il suo sogno, quello di vivere da solo ed essere autonomo. Dopo l’esperienza al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) a Vallo, Luca ha trascorso cinque mesi alla Sir di Torre Orsaia, la Struttura Intermedia Residenziale della frazione Castel Ruggero, una delle realtà più belle della provincia di Salerno, una struttura modello in Italia, dove gli ospiti vivono la loro quotidianità per essere autonomi e provare a riappropriarsi della propria vita. Appena è arrivato alla Sir, Luca ha iniziato a lavorare in cucina in un ristorante del posto, La Lanterna Verde. – spiega la dottoressa Speranza – E’ un luogo che ci ha dato tanto. Un luogo che ha aiutato a combattere e abbattere i pregiudizi. Ogni giovedì c’è la pizza insieme tra pazienti psichiatrici, fino a prima della pandemia».

Perché un malato psichiatrico è come un malato di cuore o di qualsiasi altra patologia. E non deve essere trattato in modo diverso.

Dopo sei mesi alla Sir, Luca ha diviso la casa con altre tre persone. Insieme formano uno dei gruppi appartamento di pazienti psichiatrici seguiti dall’asp Salerno. Un’abitare insieme che fa bene e aiuta a tornare ad essere autonomi. Anziché vivere nelle strutture con gli operatori sanitari, si condivide un appartamento e si torna insieme alla vita. A Torre Orsaia è circondato dal verde. Ogni tanto Luca torna da loro a trovarli, anche ora che finalmente vive da solo. Passa per mangiare una pizza con loro, per mettere su una lavatrice. Anche ora che Luca ha spiccato il volo.

Da quasi un anno lavora in ospedale, in Oncologia, come ausiliario. Su impulso di Giulio Corrivetti, direttore del Dipartimento Salute Mentale, Asl Salerno, la cooperativa Ariete ha fatto dapprima un contratto lavorativo a Luca di un mese, poi dir tre mesi, ed oggi è stato assunto a tempo indeterminato. Sono tante le aziende che potrebbero impiegare ragazzi con problematiche psichiatriche. «Cosa faccio in ospedale? Trasporto gli ammalati, li assisto nei loro bisogni. All’inizio non è stato facile, guardavo l’orologio sperando che passassero in fretta le ore, mi sentivo di intralcio. E’ stata una sfida per me, anche quando un giorno mi sono ritrovato mio padre lì, con un tumore per fare la chemio. Mi piace molto lavorare in ospedale. Più che bravura nella mia mansione, è venuta fuori la mia umanità e lì ne serve tanta», racconta.

«Molte volte pensiamo che se le cose iniziano in un modo debbano andare sempre così. Ma possono cambiare. Io ho voluto cambiare. Ero disperato perché non sapevo più dove andare e questa disperazione mi ha spinto a dare una svolta alla mia vita. Ho avuto tanta paura ma ero anche convinto che la luce sarebbe arrivata». Ma oltre all’elenco di operatori e persone, come il ristoratore Roberto, gli amici del gruppo appartamento, e la comunità di Castel Ruggero, a lui vicini cui Luca esprime gratitudine, confessa: «La dottoressa Caterina Speranza è stata il mio angelo custode, senza di lei niente sarebbe stato possibile».

©Riproduzione riservata




A Cura di

Marianna Vallone

Giornalista per professione e comunicatrice per passione, sono alla continua ricerca di storie da raccontare e tramonti da immortalare. Nata sulla costa di Maratea ma morigeratese da sette generazioni. Vivo nel cuore verde del Cilento e sono felice. Faccio domande anche quando conosco le risposte, perché continuo a pensare che l’essere umano sia il viaggio più bello da fare.
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