Moio della Civitella: «Ai margini del voto»

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Moio della Civitella: «Ai margini del voto»

Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lunga lettera di Pietro Troncone, ex dirigente scolastico.

Un paese senza democrazia può essere definito il Comune di Moio-Pellare, sulla scorta degli ultimi fatti, che hanno portato alla compilazione e alla presentazione di un’unica lista nella prossima competizione elettorale. Ecco una sintesi, non solo della storia europea, ma anche della nostra storia, quella dei due paesi, l’uno capoluogo, l’altro frazione, che per anni democraticamente e civilmente hanno lottato per prendersi l’amministrazione del comune. Certo non si vuole con questo dire che le guerre, le lotte, le contese siano sempre positive, ma se si colorano di sapore paesano, se sono a tempo, per lo stretto periodo elettorale, sono simpatiche e accettabili. La democrazia, nata in Grecia, come potere del popolo, come si desume dall’etimologia, è soprattutto libertà, scelta tra due concorrenti, tra due o più partiti, tra due o più liste, che si presentano al giudizio degli elettori in coincidenza con le amministrazioni, in questo caso, comunali.

Mai era successo, nella storia del nostro comune, che si presentasse un’unica lista, anche se nata dall’accordo dei due gruppi, che hanno lavorato e discusso per la formazione della stessa. Il primo fatto, senz’altro negativo, che emerge da questo è l’assenza, il disinteresse, la lontananza dei giovani dalla politica, quella vera, che, nell’accezione aristotelica, significa governo della città. Di questo impoverimento della politica si è un po’ tutti responsabili, in primisi, le compagini amministrative che si sono succedute alla guida del comune, poco attente ai giovani, alla loro formazione, a suscitare e promuovere in loro l’interesse e l’amore per la cosa pubblica. Responsabile è la scuola nel suo insieme che, accanto alla trasmissione di conoscenze dovrebbe anche preoccuparsi di formare delle persone, capaci di muoversi e di gestire una società sempre cangiante, che richiede nuove capacità, rispetto al passato. Responsabili sono tutte le associazioni presenti sul territorio, vedi la parrocchia, l’azione cattolica, la pro loco, persino la biblioteca comunale, dove, credo, mai si sono tenute riunioni, per leggere, per discutere, per aggiornarsi nel mondo della cultura e del sapere. Se le cose stanno in questo modo, nessuna meraviglia se i gruppi, che si sono riuniti in questi ultimi giorni, non hanno trovato neppure una persona disposta a candidarsi.

C’è da augurarsi che la nuova compagine, che uscirà, senza alcun dubbio, dal prossimo voto, prenda con impegno di pensare un po’ più ai giovani, alle loro aspirazioni, alle loro esigenze, soprattutto alla loro formazione. A meno che non si raggiunga il quorum dell’elettorato attivo, tutti e dieci i candidati, compreso il sindaco, andranno a governare. Eppure, leggendo la storia del passato, il governo di uno stato, di una città, di un paese, anche se piccolo, l’ha deciso sempre il popolo, chiamato a scegliere tra due persone, tra due schieramenti opposti. Già nell’antica Grecia si opponeva il partito democratico, capeggiato da Temistocle, al partito aristocratico, capeggiato da Aristide. Nella Roma repubblicana, retta dal senato, detto Curia, alla nobiltà, rappresentata dai Patrizi, si contrapponevano i plebei, che, fra le loro lotte, avevano l’obiettivo di avere dei diritti di rappresentanza, tanto che attuarono la secessione del Monte Sacro, da cui discesero, convinti dell’apologo di Menneio Agrippa, dopo aver ottenuto, però, i tribuni della plebe.

Continuando, nel Medioevo, ai signori feudatari, si contrapponeva la servitù della gleba, che mai accettava il suo stato di miseria e spesso attuava delle sommosse e rivolte contro lo strapotere signorile. Un’unica eccezione du il Rinascimento italiano, in cui l’Italia, pur calpestata da eserciti stranieri, ovvero pur debole politicamente, rifiorì di cultura e di splendore grazie alle corti signorili. Per non parlare dell’Ottocento in cui si affrontarono la borghesia imprenditoriale e il proletariato, la cui unica ricchezza consisteva nella prole da sfamare. Questi esempi ci dicono che la storia, e quindi la democrazia si è espressa e di è costituita tra lotte di classi, in cui il popolo con le sue scelte è stato determinante. Per non parlare dell’America, in cui si oppongono e si alternano due partiti: il democratico e il repubblicano. Ma veniamo alla nostra storia locale, meno plateale della storia con la “S” maiuscola, ma non meno interessante e significativa.

E’ dagli anni Sessanta, almeno da quando chi scrive si ricorda, che sempre puntualmente nelle elezioni comunali, si sono contrapposte due o tre liste per avere il governo del comune. Il popolo era posto davanti a queste e, dopo vari comizi, anima e linfa della democrazia e del confronto, sceglieva col suo voto di lista e di preferenza la compagine che riteneva la migliore a rappresentarlo e a soddisfare i bisogni singoli e della comunità. Che dire di alcuni scritti, sempre anonimi, che apparivano e scomparivano in quei giorni? Chi non ricorda quel volantino, in cui l’autore, firmatosi come arbiter, indicava la manovra, quale novello catilina, di un “professorino”, che faceva sotto sotto le scarpe allo zio della moglie? Oppure l’affissione di un altro manifestino, che per canzonare le dimissioni del sindaco di turno, ricordava una canzone che diceva: “Fiorin fiorello…”? Ancora un altro manifesto, il cui autore è rimasto sempre ignoto, che chiamava i pellaresi “pecore e pecoroni”, per aver votato per Moio e non per i propri candidati?

Va ricordata quella tornata elettorale del 1973. C’erano tre liste: una della DC compista, una formata da soli pellaresi, una terza formata da moiesi e pellaresi. I moiesi, iscritti alla terza lista, almeno alcuni, non votarono nemmeno se stessi, pur di non fa risultare vincente la seconda lista. Ma non sono questi episodi, pur curiosi e simpatici, che ci riguardano oggi, quanto la storia degli ultimi 70 anni, che si è svolta e arricchita di tanti contenuti, di tante dinamiche, proprio di tante lotte per togliere il potere a un gruppo, senz’altro capeggiato da una persona intelligente e carismatica che per un ventennio ha governato il comune. Forse quei tempi bisogna far rivivere, quella forza bisogna azionare, quelle dinamiche bisogna muovere, se si vuol dare però, importanza, significato a un appuntamento, che resta l’unica cosa in un paese piccolo come il nostro. Quindi votare una sola lista, non è scegliere, diventa solo un fatto formale e già deciso, in cui la democrazia è solo un’apparenza, una larva di libertà.

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