Muore dopo intervento in clinica in Cilento, l’autopsia: «Nessuna negligenza durante operazione»

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Muore dopo intervento in clinica in Cilento, l’autopsia: «Nessuna negligenza durante operazione»

Una peritonite chimica. Sarebbe questa la causa della morte di Michele Alfano, il 40enne di Capaccio Paestum, morto lo scorso 17 novembre nella clinica privata Cobellis di Vallo della Lucania, dopo un intervento di dimagrimento. A chiarire le cause del decesso è stata l’autopsia effettuata mercoledì pomeriggio dal medico legale Adamo Maiese, su ordine della Procura di Vallo della Lucania.  Una peritonite innescata dall’acido cloridrico che si è liberato a seguito di una lacerazione allo stomaco, alla quale ha fatto seguito una insufficienza multiorgano, fino a provocarne la morte. Ma ora rimane da chiarire se si sia trattato di errore umano o di complicazioni sopraggiunte. Saranno le perizie, con l’esame anatomo-patologico, ad appurarne le cause.

L’uomo aveva deciso di sottoporsi ad un intervento di riduzione dello stomaco per perdere peso. L’operazione era riuscita, come aveva scritto lo stesso sul suo profilo Facebook, ma dopo poco il quadro clinico si è complicato. Le sue condizioni si sono aggravate due giorni dopo, quando ha avuto un primo collasso cardiocircolatorio, al quale ha fatto seguito il trasferimento in terapia intensiva. Mercoledì sera il decesso e poche ore più tardi la denuncia ai carabinieri di Vallo della Lucania da parte dei familiari di Alfano. La procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e iscritto nel fascicolo degli indagati 14 persone, tra medici e personale sanitario, che hanno operato l’uomo.

«Allo stato quello che si può dire riflette le evidenze del solo esame macroscopico, che necessita del riscontro microscopico che appartiene alla competenza dell’anatomopatologo che dovrà operare i suoi accertamenti sui prelievi degli organi che sono stati trasmessi per gli approfondimenti scientifici.  – spiega  il legale della Clinica Cobellis, l’avvocato Franco Maldonato – Le evidenze del macroscopico ci dicono che l’intervento è stato irreprensibile e la fistola, già rintracciata nella terza Tac del 16 novembre, non è stata la causa diretta della morte perché si tratta di un tragitto fistoloso i cui margini sono indenni da qualsiasi processo edematoso: la mucosa non restituisce prova di infiltrati ematici nè di necrosi! Quella, dunque, non è la causa della morte. Ovviamente, – continua Maldonato – occorrerà attendere i risultati degli accertamenti anatomopatologici. Per ora si può dire con certezza che l’autopsia ha confermato che l’intervento è tecnicamente riuscito, non c’è stata imprudenza e negligenza perché la tenuta della sutura è stata confermata in sede di autopsia, non si sono verificate deiscenze  (perdite) dalle anastomosi e dunque – conclude il legale – all’intervento in quanto tale non si può ascrivere alcun concorso nella determinazione dell’esito fatale. L’ipotesi della peritonite è, in ogni caso, resistita ed anzi contrastata dalla avvenuta canalizzazione dell’addome a feci e gas». 

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