Il Cilento e un’amara Unità: gli eroi oscuri e l’altra storia

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Partiamo dal 27 giugno 1828 con quelli che sono passati alla storia come “I moti del Cilento”.

In quell’anno a Napoli la “Camera Alta” dei Filadelfi, una società segreta, aveva deliberato un’insurrezione per chiedere la Costituzione del 1820 da Francesco I delle Due Sicilie.

A capo della congiura vi era il carbonato Antonio Maria De Luca, canonico nato a Celle di Bulgheria nel 1764, e ad essa aderirono elementi della Carboneria e la banda dei briganti dei fratelli Capozzoli, originari di Monteforte Cilento.

Dalla casa di Giuseppe Vito Tambasco a Montano Antilia, i rivoltosi, che chiedevano la riduzione del prezzo del sale e la concessione della Costituzione francese, partirono alla volta di Palinuro, dove occuparono il forte e si impossessarono di pochi moschetti e di polvere da sparo inutilizzabile perché inumidita.

A Camerota inalberarono il tricolore e proclamarono la costituzione francese.

Il 30 giugno entrarono a San Giovanni a Piro, dove incontrarono qualche resistenza e, visto il diniego, saccheggiarono le case.

Intimarono al Comune di Bosco di preparare dei viveri per 500 persone e di accoglierli in paese per evitare di ricevere lo stesso trattamento. Infatti, arrivarono in paese accolti dalle autorità civili e religiose fra il suono delle campane a festa.

Il  Parroco Don Rocco Cetrangolo celebrò una messa d’augurio con tanto di canto del TE DEUM di ringraziamento e con l’omelia del canonico De Luca che spiegò alla folla i vantaggi dello stato costituzionale. Da quel momento i paesi che furono successivamente attraversati aderirono spontaneamente alla rivolta.

Tra i capi della congiura vi era Antonio Galotti che ne aveva confidato i segreti a Carlo Iovine di Angri, un delatore che si era fatto scambiare per un confratello. Questi ne informò le autorità borboniche.

Il re Francesco I incaricò un ex carbonaro, il maresciallo  Francesco Saverio Del Carretto, di occuparsi della repressione. Questi con 8.000 fra soldati e gendarmi entrò nel Cilento. I rivoltosi erano consapevoli della loro debolezza: alcuni si rifugiarono nei boschi, altri si arresero.

Del Carretto fece portare in catene a Salerno i prigionieri, molti di loro morirono nel viaggio e i loro cadaveri restarono insepolti sulla via.

Il 7 luglio a Bosco furono fucilate venti persone, il paese messo al fuoco e raso al suolo a colpi di cannone da “una turba di soldati e gendarmi, eccitati da un feroce impeto di distruzione”, come scrive in proposito Mazziotti, mentre Del Carretto parla di “spettacolo maestoso tra le fiamme”.

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In seguito al decreto reale il comune di Bosco fu soppresso, il suo nome cancellato e agli abitanti fu proibito costruire le loro abitazioni in quel luogo dove fu eretta una “colonna infame”, in ricordo di quanto accaduto ma al fine di ricoprire d’infamia la gli abitanti del posto.

Mancava, però, ancora il canonico De Luca all’appello delle persone da catturare e fu per questa ragione che Del Carretto minacciò di radere al suolo Celle di Bulgheria, così come aveva fatto con Bosco. De Luca si costituì insieme a suo nipote, sacerdote, e ad altri insorti.

Furono tutti condannati a morte: gli insorti laici furono fucilati all’alba del 19 luglio, mentre De Luca e suo nipote il 24 luglio dopo la scomunica dell’arcivescovo di Salerno. I fratelli Capozzoli, Galotti e pochi altri fuggirono in Corsica. I primi quando tornarono nel Cilento vennero arrestati e uccisi, dopo un processo sommario, nel forte di Palinuro. Mentre Galotti riuscì a scampare alla pena capitale e a tornare in Francia.

Del Carretto ottenne il titolo di marchese, la croce di cavaliere e trecento ducati annui di rendita. Gendarmi e soldati ricevettero lodi, medaglie e croci in premio.

Quella del 1828 fu una rivolta molto partecipata ma anche molto sanguinosa.

A Perito Matteo Cirillo venne sorpreso con del pane destinato ai suoi contadini in campagna e sparato con l’archibugio senza pietà.

A Montano Antilia le donne aspettavano gli insorti cucendo le coccarde bianche, simbolo dei rivoltosi. Tra di esse c’era una delle eroine della rivolta cilentana: Alessandrina Tambasco, che secondo la polizia borbonica era l’amante di Galotti, fu condannata a dieci anni di prigione insieme alla madre e alle sorelle per la storia delle coccarde.

Le commissioni militari condannarono a morte trentaquattro persone, altre centodieci furono mandate all’ergastolo o ai ferri. Tra di essi c’erano preti e frati, impiegati, negozianti, artisti e letterati, militari, avvocati, contadini, artigiani e proprietari. Dei condannati a morte solo alcuni ebbero commutata la loro pena, altri furono uccisi.

La rivolta ebbe un’eco internazionale: ne parla in Francia un giornalista francese, Charles Didier, mandato nel Cilento da Mazzini per interessarsi del caso dei fratelli Capozzoli di Monteforte ma arrestato a Vallo della Lucania. Nel 1931 pubblicò in Francia un saggio dove raccontò le rivolte cilentane con immagini tanto cruente quanto reali: i martiri decapitati venivano esposti come terrificanti trofei davanti alle loro abitazioni.

Questa è una piccola parte della storia del nostro Cilento che va ricordata in questi giorni di festa e dovrebbe rafforzare il nostro senso di appartenenza alla realtà storica di questa terra.

Ricordare è una speranza e, come molte persone sottolineano, l’Italia non esiste solo grazie ai nomi stampati sui testi di storia, ma soprattutto tra le rivolte più importanti che precedono l’arrivo di Garibaldi e la nascita della nuova nazione fa sentire la sua voce anche il Cilento.

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