Torre Orsaia, il magistrato Graziano: «Mi sono fatto internare per incontrare la follia»

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«Un luogo dell’anima e della speranza». Così il giornalista Vincenzo Rubano ha definito la struttura intermedia residenziale di Castel Ruggero che ieri ha ospitato la presentazione del libro “Matricola Zero Zero Uno” del magistrato Nicola Graziano. All’incontro ha preso parte la responsabile del Centro, Caterina Speranza, il sindaco di Torre Orsaia Pietro Vicino, la responsabile del Centro Salute Mentale di Sapri Francesca D’Agostino e lo psichiatra  Antonio Mautone. «Le malattie mentali si affrontano – ha esordito il primo cittadino – Il tema cruciale è l’integrazione nella società civile. Il nostro è un esempio di successo», riferendosi alla Sir di Castel Ruggero – È stato fatto un lavoro molto importante – ha aggiunto Vicino – e ringrazio il magistrato per aver portato la sua testimonianza proprio qui, ci lascia un messaggio di sensibilità». Speranza ha sottolineato invece l’importanza di coinvolgere i giovani e ha ricordato il primo incontro con il magistrato: «Rifiutavo l’idea di far vivere i pazienti in un luogo simile ad un ospedale, io volevo dargli ospitalità e calore e soprattutto un senso di famiglia. Il giudice Graziano mi ha aiutato ad acquistare dei mobili e mi ha aperto un mondo sull’amministrazione di sostegno».

«Anche i pazienti gravi hanno ripreso in mano le loro vite – ha aggiunto la D’Agostino – sono percorsi di cura oggettivabili. E dico ai giovani di non stigmatizzare il disturbo mentale ma affrontatelo di petto». Infine Mautone ha evidenziato l’incapacità di alcuni psichiatri di nuova generazione di gestire e leggere la malattia mentale».

Nicola Graziano è uno di quegli uomini di legge che hanno voluto gettare il cuore oltre l’ostacolo. Il 27 ottobre 2014 entra nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa dopo aver ottenuto dal Ministero della Giustizia il permesso di poter trascorrere tre giorni da ricoverato. Entra da normale recluso, simulando di aver commesso reati di maltrattamenti in famiglia. Nella vita è un giudice, un magistrato del tribunale di Napoli e per tre giorni è stato una matricola, la matricola 001 che dà il titolo al suo libro. Nel manicomio criminale di Aversa, è entrato prima della chiusura e dell’istituzione delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Lui entra come matto a tutti gli effetti mentre il fotografo Nicola Baldieri, come giornalista. Resta tre giorni, che per Graziano sono stati «una eternità».

«Volevo raccogliere le loro voci, quelle urla e potarle fuori. – ha spiegato il magistrato – Fissare una memoria storica, sporcarci le mani e dare un contributo perché l’evoluzione vera, superando le sbarre della detenzione, dipende soltanto da noi. Superare l’indifferenza e l’egoismo, cercare di individuare dei percorsi di impegno forte e serio che danno una vita diversa all’esistenza. È quello che ho voluto dire in questo libro».

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«Tutte le storie che ho vissuto lì dentro mi hanno colpito – ha aggiunto – Ad esempio racconto nel libro quella di un uomo, una guardia giurata, che diceva di impazzire per non riuscire a morire e raggiungere sua figlia. Mi raccontò che nel tentativo di colpire suo suocero durante una lite, aveva preso la pistola d’ordinanza e lo aveva colpito però centrando nella culla la figlia neonata, rimasta in coma per quattro anni e poi morta. Lì dà magistrato non è stato facile ascoltarlo».

«Ha avuto paura?», chiedono gli studenti delle scuole medie di Torre Orsaia. «Molta paura e tanta angoscia. Ero solo, non avevo protezione. Ricordo la prima sera, ero in cella con un detenuto autolesionista che stava in Opg da 39 anni. Mi rassicurò, si sedette a fianco al mio letto e poi mi rimboccò le coperte». E infine racconta di essere ritornato nell’ospedale a Natale, due mesi dopo, per spiegare ai detenuti chi fosse. «Da quel giorno la mia vita è cambiata. Ci ho messo del tempo per riordinare le idee, quasi due anni per iniziare a scrivere il libro. È cambiato il mio modo di vedere la contenzione per esempio, se prima mi è capitato di dover firmare un Tso, ora non lo farei più», ha concluso.

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