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“Uscire dal monoteismo del sé” nella civiltà dell’immagine

di Redazione

“Uscire – mentalmente anzitutto – dall’incantamento di Narciso, impasticcato e afasico, rompendogli lo specchio e mandandolo a lavorare”

di Antonio Calicchio

Così scrive Sequeri, nel saggio La cruna dell’ego – Uscire dal monoteismo del sé.

Se, da più parti, si ravvisa nel narcisismo il male del secolo, allora è da dire che l’uomo contemporaneo è plasmato ad immagine e somiglianza del primo santo del calendario post-moderno, Narciso, annunciatore della decostruzione sociale, che non vuole subirne conseguenze; vive dell’amore dell’altro, ma se ne attribuisce il merito esclusivo, non riconosce e non restituisce niente. Egli non lavora e non si sacrifica, non ha altro fondamento che se stesso e non pretende essere il fondamento per alcuno: è il perfetto parassita che sembra il trionfo soggettivo della volontà di potenza, anche se, poi, è destinato a consumare lui stesso. Donde un uomo contemporaneo consunto, vanificato ed esanime, la cui vera icona è una fotografia delle persone ridotte al grado zero dell’espressività umana, nei campi di sterminio nazisti; immagine di un annullamento senza passione, né compassione, risultato di una ragione anaffettiva che, tentando di eliminare il desiderio e l’illusione per neutralizzare l’opera della morte, ne diviene la più efficace collaboratrice. L’esito è un istupidimento dello sguardo sul mondo che avvolge l’individuo  rendendolo estraneo al suo stesso annientamento e la conquista di un non-amore che non può essere scalfito dalla ragione, né dall’emozione, ma che cova un risentimento per l’in-compiutezza cui è condannato. Una mescolanza di anaffettività e distruttività che suggeriscono un inquietante accostamento, tra l’affermazione pseudo-secolare del monoteismo del sé e il fondamentalismo pseudo-religioso dell’annullamento dell’altro.

Per questo, occorre rovesciare il tavolo del soggetto moderno per mostrare che la rappresentazione di un soggetto il quale, quanto più si concentra su di sé, tanto più è in grado di stabilire rapporti giusti ed efficaci con l’altro, è falsa, come provato dalle neuroscienze. La mente umana non è un auto-ripiegamento, ma è una realtà emergente da inter-soggettività sempre più complesse, cioè soggetti che interagiscono – sin dalle origini della vita – fra loro e con l’ambiente che, attraverso processi complessi di risonanze, rispecchiamenti e novità relazionali, plasmano reciprocamente le loro intelligenze, le loro dimensioni emotive e cognitive. L’uomo diviene ciò che è in una rete di legami ed interconnessioni, cui contribuisce egli stesso, in una cultura ed in una trama di narrazioni che gli conferiscono senso e significato.

Occorre scardinare il dispositivo auto-referenziale, come atto del desiderio che ricerca in sé la propria compiutezza. L’elemento centrale del desiderio non è la sua origine, ma è la sua destinazione. E l’accanimento sull’interrogativo “chi sono?” conduce all’ossessione di una risposta che l’io non è capace di dare; genera frustrazione, malinconia, angoscia, disperazione. L’inizio della conoscenza è, invece, domandarsi “per chi sono?”. Ciò apre la frontiera e inaugura l’avventura, rende esploratori di terre sconosciute e creatori di relazioni feconde; l’argomento della destinazione rende dinamici e generativi. L’amore di sé che ferma la storia, lo sbilanciamento dell’evoluzione tecnico-economico-scientifica a discapito dell’integralità umanistico-filosofica, la dissoluzione burocratica dell’essere umano, impongono, ormai, l’uscita da se stessi, dall’autoreferenzialità per esplorare ed agganciare ambiti esistenziali e teoretici differenti (fenomenologico, teologico, giuridico, sociale, economico, psicologico) della comunicazione.

Il grande tormento è, quindi, “apparire”; ed apparire è anche il traguardo da raggiungere a ogni costo, divenuto ormai un’ossessione. Chi non penetra nella spettacolarizzazione di sé ha la sensazione di essere estromesso dalla vita. Ed è irrilevante la ragione: disgrazia o fortuna, quel che conta è avere un “ruolo”. Si è diffusa una vera “filosofia dell’immagine”: vi sono scuole di comportamento frequentate anche da onorevoli e, perfino, da cardinali. Guai a chi è solo od isolato, e soprattutto a chi non riesce a imporsi. Sembra che il pubblico non aspetti altro che lo scalpore, il putiferio; ma forse oggi quel che procura veramente scandalo è la “normalità”: uno studente che studia e un professore che insegna, la legge che è davvero uguale per tutti, e tutti si sforzano di rispettarla; un concorso dove non contano le raccomandazioni, una parola che vale come un contratto. Abbiamo avuto l’Italia del boom, quella dell’austerità, poi, quella del riflusso: oggi dove stiamo andando? Verso Piedigrotta, Carnevale di Viareggio, da protrarre per tutto l’anno? E nessuno si accorge che nella lunga farsa si inserisce anche il dramma?

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