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Ungaretti e la “scoperta” cilentana della morte di Pitagora

di Alessa e Michela Orlando

L’ottimo articolo “Giuseppe Ungaretti: turista d’eccezione nel Cilento”, di Emilia Di Gregorio, premiato da un successo di lettura planetario, dà anche conto di un racconto narratogli mentre osserva i campi di fave.

Ciò consente al poeta di acquisire notizie sulla morte di Pitagora: “raccontano di Pitagora che rimase ucciso presso Girgenti […] non avendo osato, per scrupolo religioso, attraversare un campo di fave.”

In realtà la vita di Pitagora è avvolta nel mistero e nella leggenda. Il racconto ascoltato con interesse da Ungaretti nel Cilento è molto significativo e ricco di aspetti approfonditi da studiosi insigni. È vera la circostanza nella parte in cui lascia emergere l’idiosincrasia del filosofo e della Scuola per le fave; è forse opinabile la ragione adombrata nel racconto (“scrupolo religioso”).  Effettivamente la leggenda dice che Pitagora, in fuga dagli sgherri di Cilone di Crotone, scelse di fermarsi davanti a un campo di fave e fu la morte per lui. In realtà egli, come tanti altri, neppure le sfiorava le fave e non tanto per ragioni religiosi bensì fisiche: c’è la prova che nel crotonese era diffusa e ben nota la malattia ereditaria, relativa al cromosoma X, cosiddetta impropriamente “favismo” (si veda: Pitagora e il tabù delle fave, Giovanni Sole (Rubettino editore). L’altra tesi, quella fondata su ragioni spirituali, è suggestiva e fondata su credenze mistiche molto antiche, peraltro ottimamente chiarite da Levi Strauss, che ne evidenziò la connessione con il mondo dei morti, con la decomposizione e con l’impurità. Va da sé che, parlando di un personaggio leggendario, si giustifichino tesi contrapposte e talvolta anche strampalate. Si pensi che da LA VITA DI PITAGORA, opera di Porfirio (232-305 d.C.), si rileva addirittura che visse circa cento anni. Difficile immaginare che un vecchio potesse salvarsi dall’inseguimento, correndo attraverso un campo di fave, anche se avesse scelto di farlo. Di certo c’è che si narra della sua venuta in Italia e che si stabilì a Crotone, come scrive Dicearco. Era un uomo che aveva molto viaggiato, ricco, dall’aspetto nobile, affascinante anche nella voce. Non a caso di fronte al sinedrio degli anziani della città tenne discorsi che accesero i magistrati, cui espose argomenti nobili. Seppe parlare anche ai giovani e alle donne. Grazie a lui sorse la prima associazione femminile. Sulle leggende chiaramente esagerate, vediamo due. Da vari scritti emerge che catturò la tremenda orsa di Daunia, che infieriva sugli abitanti del luogo, e, dopo averle parlato a lungo, le estorse il giuramento di non molestarli più. La lasciò libera e l’animale se ne ritornò nella selva. Non fece più male a nessuno. , sui monti vicini, e non fu vista in alcuna occasione attaccare neppure un animale privo di ragione.

A Taranto, invece, gli accadde di imbattersi in un bue. Trovandosi in un pascolo ricco di varie erbe, si cibava di fave. Pitagora si avvicinò al mandriano e gli suggerì di dire all’animale di astenersi dalle fave. L’altro, ovviamente, si stupì non poco e dovette dirgli con forza che non sapeva parlare la lingua dei buoi. Ovviamente lo fece Pitagora: sussurrò al bue non solo di non cibarsi di fave, ma nemmeno di sfiorarle. Quel bue visse a lungo a Taranto, presso il tempio di Era; fu chiamato il “bue sacro”, alimentato dalle offerte di cibo che i visitatori gli offrivano.

Dalla seconda si può chiaramente intendere l’intenzione educativa che metteva in guardia dai rischi connessi al mangiare e toccare fave.

Altre tesi sulla morte di Pitagora, vedono ancora Metaponto come set: rifugiatosi nel piccolo tempio dedicato alle Muse, vi rimase quaranta giorni senza cibo, prima di morire. Altri raccontano che si trovava in una casa incendiatasi improvvisamente. I suoi amici, gettatisi nelle fiamme, aprirono una via di uscita al maestro. Si sistemarono, addirittura, in modo da formare una specie di ponte sul fuoco, verso la salvezza. Pitagora, scampato all’incendio, accortosi che essi erano morti, si uccise  per il dolore.

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