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Cilento e Regno di Napoli tra una carestia e l’altra: racconti ufficiali e memorie

di Alessa e Michela Orlando

Nel 1743 i raccolti nel Cilento, come nel resto del Regno di Napoli, si dimezzarono. È, questo, un tema non nuovo, va da sé, eppure suscita ancora divisioni, giustifica dibattiti. Come mai accadde? Si poteva prevedere? Quali le soluzioni possibili? Appare anche ovvio come nulla vi sia di nuovo sotto il sole, se è vero che qui e lì ogni tanto ci aggrediscono calamità naturali che influenzano il sistema delle importazioni-esportazioni. È ancora tutto legato alle calamità naturali, agli squilibri climatici? E se si, giacché il clima dal 1743 a oggi non si è certo stabilizzato, dobbiamo aver paura?

Procediamo per ordine. Le informazioni circolavano anche al tempo del Regno. Le condizioni peggiori erano quelle delle province periferiche. Anche il grande architetto e pittore Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel, figlio di Gaspar, famoso pittore olandese, se ne preoccupava tant’è che addirittura lo scriveva al fratello, segnalando calamità naturali nel Cilento (in lettere successive precisa che si trattava di altre località). Le cose andavano un po’ meglio nella zona detta Terra di Lavoro, che alienava molto spesso i prodotti al territorio pontificio del beneventano e in Capitanata, dove usava fare incetta di grano. Non era una crisi agricola limitata al Regno: dilagava in tutta la Penisola e nel resto dell’Europa. Era già globalizzazione. Napoli, per quanto attraesse pressoché tutto ciò che veniva prodotto, aveva fame insaziabile, era un buco nero che non poteva fare altro se non assorbire in un attimo ciò che veniva prodotto da un sistema agricolo sottosviluppato; il mondo contadino non poteva sopperire a quei bisogni; le strutture economiche non potevano dare sostegno. Ciò non significa che si vivesse una situazione meno florida di altre. Non mancavano le eccellenze e al sud si produceva l’energia dell’epoca: lo zolfo. Il popolo avvertiva l’angoscia della situazione. I prezzi aumentavano. Grandi difficoltà avevano i maccaronari e i ciambellari. Si può quantificare il bisogno quotidiano del mercato cittadino in oltre mille tomoli di grano al giorno e in cinquecento tomoli di farina, come evidenziò il Salvatore De Renzi, studiando il carteggio tra i responsabili della municipalità e il governo borbonico. Carteggio parzialmente dallo stesso pubblicato in NAPOLI dell’anno 1764.

Risulta evidente come in questa situazione gli speculatori potessero fare grandi affari e danneggiare il sistema. Ovviamente non mancarono i Masaniello e si profilava la situazione adatta  per gli studi di Giambattista Vico, al quale in Vatolla è sopravvissuto l’ulivo sotto cui meditava e studiava. Stessi studi, ma con operatività rivoluzionaria fece la patriota Eleonora Anna Maria Felice de Fonseca Pimentel. Tra le fonti dalle quali si può attingere notizie articolate e relative a ogni zona del  Regno, spiccano i libri di Memorie. Venivano scritti soprattutto da notabili, avvocati: ovvero da chi aveva dimestichezza con la penna, ma ci provavano anche altri. Negli Archivi di Stato se ne rinvengono molti. Uno: Le MEMORIE di Pietro del Giudice. Sono custodite nell’Archivio di Stato di Salerno, fondo Arechi Privato, b. 31. una descrizione della carestia è fatta anche dal notaio Domenico Lordis di S.Gregorio Magno (SA). Anche questa è all’Archivio Storico di Salerno, a. III (1935), fasc. I° (gennaio-marzo). Altre MEMORIE sono conservate da numerose famiglie. Da una situazione del genere non potevano che derivare gravi conseguenze per la salute. Soprattutto per la povera gente, costretta ad andare a procacciarsi il  cibo nei campi. Anche le siepi vennero assalite per recuperare foglie per le minestre. Non è difficile immaginare i volti emaciati della gente, di cui si trovano infinite descrizioni. E il problema più grande divenne: dove seppellire i morti? Si dovette attendere più di cinquanta anni e Napoleone Bonaparte per comprendere la necessità dei cimiteri.

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