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Archeologia industriale lungo il Calore a Piaggine. Le “Carcare” e la produzione della calce

di Giuseppe Conte

La produzione della calce nel territorio piagginese è testimoniata nella memoria popolare e nei ruderi di vecchie “carcare”, così chiamate qui, le cui tracce ben evidenti riemergono lungo la valle del fiume Calore.

La produzione e l’utilizzo della calce, ha origini molto antiche, basti pensare che appena scoperta, questo nuovo legante affiancò e forse sostituì l’argilla che fin dalla preistoria veniva adoperata per i manufatti.
Prima della nascita di Cristo, già da secoli veniva prodotta ed utilizzata dai greci e poi anche dai romani, perfezionandone ulteriormente la qualità.

Nel Cilento, il suo utilizzo fu molto diffuso, e in diversi paesi si avviò la sua produzione.
Veniva prodotta laddove erano presenti i due elementi fondamentali per la sua realizzazione: estese boscose e roccia calcarea.

L’attività delle “carcare” aveva una duplice importanza: il prodotto finale era necessario per la costruzione degli edifici, mentre l’attività di chi la produceva, innescava anche un tornaconto redditizio, facendo di questa produzione un vero e proprio lavoro. L’intero processo produttivo costituiva un tipo di lavoro a carattere “industriale”, se pur dato da piccole realtà, che ne limitava sia la produzione che gli introiti.
Tuttavia le materie prime necessarie, all’epoca erano presenti quasi a dismisura nel territorio.

Il processo di trasformazione avveniva in modo rigorosamente manuale. La calce viva, fino a pochi decenni fa, veniva lavorata proprio in queste rudimentali fornaci chiamate calcare o “carcare” nel vernacolo piagginese.
Lo schema riproduce un “tipo di calcara” come doveva essere presumibilmente circa un secolo fa. Nella parte bassa trovavano spazio “le fascine di legna” disposte in modo più o meno circolare; su di esse erano sistemate le pietre che sarebbero poi diventate il prodotto finale. L’esterno di questa struttura, sempre realizzata in pietra, era costituito da spessi muri. Alla sommità, da cui fuoriusciva il fumo generato dalla combustione, spesso vi era uno strato di malta forato, per impedire la dispersione del calore e lasciar passare il fumo.

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