«Camerota, due casi irrisolti»

di Orazio Ruocco

Due casi che, probabilmente, neanche l’acume e la sagacia di Sherlock Holmes o di Nero Wolfe sarebbero stati in grado di dipanare, dirimere o sbrigliare. O forse ormai definitivamente risoltI, grazie al tempo che fa inesorabilmente il suo corso, stemperando passioni politiche e campanilistiche.

Ma andiamo per ordine.

Licusati era comune autonomo. Passando dal decurionato Borbonico all’unificazione d’Italia nel 1861, i due comuni, Camerota e Licusati, non si compongono in un unico organismo politico – amministrativo. Licusati respinge ancora una volta i progetti di unificazione, confermando questa sua volontà, già espressa dal Decurionato Licusitano il 14 Gennaio 1819. Resterà Comune sino al 10 Agosto 1928, quando il Regio Decreto n. 2045 riunisce in un unico comune Camerota e Licusati con denominazione e capoluogo Camerota.

Con la fine del fascismo si ripopone il problema della ricostituzione del Comune di Licusati. L’argomento viene affrontato nel Consiglio Comunale del 5 Dicembre 1953. Sindaco l’avv. Vincenzo Crocco, Licusitano, sollecitato ripetutamente su questa richiesta dai suoi concittadini. Si fronteggiano aspramente due mozioni. Una illustrata e perorata dall’ex Questore dott. Vincenzo Salerno, esprimente “parere negativo alla ricostituzione del Comune di Licusati”; parere scaturito da nozioni geografiche, storiche, economiche e sociali, e condito, amnesso che ce ne fosse poi bisogno, con l’accusa che (estratto originale del suo intervento orale) “nessuna fondamentale ragione esisteva nel 1808 per elevare il Casale di Licusati a Comune a sé stante; ma che ciò avvenne unicamente per l’influenza esercitata in merito dal Vice Presidente della Corte dei Conti del Reame di Napoli, avv. Domenico Sofia, per favorire alcuni suoi amici e parenti”. Queste parole fanno chiaramente trasparire il disprezzo per il “comunello di Licusati”, sempre mostrato, dall’aristocratica classe dirigente dell’Ottocento Camerotano.

A fronte di questa mozione c’è quella presentata dal Consigliere Romualdo del Guercio, che invita ad esaminare la domanda avanzata dai Licusitani, nello spirito della legge 25 Febbraio 1953, n.71, che consente, per i Comuni soppressi dal regime fascista, la loro ricostituzione con la stessa procedura amministrativa, anche in mancanza del minimo della popolazione prescritto dall’art.33, T.U. del 1934. E questo soprattutto perché, prosegue, “quali rappresentanti del popolo, tradiremmo la nostra missione qualora negassimo ai cittadini di Licusati la realizzazione della loro legittima aspirazione”.

Cosa fa il Consiglio comunale a questo punto? La sua decisione somiglia davvero a quella di Ponzio Pilato. Non discute i due ordini del giorno, e lì supera a piè pari, rinviando la decisione, con evidente formalità burocratese, per “incompletezza” della pratica. “Dossier” la definisce, con gusto francesizzante, don Tommaso Pezzuti. Ed aggiunge, togliendo d’imbarazzo il Sindaco: ” Sì tratta di non rimandare alle calende greche la delibera, ma di aspettare due o tre giorni, perché i cittadini possano avere piena e completa cognizione della importante decisione”.

L’orologio di piazza San Marco a Licusati continua tuttora a suonare l’ora dell’autonomia … alle Calende Greche! () E se alle Calende Greche fu rinandata la questione Cusitana, all’altrettanto impossibile Natale Ebreo () fu rinviata la “querelle” Marinara I Marinari, a loro volta, sempre hanno mostrato con fierezza e orgoglio questa loro identità, invocando almeni l’indipendenza di nominativita’ da Camerota. Ventisei anni dopo il Regio Decreto che istituì il Villaggio Marinaro, infatti, il Consigliere comunale Alfonso Talamo, nell’adunanza del Consiglio Comunale del 20 Aprile 1874, afferma che : “alla Frazione Marina di Camerota, luogo di sua nascita e dimora, si dia una diversa denominazione, quella cioè di Villa Sirene”. Probabilmente quella denominazione fu oggetto di accesa e vivace discussione fra i Marinari, se lo stesso Consigliere Alfonso Talamo qualche giorno dopo, nel successivo Consiglio Comunale del 28 aprile, apporta una modifica, che, dice, di aver concordato con i Marinari: da “Villa Sirene” propone di chiamarla “Marina delle Sirene”. Il Consiglio comunale, a maggioranza, approva. Ma, per 7 anni, questa delibera-proposta resta senza una effettiva efficacia. Non sapremo mai se ci furono severe resistenze da parte dei cugini Camerotani, o se i Marinari fossero stati poi davvero soddisfatti nelle loro pretese. Un vero intrigo comunale, degno di essere raccontato, e illuminato, dal grande maestro del cinema Hitckock! In ogni caso, e chissà poi con quale nuovo, o differente, calore, la questione venne ripresa nel Consiglio comunale dell’8 Ottobre 1881. In quella seduta il Consigliere don Salvatore Talamo propone che “la Frazione Marina sia chiamata ‘Camerotammare’ per distinguerla dal Capoluogo”. Il Consiglio Comunale, magnanimamete, e, per la terza volta, approva questo nome composto, diciamolo pure, senza alcuna originalità, che scimmiotta altri esempi già esistenti e con questi in brutta assonanza, quali, ad esempio, Castellammare e Villammare. Ma di tutto questo dibattito cosa è rimasto? Ha avuto un seguito? Dopo 139 anni, quel mutamento di nome era, è rimasto, ed è tuttora, soltanto una proposta verbalizzata dal Segretario comunale Giuseppe Antonio Giannoccari. Marina continua ad essere la, ormai rinomata Marina di Camerota. Forse ormai tutti sperano che non si dia mai seguito a quella proposta, che, crediamo, cercò soltanto di salvare le capre dei Camerotani e … i cavoli dei Marinari. () Nel Calendario Greco non esistevano le Calende e quindii la locuzione Calende Grecheequivale a “mai”.
(
) Come le Calende per i Greci, cosi per gli Ebrei, non esiste il Natale. Espressioni equivalenti.

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