Una lingua senza futuro

di Mariella Marchetti

Oggi in classe ho chiesto ai miei alunni di riflettere sul perché il dialetto cilentano non abbia il tempo futuro. Per essere precisi il tempo futuro risulta assente anche nella maggior parte dei dialetti meridionali, soprattutto quelli estremi. Abbiamo provato a tradurre una frase semplice, dall’italiano al dialetto: “Domani andrò al mare”.

In un attimo si sono alzati suoni e voci di tutto il Cilento, quello dei borghi costieri, poi dei paesi collinari, fino all’interno montuoso, lì dove arrivare è un esercizio di passione e resilienza: Casal Velino Marina, Camerota, Cannalonga, Ceraso, Felitto, Castelnuovo, Novi Velia.In ogni traduzione, del tempo futuro neanche l’ombra.La frase è stata da tutti tradotta con perifrasi, circonlocuzioni, giri di parole, ma col futuro, mai.

In particolare, nella traduzione abbiamo riscontrato:il verbo dovere coniugato al presente + il verbo all’infinito;
– Il verbo al presente accompagnato dall’avverbio di tempo- Aggia i’ a mare- Rimani, (o crai, alla latina) vao a mare.

Ma quale, ovviamente tralasciando la linguistica che ci fornirebbe soluzioni scientifiche, la spiegazione filosofica, poetica, antropologica, di una lingua che si rifiuta di parlare di quello che sarà, che dovrà accadere?

Disillusione, forse, o marginalizzazione, appuntamenti con la storia andati a male, mancanza di efficienti vie di comunicazione, la pazienza necessaria per raggiungere i centri più grandi, e gli studenti ne sono l’esempio con il viaggio quotidiano per arriivare a scuola. Forse da qui il determinismo, e un fatalismo, che induce a considerare valore solo ciò che è rappresentato dalla certezza del presente, hic et nunc. Leonardo Sciascia a proposito della mancanza di questa categoria grammaticale nel dialetto siciliano, parlò di un “eterno presente” come natura peculiare dei siciliani, isolani.In questo senso, a pensarci bene, anche il Cilento è un’isola e la sua filosofia un’ eterno presente.

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