10 Gennaio 2026

Animali, non più cose: cosa dice davvero la legge sui loro diritti

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Animali, non più cose: cosa dice davvero la legge sui loro diritti

Per secoli il diritto li ha considerati alla stregua di oggetti: beni mobili, proprietà di qualcuno, privi di voce e di valore autonomo. Eppure, nella vita quotidiana, gli animali hanno sempre occupato uno spazio ben diverso, fatto di relazioni, affetto, dipendenza e responsabilità. Negli ultimi anni, anche la legge ha iniziato a colmare questa distanza, riconoscendo che un animale non è una cosa, ma un essere senziente.

In Italia il punto di svolta arriva con un lento ma significativo cambiamento culturale e giuridico. Il codice civile continua formalmente a collocare gli animali nella categoria dei beni, ma numerose leggi speciali, sentenze e norme penali hanno introdotto una tutela che va ben oltre il concetto di proprietà. Il maltrattamento, l’uccisione senza necessità, l’abbandono e lo sfruttamento non sono più semplici illeciti: sono reati che comportano sanzioni penali, fino al carcere nei casi più gravi.

La legge riconosce agli animali d’affezione un diritto fondamentale al benessere. Chi decide di accoglierne uno nella propria vita assume un dovere preciso: garantirne la salute, le cure veterinarie, un’alimentazione adeguata e condizioni di vita compatibili con la sua natura. Non è una scelta romantica, ma una responsabilità giuridica. Sempre più spesso i tribunali lo ribadiscono, soprattutto nei casi di separazione o divorzio, dove l’animale non viene più trattato come un oggetto da dividere, ma come un essere da tutelare, tenendo conto del suo equilibrio e del legame affettivo con i familiari.

Anche l’abbandono, gesto ancora tristemente diffuso soprattutto nei mesi estivi, non è più considerato una leggerezza o una colpa morale: è un reato. Abbandonare un animale significa metterne a rischio la vita e la sicurezza pubblica, ed è punito con sanzioni severe. Lo stesso vale per le detenzioni incompatibili con la sua natura, come tenerlo legato, isolato o in spazi inadeguati. La giurisprudenza ha chiarito che la sofferenza non deve essere necessariamente fisica: anche quella psicologica è rilevante.

Resta però una contraddizione di fondo. Se da un lato cresce la sensibilità e la tutela normativa, dall’altro l’applicazione delle leggi è spesso disomogenea. Mancano controlli sistematici, le segnalazioni non sempre vengono prese sul serio e il peso dell’intervento ricade spesso sulle associazioni di volontariato. La civiltà giuridica fa passi avanti, ma quella pratica arranca.

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