Gli italiani torneranno alle urne domenica 22 e lunedì 23 marzo per esprimersi sulla riforma della giustizia approvata dal Parlamento. La consultazione referendaria, di natura costituzionale, rappresenta un passaggio decisivo per una delle modifiche più rilevanti dell’ordinamento giudiziario degli ultimi decenni.
Il voto è stato convocato dopo che la legge di revisione costituzionale non ha raggiunto, nelle seconde votazioni parlamentari, la maggioranza dei due terzi prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Da qui la richiesta di referendum confermativo, ammessa dalla Corte di cassazione lo scorso 18 novembre. Il governo ha quindi fissato la data nel rispetto dei tempi stabiliti dalla legge, che impone l’indizione entro sessanta giorni dall’ordinanza della Suprema corte.
Al centro del referendum c’è una riforma che ridisegna l’assetto della magistratura. Il punto più discusso riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che diventerebbero due percorsi distinti sin dall’ingresso in magistratura, senza possibilità di passaggio da una funzione all’altra. Una scelta che, secondo i promotori, rafforzerebbe l’imparzialità del giudice e renderebbe più chiara la distinzione tra chi accusa e chi giudica.
La riforma interviene anche sull’autogoverno della magistratura, prevedendo la nascita di due Consigli superiori della magistratura, uno per ciascuna carriera, e l’istituzione di una Alta Corte disciplinare con competenze specifiche in materia di responsabilità dei magistrati. Un impianto che, nelle intenzioni del governo, punta a rendere più efficiente e trasparente il sistema.
Di segno opposto le critiche di una parte dell’opposizione e di alcune associazioni della magistratura, che vedono nella riforma il rischio di un indebolimento dell’autonomia del pubblico ministero e di una maggiore esposizione del potere giudiziario alle dinamiche politiche. Secondo i detrattori, i problemi strutturali della giustizia — dalla durata dei processi alle carenze di organico — non verrebbero risolti da una revisione di questo tipo.
Dal punto di vista procedurale, il referendum non prevede quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero dei votanti e a decidere sarà la maggioranza dei voti espressi. Gli elettori dovranno scegliere se confermare o respingere la legge costituzionale, votando rispettivamente Sì o No.
La campagna referendaria entrerà nel vivo nelle prossime settimane e si preannuncia fortemente polarizzata. In gioco non c’è solo una riforma tecnica, ma una diversa visione del ruolo della magistratura e dei rapporti tra i poteri dello Stato.


