16 Gennaio 2026

Traffico di influenze illecite: la consulta chiarisce quando la promessa non basta a integrare il reato

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Traffico di influenze illecite: la consulta chiarisce quando la promessa non basta a integrare il reato

Tra tutela della democrazia e garanzie penali, la sentenza della Consulta interviene su uno dei terreni più delicati del diritto penale contemporaneo: il traffico di influenze illecite, fattispecie che incrocia la necessaria tutela della trasparenza pubblica con il principio di legalità e di offensività del reato.

La Consulta, di fatto, ribadisce che la lotta a pratiche opache di intermediazione indebita resta un presidio imprescindibile di democrazia, poiché mira a proteggere il corretto funzionamento delle istituzioni e la fiducia dei cittadini nell’azione amministrativa. Al tempo stesso, però, la Corte chiarisce che l’intervento penale non può spingersi fino a colpire meri contatti, relazioni o vantate capacità di influenza prive di reale incidenza sull’agire pubblico.

Il diritto penale, per sua natura, deve rimanere extrema ratio e non trasformarsi in uno strumento di repressione di comportamenti solo potenzialmente ambigui o moralmente discutibili.

La sentenza valorizza in modo netto il principio di offensività, affermando che il reato di traffico di influenze illecite si configura solo quando l’attività di mediazione produca, o sia concretamente idonea a produrre, un effettivo comportamento lesivo, incidendo realmente sull’imparzialità e sul buon andamento della pubblica amministrazione.
Non è sufficiente, dunque, la mera promessa di intercessione o la spendita di relazioni personali se queste non si traducono in un concreto pericolo o danno per l’interesse pubblico tutelato.
In questa prospettiva, la Corte Costituzionale traccia un equilibrio significativo: da un lato conferma la centralità della repressione di fenomeni corruttivi “anticipati”, capaci di minare le basi democratiche prima ancora che si realizzi un atto amministrativo illegittimo; dall’altro, evita derive punitive che rischierebbero di criminalizzare la fisiologica rete di rapporti che caratterizza la vita sociale e istituzionale.

La sentenza si pone così come un punto fermo: la democrazia si difende anche attraverso il diritto penale, ma solo quando questo colpisce condotte realmente lesive e non semplici apparenze di influenza.

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