C’è una parte della Campania che sfugge alle cartoline più note e che custodisce, lontano dai grandi flussi turistici, uno dei paesaggi naturali più spettacolari del Sud Italia. È quello dei Monti Alburni, massiccio calcareo imponente e luminoso, il cui nome deriva proprio dal colore chiaro delle rocce che ne disegnano il profilo. Un territorio aspro e silenzioso, inserito nella porzione settentrionale del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dove la natura ha modellato nel tempo forme, cavità e spazi di straordinaria suggestione.
Il versante meridionale degli Alburni si apre con pendii più morbidi, ampie faggete e pascoli che lasciano spazio a vasti piani carsici, vere e proprie superfici scolpite dall’acqua e dal tempo. Qui il paesaggio si interrompe improvvisamente in inghiottitoi, doline, campi carreggiati e cavità sotterranee, tra le espressioni più evidenti e affascinanti del fenomeno carsico. Un mondo nascosto che continua sotto terra, fatto di grotte e cunicoli, alcuni dei quali abitati fin dal Neolitico, a testimonianza di un rapporto antico e profondo tra l’uomo e questi luoghi.
Ma gli Alburni non sono solo geologia. Sono anche un importante scrigno di biodiversità. La varietà degli ambienti, dall’alta quota ai boschi più fitti, favorisce la presenza di numerose specie vegetali e animali. Nei cieli e tra i tronchi degli alberi trovano rifugio diverse specie di uccelli, tra cui i picchi – dal raro picchio nero al picchio rosso maggiore e al picchio verde – insieme alla coturnice, al nibbio reale e al gracchio corallino. Tra i mammiferi spiccano il lupo appenninico e il gatto selvatico, mentre tra gli anfibi vivono la salamandra pezzata e l’ululone dal ventre giallo, specie sensibili e indicatori della buona salute degli ecosistemi.
La dimensione naturale si intreccia qui con una storia millenaria. A pochi chilometri dal borgo di Sant’Angelo a Fasanella, il sito archeologico di Costa Palomba racconta un passato che risale all’età del Bronzo. Tra i resti di un villaggio fortificato, in posizione dominante, emerge una figura enigmatica: l’Antece, una scultura rupestre che raffigura un guerriero o forse una divinità, scolpita nella roccia e orientata verso il sole al tramonto. La sua datazione rimane incerta, oscillando tra l’epoca dell’insediamento e il IV secolo a.C., ma il suo significato simbolico continua ad affascinare studiosi e visitatori.
Visitare i Monti Alburni significa entrare in un paesaggio che non si concede subito, ma che premia chi accetta il silenzio, la lentezza e l’osservazione. È un viaggio nella Campania più autentica, dove natura, storia e spiritualità convivono in equilibrio. Un patrimonio ancora poco conosciuto, che merita attenzione e rispetto, e che rappresenta uno degli esempi più riusciti di integrazione tra tutela ambientale e memoria del territorio.


